Dieci mandorle

Patrizia Serra

Prurito.
Cosa darei per grattarmi il piede. Il sinistro. Proprio sotto la pianta.
Prude, il bastardo.
Se solo riuscissi a raggiungerlo e grattarlo come si deve, ma non ho la forza: è troppo lontano.
Ci riprovo. Niente… non ci arrivo.
Oggi non ce la faccio, ma vedrai domani: ti gratto fino a farti sanguinare…
Sonno.
Dormo.

La gamba di nonna era appesa a un chiodo nella stanza delle mandorle. Era la camera più fresca della casa e, assieme alle mandorle, custodiva anche i bidoni dell’olio d’oliva. La gamba era di una specie di plastica dura e spessa, di un rosa cupo che nulla aveva a che fare con il colore delicato della pelle umana. Era lunga e dritta, senza ginocchio, e sul piede era stata pennellata una scarpa nera con due bottoncini marroni, come le cinghie che dovevano assicurarla al moncherino.
La gamba vera della nonna era stata amputata quando lei aveva solo cinquant’anni: la cancrena era partita dal piede e, prima ancora che un dottore se ne accorgesse, aveva imputridito l’intero arto. Dacché ne avevo memoria, la gamba finta era sempre stata appesa allo stesso posto e, a furia di vederla, non mi faceva nemmeno più impressione.
Mia nonna aveva un viso strano, con la carnagione arrossata e gli occhi all’ingiù che la facevano sembrare sempre triste. Ogni tanto, poi, succedeva una cosa bizzarra: sarà che non l’avevo mai vista in piedi, ma quando si scioglieva le trecce davanti allo specchio, ai miei occhi diventava Toro Seduto. Era come se all’improvviso prendesse le sembianze del capo indiano disegnato sulla copertina del mio album di figurine.
Che la nonna non potesse più camminare come una volta non sembrava una gran disgrazia, anche perché zia Lia teneva da sempre le redini della casa e, a sua sorella, faceva fare le stesse cose che le ordinava di fare quando ancora stava in piedi. Solo che ora la nonna obbediva da seduta: piegava i panni asciutti, stirava, sgranava i piselli… aveva le mani che non si fermavano mai. Quando doveva fare il bagno, però, entravano tutti in uno stato di agitazione: bisognava che anche il nonno aiutasse a sistemarla nella vasca da bagno e a tirarla fuori una volta che era stata ben fregata con la spugna insaponata.
Allora sentivo bestemmiare.
«Aiutati con l’altra gamba, perdìo… non rimanere a peso morto… mi stai spaccando la schiena», il nonno non provava nemmeno a essere gentile. Quel compito lo imbestialiva e ci teneva a farlo notare. Aveva già abbastanza da fare con i capricci della terra e non aveva tempo per quelle faccende. Si comportava come se sua moglie avesse fatto apposta a farsi marcire un pezzo di sé.
Dopo il bagno, di nascosto, la nonna piangeva sempre, ma io me ne accorgevo e andavo a consolarla.

Il prurito mi sta torturando. Ora è il piede destro che mi fa dannare, è come se prudesse dall’interno, nella carne. Se avessi uno spillone me lo infilzerei: meglio il dolore del prurito.
Vorrei urlare, ma sono troppo stanco… la voce non esce.
Per fortuna che ho ancora sonno.
Dormo.

Le mandorle già sgusciate stavano in grandi sacchi di juta. In disparte c’era un sacco più piccolo, che non bisognava toccare: conteneva le mandorle amare, quelle velenose.
La nonna mi aveva avvisato tante volte: «Mi raccomando, se vuoi mangiare mandorle, prendile dai sacchi grandi senza farti vedere dal nonno. L’importante è non prenderle mai dal sacco piccolo, quelle sono amare, hanno il cianuro dentro, un veleno potentissimo. Ai bambini piccoli come te basta mangiarne una decina per morire, per i grandi invece ce ne vogliono almeno cinquanta.»
«Non le toccherò mai, giuro…» rispondevo terrorizzato. «Ma perché non le butti se sono velenose?»
«Scherzi? Per fare gli amaretti che ti piacciono tanto ci vogliono cinque chili di mandorle dolci e un chilo di mandorle amare… Senza un po’ di veleno non sarebbero così buoni.»
«Io non ne voglio più mangiare di amaretti, neanche uno…»
E la nonna rideva. Rideva solo con me.

Ancora quel prurito. Ma che razza di malattia mi sono preso?
«Come sta oggi?», il medico mi scruta.
«Mi prudono i piedi» rispondo con rabbia.
«È possibile… ma vedrà che poi passerà.»
«Ma intanto faccia qualcosa… sto impazzendo dal prurito.»
«Ha idea di cosa le è successo?»
«Certo che ce l’ho… non sono mica diventato scemo!»
«Mi racconti, allora…»
«Stavo passeggiando… ho attraversato via Solari e poi… poi ho visto tutto giallo. Se le dico che è stato un camion giallo, uno di quelli che portano a casa la spesa, a investirmi… me li gratta i piedi?»
«Non posso…» il dottore mi risponde con una smorfia.
«Le fa schifo toccarmi i piedi?»
«Non dica fesserie…»
«E allora cosa le costa?»
«I suoi piedi non ci sono più.»
«Ma cosa dice? I miei piedi sono lì!»
«Nell’incidente ha perso le gambe.»
«Non è vero!»
Con la forza della disperazione sollevo la schiena e con la mano tiro via il lenzuolo che mi copre. «Eccoli lì i miei piedi!»
Il letto è liscio: di piedi neanche l’ombra.
Urlo di spavento e sento di nuovo il prurito.
«Si chiama la sindrome dell’arto fantasma», il dottore spiega, come se io fossi in grado di capire. «Lei sente i suoi arti come se ci fossero ancora, sente il dolore e anche il prurito…»
«Me ne fotto della sindrome dell’arto fantasma… Rivoglio le mie gambe! Chi vi ha dato il permesso di tagliarmele?»
Piango, urlo più forte e non sento il medico che parla della fortuna di essere vivi, di protesi bioniche, di qualità della vita.
Non smetto di urlare.
Due infermieri mi tengono fermo e il dottore prende la siringa.
Non sento più nulla. Neanche il prurito.
Dormo.

«Nonna non ha ancora chiamato per aiutarla ad alzarsi.»
«Starà ancora dormendo» rispose zia Lia.
«Vado a vedere» volevo essere io a svegliarla la mattina perché, prima che arrivasse la zia a tirarla su, mi lasciava giocare con la sua carrozzella: giusto una decina di minuti, finché non arrivava la zia a urlarmi dietro.
Andai nel suo stanzino: da quando viveva seduta, non dormiva più con il nonno.
«Sveglia, nonna… Rispondi!»
Non rispondeva.
Le spostai i capelli che le coprivano il viso: la faccia era bianca e dalla bocca usciva una schiuma rossastra che pareva sangue. Una poltiglia chiara, come cibo masticato, era appiccicata alla guancia.
Sembrava morta.
«Fate uscire il bambino», disse il medico quando arrivò.
Uscii, ma stetti dietro alla porta a pregare che quell’uomo guarisse la nonna, che la facesse tornare rossa in volto e che la ritrasformasse nell’immortale Toro Seduto.
Come avrei fatto a resistere in quella casa senza di lei?
Sentii il medico parlare di mandorle, di mandorle amare: la nonna ne aveva mangiate tante quella notte e qualcuna ce l’aveva ancora stretta in mano.
Il dottore non riuscì a guarirla e la dichiarò deceduta: la sera stessa andai nella stanza della gamba a prendere le mie dieci mandorle, ma il sacco di quelle amare era sparito.

Non ho più prurito.
Il cervello ha smesso di farmi scherzi.
Oggi mi hanno sistemato sulla sedia a rotelle per farmi fare un giro, ma non mi sono divertito come quando, da piccolo, usavo la carrozzina di mia nonna.
Mia nonna… quanto tempo che non pensavo a lei: quanto tempo che non pensavo alle mandorle amare.