1943

Virginia Lupi

Mia madre aveva una splendida voce da soprano, una voce che non ha mai conosciuto la fortuna che si meritava a causa dell’ostracismo puritano della suocera verso il palcoscenico dove –diceva– salivano solo donne di malaffare. Da ragazzo, prima, e da uomo, poi, ho accompagnato spesso mia madre al pianoforte di casa quando, per il nostro piacere, lei aveva voglia di cantare una delle tante romanze d’opera sulle quali si era preparata da giovane. La sua era una voce chiara, limpida, potente che, nello stesso tempo, sapeva diventare dolce e suadente quando l’interpretazione della melodia lo necessitava. Da musicista, so riconoscere il talento, quando c’è, e il suo era cristallino come l’acqua.
Io sono nato in piena seconda guerra mondiale, a Cremona, ma, come diceva spesso mio padre, la “fabbricazione” era stata certamente milanese. Lui, sergente maggiore di artiglieria pesante campale, richiamato alle armi nel ’40, era stato trasferito con il reggimento alla caserma Manfredini della città lombarda e, assieme ai commilitoni, “faceva la guerra”, prima contro gli alleati –praticamente tutti i paesi del mondo, Svizzera a parte– e poi contro i tedeschi –nostri ex alleati dell’Asse– senza quasi nemmeno sapere perché. Mia madre lo aveva raggiunto, aveva trovato un appartamentino nei pressi della caserma, e io avevo visto la luce alla clinica delle Ancelle, nel pieno centro della città, nel febbraio del ’43.
Dopo l’8 settembre dello stesso anno, il nostro esercito, sbandato, senza, ordini e quasi senza mezzi di difesa, si era sgretolato: buona parte dei soldati aveva disertato, molti si erano nascosti in montagna con i partigiani o, più semplicemente, erano tornati a casa; gli ufficiali, quelli, cioè, che avrebbero dovuto tenere in pugno la situazione, avevano seguito l’esempio della bassa forza e in breve la responsabilità dell’ormai decimato presidio di Cremona era piombato come un macigno sulle spalle di mio padre, il sottufficiale più anziano. Anche lui, però –forse a malincuore– ad un certo punto, saputo dell’eccidio di Cefalonia, ha deciso di defilarsi, per riportare a casa almeno la pelle, e si è rifugiato nel nostro piccolo appartamento.
Adesso lui era a casa, sì; ma in giro c’erano i tedeschi i quali, malgrado l’ordine di ritirarsi, non se ne erano ancora andati da Cremona. Anzi, proprio in quei giorni, stavano rastrellando la città in cerca dei superstiti del distrutto esercito italiano, dei disertori, come li definivano loro, dei fuorusciti, dei rifugiati, dei reduci e quando ne trovavano qualcuno la ferocia di cui il loro führer li aveva invasati, saltava ancora fuori in tutta la sua barbara violenza.

Le voci secche, scandite, le frasi dure, gli ordini urlati in quella maledetta lingua tedesca hanno continuato a farsi sentire in ogni angolo della città per tutto il giorno e tutta la notte. Al mattino seguente si sono uditi addirittura alcuni colpi di moschetto sparati molto vicino a casa. Mio padre, vista l’impossibilità di sgattaiolare fuori e di sparire nelle campagne attorno a Cremona, prende la decisione di nascondersi in soffitta. Nascondiglio fragile, facile da individuare, con le tremende conseguenze che ben conosce, se venisse scoperto: fucilazione sul posto o, nel migliore dei casi, deportazione nei campi di sterminio. Tuttavia l’unico disponibile. Qualche candela, una pagnotta, del latte cacciati in fretta in un tascapane e via di corsa, su per le scale: le voci tedesche sono ormai a pochi metri dall’uscio di casa.
Mia madre, nascosta alla meglio con sedie e scatole la bassa porticina in cima alla scala che conduce alla soffitta, con me di pochi mesi in braccio, ridiscende in cucina, al piano terreno accingendosi a preparare qualcosa da mangiare. Un pentolino sul fuoco, una tovaglietta sulla tavola, una bottiglia d’acqua.
Forse per farsi coraggio o forse proprio perché mi tiene in braccio, comincia a intonare sottovoce un’aria d’opera, credo –come mi pare di ricordare quando lei me ne parlò in seguito– che si trattasse della Madama Butterfly, la romanza che comincia con: Un bel dì vedremo… è il momento dell’opera in cui Cio Cio San, avuta notizia del ritorno in porto della nave di Pinkerton, il suo marito americano, si aspetta che lui corra a casa e lei, con il piccolo figlio vicino, si prepara ad accoglierlo.
Pinkerton non arriva, ma i tedeschi sì, sono arrivati.

La porta di casa viene quasi buttata giù dai colpi dati su di essa con il calcio dei fucili mentre una voce gutturale grida in cattivo italiano di aprire immediatamente.
Mia madre, sempre tenendomi stretto in braccio, ubbidisce. La porta viene spalancata di colpo, con un’ultima spinta dal di fuori, e una squadra di tedeschi entra coi mitra spianati, pronti a fare fuoco. Dietro di loro fa il suo ingresso un ufficiale che da un’occhiata in giro, sbircia mia madre e, indicandomi con la canna della pistola che stringe in pugno, chiede stentando le parole:
“Quanti altri uomini è in casa, oltre questo piccolo?”
Mia madre trova un filo di voce per rispondere che è sola e che suo marito è morto da poco, lasciandola vedova con me da tirare grande. Una bugia a fin di bene…
L’ufficiale si avvicina ancora di più mentre lei fa uno sforzo sovrumano per non scostarsi.
“Di’ verità!” grida l’uomo.
Mia madre comincia a tremare, ma si fa forza. Scuote la testa stringendomi forte.
“Nessuno… non c’è nessuno…” mormora.
L’ufficiale fa un cenno a uno dei suoi uomini. Questi scosta rudemente mia madre con la canna del mitra e passa nella seconda stanza. Lei lo ode muoversi di là, ma non fa e non dice nulla. Il soldato torna in cucina e scambia un cenno di diniego con il superiore.
“Dove va scala?” domanda ancora questi.
“Alla camera da letto…” risponde mia madre temendo chissà quali conseguenze con quella indicazione. Il soldato di prima sale qualche gradino, ma l’ufficiale dice qualcosa nella sua lingua e quello scende.
“Chi canta, qui, prima?” chiede l’ufficiale.
Mia madre nasconde un profondo sospiro di sollievo.
“Io…”
L’ufficiale socchiude gli occhi.
“Io amo aria d’opera…” afferma rinfoderando la pistola.
Mia madre non sa che cosa rispondere.
“Tu canta.” dice ancora lui.
Lei lo guarda senza comprendere.
“Canta.” ripete l’ufficiale “Conosci Tosca?… Canta.”
Mia madre, sorpresa, fa segno di sì con la testa, che conosce la Tosca. Col cuore in subbuglio, nella confusione che ha in testa e la paura che i tedeschi armati le incutono, capisce a malapena che cosa vuole l’uomo di fronte a lei. Si gira, mi depone sulla culla, torna a guardare l’ufficiale e poi con voce chiara, senza tremori, come se la paura fosse scomparsa tutto d’un tratto, comincia:
Vissi d’arte,
vissi d’amore,
non feci mai male
ad anima viva…
Canta tutta la romanza, fino in fondo, fino all’acuto finale, intonato in maniera magistrale, potente –come so che lei sapeva fare– un si bemolle tenuto saldamente, a lungo, seguito da un la bemolle di transizione che scende e si insedia definitivamente su un sol prima delle poche note quasi in forma di cadenza che portano al mi bemolle conclusivo. Canta con tutto il sentimento che ha, come non aveva mai cantato prima di allora e come non avrebbe mai più cantato in seguito. Alla fine della romanza, quando anche l’ultima eco musicale si spegne, nella grande cucina scende un silenzio irreale.
L’ufficiale, dopo qualche istante che sembra quasi di intimo raccoglimento –e nessuno saprà mai quali pensieri gli passino per la testa– si scuote mentre i suoi uomini armati, in attesa, paiono non respirare nemmeno.
“Grazie, signora…” dice “Io molto felice di questo…” ma non termina la frase.
Tace per qualche attimo ancora, soprapensiero, poi, soffocato un sospiro e riprendendo in mano il bastone di comando –un frustino che ha tenuto finora infilato in uno stivale– fa un gesto secco in direzione della porta. I soldati immediatamente vi si dirigono ed escono in strada. L’ufficiale li segue, ma sull’uscio, si gira verso mia madre che nel frattempo mi ha ripreso in braccio.
“Quando tu vede tuo marito, gli dice che, se nasconde, prossima volta deve nascondere meglio…”
Mia madre sente mancare il respiro. A quelle parole impallidisce stringendomi al petto.
“Gli dice che non lascia scarponi di soldato sotto lavandino…”
Poi si volta ed esce chiudendosi la porta alle spalle.