Alba di carta

Aurora Tripodi

Non è professionale insultare i parenti di una vittima d’omicidio sulla scena del crimine, eppure Diana aveva già compilato mentalmente una lista di epiteti poco lusinghieri con cui rivolgersi ai tre uomini che aveva di fronte.

“La scena del delitto,” disse l’investigatrice, col tono più calmo che le riuscì, “potrebbe essere contaminata ora.”

L’agente, l’unico del trio con un po’ di vergogna, non riuscì a sostenere il suo sguardo.

“Non sono riuscito a fermarli” mugugnò, lanciando un’occhiataccia ai due tizi alla sua sinistra. Anche Diana spostò l’attenzione su di loro. Erano l’uno la copia giovane dell’altro, padre e figlio, parevano Odino e Thor: alti, biondi, fronte alta e spalle larghe. Entrambi avevano stampata in faccia l’espressione di chi si sente un metro sopra gli altri, e Diana aveva fretta di schiaffargliela via.

“E voi cos’avete da dire? Potrei farvi arrestare per favoreggiamento reale, resistenza a pubblico ufficiale e qualcos’altro che trovo di sicuro, se mi impegno abbastanza.”

Il più giovane sembrò pronto a ribattere, ma l’altro lo fermò con un gesto secco della mano.

“Ci deve perdonare,” disse con voce studiata, “ma quando abbiamo visto le civette fuori casa nostra ci siamo allarmati. E vedere mia moglie… sua madre…”

Nonostante il suo tono fosse convincente, l’uomo non pareva così dispiaciuto. Ma da ciò che avevano detto i vicini era normale: urlavano notte e giorno, in quella casa. Diana si strinse la base del naso fra le dita.

“Signori Costa, seguite il mio agente fuori e aspettate me. Finito il sopralluogo verrò a raccogliere le vostre dichiarazioni. Non voglio vedervi o sentirvi prima di allora.”

I due uomini vennero scortati fuori, non senza lasciarsi dietro una sfilza di improperi sussurrati, e Diana tornò nel salotto in cui la signora Costa, moglie e madre, era stata assassinata. Per una donna accoltellata cinque volte, non c’era molto sangue in giro. Due schizzi radiali, sul soffitto e sul tavolo, probabilmente causati dall’assassino mentre roteava il coltello, e la pozza in cui riposava il corpo della signora. C’erano tracce di trascinamento e impronte di mani sulle piastrelle. Forse l’assassino aveva pensato di spostarla, ma poi aveva rinunciato. L’arma del delitto non era stata ancora trovata, ma dal tipo di tagli doveva trattarsi di uno di quei coltelli da cucina. In effetti c’erano segni di colluttazione che potevano indicare una lite cominciata ai fornelli e finita male davanti al divano. Non c’era ancora idea del movente: nulla pareva essere stato rubato, nonostante i parecchi oggetti esoterici di valore esposti in ogni parte della casa.

“Mugnaini!” la chiamò la patologa chinata sul cadavere. Diana si avvicinò, facendo attenzione a non calpestare i frammenti di vetro segnati dalla forense.

“Hai qualcosa di interessante per me?”

La patologa sospirò gravemente.

“Non molto. La vittima è deceduta per dissanguamento tra le 20 e le 23 di ieri sera. Ho poco altro da offrirti.”

La patologa spostò la mano della signora Costa, mostrando un mazzo di carte stretto fra le dita irrigidite.

“Non so se questo ti può interessare.”

Inizialmente Diana pensò si trattasse di un normale mazzo di carte napoletane. Ma a un’occhiata più accurata, quello che poteva essere scambiato per un re di spade si rivelò essere…

“L’Imperatore” mormorò Diana.

“Cosa?”

Diana scosse la testa e indicò il mazzo alla collega.

“Quello è l’Imperatore, un Arcano maggiore dei tarocchi.”

“Sai leggere i tarocchi?”

“Ogni ragazza ha la sua fase stregonesca.”

“Ugh, non ricordarmi certe cose. Credo di aver passato la terza media a lanciare malocchi.”

Diana sorrise sovrappensiero mentre allungava il collo per guardare l’altra mano della signora Costa. Guarda caso, tre carte erano nascoste sotto il suo palmo.

“Che strano.”

“Cosa?”

“Se stessi venendo aggredita non afferrerei un mazzo di carte per proteggermi. E se le avessi in mano da prima, penso che le avrei lasciate andare.”

Diana si alzò in piedi, guardandosi attorno ancora una volta.

“Credo che la signora Costa si sia trascinata fino al tavolino.”

“E l’assassino l’ha lasciata fare?” chiese la patologa, lanciando un’occhiata al telefono intoccato sul tavolo.

“Deve averla creduta morta,” spiegò Diana, “Dopo averla pugnalata, l’aggressore dev’essere fuggito, portando via il coltello per coprire le proprie tracce. La signora Costa si è trascinata verso il tavolino… ma preferisce prendere i suoi tarocchi invece di chiamare aiuto?”

La patologa si strinse nelle spalle: “Forse pensava di non sopravvivere fino all’arrivo dei soccorsi e ha deciso di farsi un’ultima lettura?”

“Una lettura del futuro?” replicò Diana, sarcastica. La patologa alzò le mani. In effetti, non sarebbe stata la cosa più stupida vista su una scena del crimine. Ma qualcosa non tornava. Qualcosa nel retro della mente le gridava di non fidarsi delle apparenze. Qualcosa in quell’ultimo gesto disperato mostrava più di semplice superstizione. Diana scavalcò il cadavere e si chinò a guardare le tre carte a faccia ingiù sul pavimento. Sollevò la prima carta. Arcano numero sette, Il Carro. Provò a ricordare il suo significato: affari, viaggi, partenze, cambiamenti… forse non c’era veramente un senso. Un sospiro al sapore di mentolo le scivolò dalle labbra. Stava cercando significati dove non ce n’erano. La signora Costa avrebbe potuto cercare di fare qualunque cosa, una donna delirante dal dolore…

“Coltello!” esclamò, colpita da un’improvvisa epifania. Tutti gli agenti nella stanza si voltarono a guardarla, ma lei non ci fece caso.

Il coltello, pensò, la settima lettera dell’alfabeto ebraico è il coltello. Lo aveva imparato a un corso sulla cabala, in quel periodo della sua gioventù in cui aveva creduto che le carte predissero il futuro. Diana doveva mantenere la calma. Non doveva perdere la concentrazione per qualcosa che poteva essere una coincidenza. Seppe cos’era la seconda carta senza aver bisogno di guardarla. La numero tredici era sempre stata in grado di sentirla nei polpastrelli. La Morte.

È solo un’altra ovvia coincidenza, si costrinse a pensare Diana.  Ultima carta. Diana ne picchiettò il dorso con l’unghia dell’indice. Si fece coraggio. Quando la girò, un bellissimo Sole giallo-dorato le illuminò gli occhi stanchi. Il Sole. Con quel suo sorriso, pareva deriderla, istigarla a ricordare cosa significassero i suoi raggi. Ma lei se lo ricordava benissimo.

“Diana?” la chiamò la patologa.

“È un messaggio.”

“Cosa?”

La patologa non la seguiva. Diana sollevò la testa, con espressione febbricitante.

“La vittima sapeva che il suo assassino sarebbe tornato e ci ha lasciato un messaggio che lui non avrebbe saputo decifrare e far sparire.”

La patologa non sapeva se essere preoccupata o incuriosita: “Ma che stai dicendo?”

Diana la prese per le spalle.

“Il marito! Il Sole è il marito!”