Alfiere

Giacomo Gioia

Le pallottole grandinavano tutto intorno. Migliaia di pallottole. Ma io me ne infischiavo: sapevo che non mi avrebbero mai preso. Le sentivo arrivare, maligne e mortali, ma piegandomi ora a destra ora sinistra, sgusciando tra un lampione spento e l’altro, chinandomi fino a sfiorare il selciato con la fronte, riuscivo a evitarle, sia pure di poco. Ero in gamba. Il migliore: per questo ero stato scelto. Anche coloro che mi avevano preso di mira lo sapevano e cercavano di impedirmi di compiere la missione che mi era stata affidata, ma il messaggio che portavo doveva arrivare a destinazione e niente avrebbe potuto fermarmi.

A quel tempo, quando la lotta fra partigiani e nazifascisti era scoppiata a Milano, avevo tredici anni, ero secco come un chiodo, sempre affamato e con le scarpe perennemente sfondate, ma correvo più veloce del lampo e, come questo, riuscivo a scomparire prima che i cecchini avessero avuto il tempo di capire dove e di aggiustare la mira. Facevo la staffetta portaordini, ma avevo già imbracciato il mitra e sparato qualche colpo contro una squadra di tedeschi apparsa in fondo alla via che portava diritta a casa mia: quando mio padre, ferito a una spalla, medicato alla meglio, febbricitante non sarebbe riuscito a farlo, ci ho pensato io a difendere la mia famiglia. Lui, mia madre, le mie sorelle e me stesso. Forse –ma non ne sono certo– ne ho ammazzato qualcuno, qualcuno che, a casa, lassù al nord, oltre le Alpi, una madre, una moglie, una sorella avrebbe pianto a lungo. Colpa di questa maledetta guerra. Sì, maledetta, ma io combattevo –noi combattevamo– in nome di un ideale di libertà, se non di pace lontana.
Non ero ancora un eroe, ma, nella mia esaltazione di ragazzo, sognavo di diventarlo e di costruire una leggenda che portasse il mio nome.
Quando la zona attorno a casa mia era stata sgombrata dai soldati tedeschi sbandati in fuga, ma pur sempre pericolosi, i partigiani avevano apprezzato il mio coraggio e le mie doti e mi avevano preso con loro.

Cervino, il comandante del nostro gruppo, un uomo grande e grosso come la montagna di cui portava il nome in battaglia e robusto come una roccia di granito, mi prese da parte.
«Ci sarà parecchia grandine stasera…» disse.
“Grandine” era il nome in codice che avevamo dato alle pallottole che i cecchini appostati ai piani alti delle case ci sparavano contro. Lo sapevo, naturalmente, ma ero certo che niente fosse in grado di starmi dietro quando correvo, nemmeno le fucilate.
«Pensi di farcela, Alfiere?»
Mi chiamava sempre “Alfiere” quando si rivolgeva a me, e ogni volta che lo faceva mi metteva una mano sulla spalla quasi a saggiare la robustezza delle mie gracili ossa.
«Certo» risposi con baldanza.
Lui mi guardò fisso per qualche istante, come riflettendo.
«Va bene» disse. «Ma devi promettermi una cosa…»
«Che cosa?» domandai curioso.
«Che tornerai con la conferma…» disse piano, dopo un attimo di esitazione «…che tornerai qui. Ci sono altre missioni da compiere e tu sei l’unico che può compierle. Perché sei il migliore.»
Mi ersi con fierezza davanti a lui e lo guardai negli occhi.
«Grazie, comandante» risposi commosso. «Torno subito…» aggiunsi spavaldo.
Cervino mi diede un foglio scritto a mano, con la matita copiativa: quello che c’era scritto non mi riguardava, ma capii che lì sopra erano descritte le postazioni nemiche in città. Dovevo recapitarlo al comando degli insorti dall’altra parte di Milano, in una zona più tranquilla di quella dove eravamo appostati noi. Non era poi così pericoloso…
«Vai!» mi esortò ad un tratto Cervino con voce salda.
Feci due passi indietro, guardandolo fisso. Poi raccolsi il mio berretto e me lo calcai sulla testa. Quindi aprii la porta, seguito dagli sguardi di tutti quelli che erano nella stanza e sbirciai fuori. Niente, non c’era anima viva in giro.
Uscii sulla strada e cominciai a correre.

La “grandinata” cominciò sui Bastioni di Porta Venezia, quasi a ridosso della vecchia stazione ferroviaria. Era un punto scoperto, non avevo molte possibilità di ripararmi e dovevo quindi mettercela tutta per passare indenne attraverso il fuoco di coloro che cercavano di impedirmi di attraversare lo spiazzo e sparire in una qualche via traversa.
“Sparate, sparate”…” dicevo a me stesso come se “loro” potessero sentirmi. “Sparate. Più pallottole sparate e meno ne avete di scorta.”
D’un tratto la fucileria si affievolì e infine smise del tutto. Si erano stancati di correre dietro a una lepre imprendibile? Forse sì, e dentro di me cominciai a ridere. Ce l’avevo fatta anche stavolta… il comando era a pochi passi.
Fu allora che un chicco di “grandine” mi colpì in mezzo alla schiena.
Avvertii l’impatto, sentii un gran bruciore fra le spalle e il fiato mi manco di colpo. Rallentai ansante, ma tenni duro: avevo un compito da portare a termine.
Arrivai davanti a un cancello di ferro, lo spinsi e entrai in cortile. Sull’uscio della casa, dall’altra parte, un uomo mi vide, mi riconobbe e mi corse incontro.
«Alfiere!…» gridò.
Mi ero fermato in mezzo al cortile, incapace di andare oltre, e quando lui mi raggiunse gli tesi il foglio che mi aveva consegnato Cervino.
«Questo è per il comandante…» dissi con voce malferma.
L’altro prese il dispaccio, lo guardò e poi guardò me.
«Alfiere… ma tu sei ferito…»
«Non è niente… un chicco di grandine…» risposi rialzando fieramente la testa.
«Vieni dentro che ti diamo un’occhiata.»
«No, grazie… devo fare ancora una cosa, una cosa importante…»
«Che cosa?»
«Tornare» dissi.
Mi girai di scatto e scappai via con la poca forza che mi era rimasta nelle gambe.

Non so quanto tempo ho impiegato, non so quali strade ho percorso, in quali angoli bui mi sono nascosto. Non so nulla, non lo ricordo. Ciò che so è che, dopo un’eternità, sono riuscito ad aprire la porta del nostro rifugio.
Quando sono entrato si è fatto un gran silenzio. Io ho cercato con lo sguardo il comandante.
«Sono tornato…» gli ho detto. «Te l’avevo promesso…»
Poi sono caduto fra le braccia tese di Cervino, ho chiuso gli occhi e mi sono addormentato di colpo.
Non mi sono svegliato più.*

*Cervino se n’è andato nel 1999. Non ha sofferto per malattia, semplicemente si è addormentato una sera e anche lui non si è svegliato più. Aveva quasi novant’anni, una vita intensa alle spalle e molti, molti ricordi. Uno di questi, quello appena narrato, ha voluto raccontarmelo pochi giorni prima di lasciarci.
«Scrittore…» mi ha detto un giorno mentre bevevamo un bicchiere di vino. «Adesso te la racconto io una storia, ma ricordati che questa è vera…»
Perché l’ha fatto? Non lo so. Forse solo per ricordare un ragazzino senza nome –uno dei tanti– che la guerra si è portato via, uno di cui la Storia, quella con la esse maiuscola, non parla e non parlerà mai, uno sconosciuto, piccolo eroe che lui aveva soprannominato “Alfiere”, come uno dei pezzi più importanti del crudele gioco degli scacchi. Perché l’aveva chiamato così? Non lo so… forse perché era davvero il migliore.