Brera

Giulia Bonfanti

Tutti i giorni alla stessa ora un’ombra silenziosa entra dal grande portone, attraversa il cortile e passa fra la gente intenta a osservare le statue che lo ornano e che non si accorge di lei. Sale lo scalone marmoreo che porta alle immense stanze della biblioteca, percorre sorridendo lo spazio fra i tavoli di lettura lasciandosi avvolgere dal profumo antico dei suoi amati libri. Fernanda Wittgens è ancora lì, al suo posto, fra la sua gente e i suoi volumi. La sua presenza è impressa in ogni angolo del palazzo che ospita la pinacoteca e la biblioteca. Se vuoi, puoi scegliere un buon titolo da un catalogo infinito e leggere una storia, un’avventura, un trattato d’astronomia, ma se preferisci un altro tipo di conoscenza, torna sui tuoi passi, esci dal palazzo, riprendi la strada e, dopo pochi metri, proprio là dove “la via inverte il suo nome”, gira a sinistra.
Se hai occhi acuti per vedere, orecchie pronte per sentire e fantasia sbrigliata per immaginare, al tramonto di un giorno qualsiasi, in autunno inoltrato, passando davanti al bar Brera, quello sull’angolo tra la via omonima e via Fiori Chiari, senti ancora la voce di Giulio Confalonieri il quale, guardando dalle vetrate e forando con lo sguardo l’eterna scighera che avvolge Milano, deposte sul tavolino le carte da gioco, con accento nostalgico e un po’ stanco esclama in buon dialetto meneghino: “Te la lì la Giamaica…”
Una frase qualsiasi buttata lì per caso? No. Una frase che passerà alla storia perché proprio con quelle cinque parole distratte battezza il locale più celebre del quartiere, quello di fronte, al di là della strada che da quel momento muterà il nome: da Fiaschetteria del Ponte di Brera a quello, appunto, di Bar Giamaica. E sarò la sua fortuna. Mamma Lina, la “regiora” della famiglia Mainini, confusa fra il figlio, il marito e i camerieri dietro al banco, se lo ricorda bene.
Non ti voltare, Confalonieri non lo vedresti lì, seduto al tavolo dell’altro bar, concentrato sulla partita di scopone, una partita che, cominciata allora, non è ancora terminata e forse non avrà mai fine. Ormai se n’è andato, ma non è troppo lontano; sta solo cercando nuovi compagni per una nuova sfida.
Prosegui il tuo andare sui ciottoli del Ticino, consunti e lucidi, che lastricano la via. Se dopo qualche passo ti capita di sentire una voce un po’ stonata e un po’ stridula, accompagnata dalle note di una chitarra, che tenta di cantare la storia di un ombrello che non era suo –di chi canta– bensì di suo fratello, non ti stupire. È Enzo. Allampanato e secco come un’acciuga, gli occhi stralunati, con i capelli in disordine che ricadono sugli spessi occhiali, Enzo Jannacci racconta le storie di persone comuni, magari più sfortunate di altri, come quella di quel tale che avendo bisogno “ de quatà una tratta” si rivolge al Gino, suo ex commilitone perché gli presti “un mila franc”. Ma aver fatto la guerra assieme non è un buon viatico per ottenere un prestito. Chissà come andrà a finire la storia… forse un giorno Enzo ce lo farà sapere, ma per ora lui continua a cantare di “scarp de tennis”, di “zoo comunali”, di “Vincenzine davanti alla fabbrica”, di uno che “non c’ha la biro”…
Vai avanti, lascia sulla destra la latteria delle sante donne, le Pirovini, che sfamano intere generazioni di artisti veri e non, e che concedono volentieri un pasto a credito a chi non può pagare, anzi più di uno, di dieci, di cento. Ne sa qualcosa quell’albanese, Ibrahim Kodra, pittore dal buon pennello, squattrinato, musulmano convinto al punto da promettere alle sorelle di diventare cristiano in cambio della remissione del suo debito, ormai insanabile, nei loro confronti. Ibrahim, fedele solo a se stesso, non si è mai convertito, continua a promettere ma non si decide. Però le Pirovini sono pronte a giurare che prima o poi lo farà.
La piazzetta Formentini, quello slargo occupato da un ingombrante palazzone figlio di un’edilizia cieca e sorda ai bisogni veri del popolo degli artisti, è scomparsa. Ma sotto l’incombente ombra del palazzo dalle finestre eternamente chiuse si incontrano ancora Ugo Mulas e Carlo Bavagnoli a discutere di colori, di chiaro-scuri, di inquadrature con Franz Ficara o con Emilio Tadini, o forse solo di scommesse con i giocatori di pelota del vicino sferisterio, prima di decidere di entrare alla Cave Montmartre o al “2” o al Bar dell’Angolo per bere un bianchino a buon mercato. Seguili, entra, bevi un bicchiere anche tu e ascoltali. C’è molto da imparare. Se sei fortunato qui puoi incontrare anche l’Enrichetta, vecchina poeticamente sboccata, circondata da uno stuolo di cani spelacchiati, suoi compagni di vita. Anche lei ti può insegnare qualcosa: soprattutto come sbarcare il lunario andando di mattina al cimitero di Musocco e farsi “prestare” dai morti i fiori che ornano le loro tombe per rivenderli alla sera a qualche coppietta capitata lì per caso.
Se preferisci continuare il tuo cammino prosegui lungo via Fiori Chiari fino a raggiungere, sulla tua sinistra, un portoncino serrato al numero 17. Se riesci a farti aprire e a entrare ti troverai all’improvviso scaraventato in un’epoca diversa: un salone immenso, vetrate colorate, luci ovattate, mobili art decò un po’ civettuoli, un doppio scalone dalle balaustre in ferro battuto che s’inerpica fino al primo piano. Si direbbe un luogo proibito, un luogo per appuntamenti clandestini, un luogo per coloro che vogliono saziare i loro appetiti in maniera discreta. E lo è, anzi lo era. Ma lo è ancora per quell’uomo che proprio adesso sta scendendo le scale, per Luciano Bianciardi che poi ti racconterà a modo suo il particolare incontro, avvenuto poco fa proprio lì, in una stanzetta del primo piano, tra lui e la “fiorentina”… ma se tu credi che la fiorentina sia una fanciulla abile nel “mestiere”, nata nel capoluogo toscano, commetti un errore perché in queste stanze si contravviene nascostamente davvero alle regole della buona società, ma di quella che sconvolge i propri tabù facendoli convergere non più sul sesso, bensì sul cibo. E dunque per gustare in gran segreto una succosa costata “alla fiorentina”, anziché “la solita zuppa”, è necessario venire qui, fra queste spesse mura, in quello che impropriamente tutti i benpensanti chiamano con finto disprezzo “il casino” ma che in realtà è solo un ristorante clandestino dove al gusto del cibo si unisce un po’ di batticuore. Una luce anarchica e controcorrente in una vita che per Luciano sarà agra fino alla fine.
A Brera i fantasmi non mancano, non possono mancare, ma non sono ingombranti e non fanno fastidio a nessuno: niente catene trascinate per terra o urla agghiaccianti nel pieno della notte. Solo ricordi, quelli sì, spesso struggenti, a volte dolorosi, ma vissuti con pienezza e senza rimpianti. Vite reali in diretta.
Se hai occhi acuti, orecchie attente e fantasia sbrigliata, li puoi vedere. Sono tutti ancora lì, fantasmi di un tempo che non c’è più ma che è stato e che, nel ricordare loro, può tornare in vita: basta avere occhi acuti, orecchie attente e fantasia sbrigliata…