Che colpo!

Lorenzo Radaelli

«…un colpo da prima pagina…» disse Samir in arabo.
Gli altri lo guardarono: ovviamente non avevano capito.
«Che cosa hai detto?» chiese Rodolfo, detto RudyMental per via dell’irrefrenabile vizio di ingoiare ogni giorno centinaia di pillolette nere tratte da scatolette verdi con sopra scritto il nome dell’omonimo prodotto.
«Io detto…» stentò Samir in un italiano per lui ancora ostico «…che booom! Che bomba che tutti vede e sente…»
«Ah, ecco…» gli fa eco Paolino, detto Pelé per via della calvizie incipiente.
«Dobbiamo stare molto attenti» intervenne con sorprendente accento bresciano Thomas, soprannominato –con poca fantasia– Nuvola Bianca a causa della pelle da nigeriano originale. «Ogni errore puà essere fatale» concluse lugubre.
«E piantala, uccello del malaugurio!» sbottò Enrico, a cui era stato affibbiato il nomignolo di Rinco per via della sua aria costantemente ebete. «Siamo tutti adulti, no?»
«Tutti meno uno…» s’infiltrò Carlo, detto Capataz per la sua insistenza a voler dirigere a tutti i costi le operazioni belliche del gruppo.
«Dài…» disse Pelé con tono conciliante «…cerchiamo di finirla ’sta bomba, invece di star qui a tirarcela uno con l’altro.»
A queste parole il gruppo tornò a concentrarsi come un sol uomo sull’involto incartato in forma di salsicciotto che campeggiava in mezzo al tavolo.
«C’è abbastanza roba?» chiese Samir.
«Hai voglia se ce n’è!» ribatté il Capataz. «Se ce ne mettiamo dell’altra rischiamo di far venire giù tutto il quartiere…»
Pelé si allontanò, uscì dalla stanza e si infilò nell’altra. Dopo poco, coloro che erano rimasti nella prima sentirono una serie di esclamazioni poco rispettose della religione che ognuno di loro, più o meno, avrebbe dovuto professare.
«Ma dove l’avete messo?» strillò ad un certo punto Pelé da dietro la parete.
Capataz scosse la testa con commiserazione.
«Sopra l’armadio, deficiente… volevi che tutti lo vedessero?»
«Vado a dargli una mano a tirarlo giù…» disse RudyMetal.
«Stai qui» lo bloccò Nuvola Bianca. «Non è mica un disabile come Rinco…»
Quest’ultimo, sentitosi tirato in causa, rialzò la testa.
«Eh?…» fece. «Che cosa c’è?»
«Ecco, appunto…» chiosò RudyMetal.
Finalmente Pelé ricomparve. In mano reggeva un lungo tubo metallico, uno di quelli che un vecchio milanese avrebbe definito “un canon de la stua”.
«Era ora…» commentò Capataz. «È pronta la carica?»
Samir prese da sopra il tavolo il cartoccio –quasi della stessa dimensione del tubo– e lo mostrò agli altri che lo guardarono come se lo vedessero per la prima volta.
«Eccola» disse semplicemente.
Si fece silenzio mentre tutti puntavano lo sguardo sull’oggetto.
«Calma, ragazzi» si raccomandò Capataz. «Il momento è delicato… basta un errore e andiamo tutti a lucidare le ali degli angioletti…»
Nel silenzio che seguì quelle parole, Pelé e Nuvola Bianca afferrarono il tubo e lo poggiarono a terra, RudyMetal prese il cartoccio da un lato e Samir dall’altro posizionandolo sopra l’imboccatura del “canon de la stua” e Capataz, in posizione strategica, si preparò a dare gli ordini opportuni.
«E io?» fece ad un tratto Rinco interrompendo la silenziosa operazione.
Capataz emise un brontolìo piuttosto violento.
«Tu stai a guardare!» strillò. «E zitto!»
Dopo essersi schiarito la gola, Capataz riassunse il suo ruolo.
«Cominciamo» ordinò.
Samir strappò una parte del fondo del cartoccio e da questo cominciò subito a fluire una polvere granulosa di colore indefinito che pian piano riempì a metà il tubo.
«Alt!» comandò Capataz. «Controlliamo…»
Infilò un occhio nell’apertura superiore del tubo e dopo un’attenta ispezione trasse le sue conclusioni.
«Ancora un po’…» sentenziò.
L’operazione di travaso riprese in religioso silenzio e continuò fino a quando a Capataz sembrò bastare.
«Fermi!» ingiunse. «Dovrebbe essere della quantità giusta.»
Ripeté l’ispezione e finalmente diede il benestare.
«Testata» ingiunse con gesto perentorio.
Nuvola Bianca abbandonò il tubo nelle mani di Pelé e prese un secondo involto anonimamente poggiato su una sedia. Lo fissò per un attimo e poi, con gesti precisi e lenti, quasi chirurgici, lo infilò nel tubo, sopra la polvere, calcando quanto bastava per farvelo aderire.
«Va bene. Ora la spoletta» concluse Capataz.
Trasse dalla tasca posteriore dei jeans una cordicella lunga tre dita imbevuta di una sostanza collosa e la mostrò agli altri.
«Adesso la sistemo» disse con fierezza.
Preso dalla tasca anteriore dei calzoni un coltellino svizzero di provenienza taiwanese, si avvicinò al tubo e, chinatosi su di esso, cominciò a raschiare quello che a tutta prima poteva sembrare un grumo di stucco rappreso. Finita l’operazione e asportato il materiale, sul lato del tubo apparve un foro di forma indefinita nel quale Capataz infilò a forza la cordicella. Da un barattolino che aveva preso dal cassetto del tavolo mentre dirigeva il travaso della polvere raccolse dell’altro stucco che applicò con cura sulla cordicella e attorno al foro facendo in modo che questo venisse otturato completamente.
«È fatta» disse a operazioni ultimate. «Mettiamolo in posizione.»
Si disposero in fila indiana. Capataz, ovviamente, in testa; dietro di lui Pelé e Nuvola Bianca, ciascuno reggendo un capo del tubo; a seguire Samir, Rudymetal e Rinco che chiudeva la fila.
Percorsero il corridoio in silenzio. Davanti alla porta d’ingresso si fermarono. Capataz socchiuse l’uscio, guardò fuori e, dopo un’accurata ispezione, diede l’ordine di avanzare. Contrariamente a quello che ci si sarebbe potuto aspettare, anziché scendere per le scale presero a salirle.
Arrivati all’ultimo piano, la fila si sfaldò e tutti si ammassarono davanti alla porticina che dava sulla terrazza condominiale. Capataz estrasse dalla tasca una chiave, la infilò nella toppa, diede due giri e poi spinse. Con un lamentoso cigolìo l’uscio si aprì sul freddo della notte.
«Avanti…» sussurrò Capataz.
Uscirono tutti all’aperto con la massima cautela. Capataz individuò il luogo adatto e fece segno a Pelé e a Nuvola Bianca di posizionare l’ordigno.
«Qui» ordinò reprimendo un brivido di freddo.
I due portatori eseguirono mentre gli altri si schieravano a rispettosa distanza.
«Sai che botto!» esclamò RudyMental ad un tratto.
«Lo sente anche mia gente in Nigeria…» disse Samir.
«Gli facciamo vedere le stelle!» aggiunse Nuvola Bianca.
«Le stelle…» fece eco Rinco.
«Basta così!» ingiunse Capataz. «Manca poco, ormai.»
Pelé guardò l’orologio: era l’unico che poteva vedere le ore al buio perché le lancette erano fosforescenti.
«Due minuti» disse.
Sessanta secondi trascorsero in un tempo che parve a tutti lungo come un secolo.
« Tutti al riparo! Accendo!» esclamò Capataz allo scadere del conteggio facendo scattare il Bic.
Ancora un minuto e il 2021 avrebbe lasciato il posto al 2022, ma nessun fuoco d’artificio avrebbe eguagliato il loro. Artigianale, sì, pericoloso, forse, ma sicuramente il migliore di quella notte magica. Che colpo!