Dàmmela

Giovanni Spirito

L’avevo capito quasi subito. Erano bastate poche parole per avere la quasi certezza che quella sera non me l’avrebbe data.
«Perché?» chiesi a bruciapelo.
Lei mi guardò appena.
«Non ne ho voglia…» rispose stirandosi languidamente sul divano.
«E se ti obbligassi a farlo?» la incalzai.
Sembrò riflettere per qualche attimo.
«Ti lascerei fare, naturalmente…» disse sottovoce «…ma non otterresti ciò che vuoi. Non è facile come pensi.»
Abbassai lo sguardo e piantai le unghie nella stoffa della poltrona per trattenere la mia frustrazione.
«Non posso costringerti» ribattei. «Ma saremmo in due a perderci, non solo io.»
Dischiuse le labbra in una specie di sorriso.
«Questo è quello che pensi tu. Io…»
Un rumore improvviso bloccò a metà la frase. Mi guardò con uno sguardo accusatore, poi girò la testa e fissò la porta chiusa della stanza in attesa di qualcosa che però non accadde.
«Siamo soli in casa» la rassicurai. «Non temere…»
Tornò a guardarmi.
«Non ho paura. Nemmeno delle sorprese inaspettate» rispose.
Lasciai trascorrere ancora qualche attimo.
«Dàmmela, ti prego…» la implorai infine. «Sai che dopo…»
«No» m’interruppe decisa. «È roba mia e, se la devo dare a qualcuno, la do a chi voglio io.»
«Non puoi farmi questo!» gridai alzandomi in piedi. «Non è giusto… Non puoi lasciarmela vedere, lasciarmela sospirare e poi negarmela!»
Lei rise piano a quello sfogo improvviso.
«Sei proprio come un bambino capriccioso davanti alla caramella» affermò. «La vuoi solo perché, con l’istinto del maschio dominatore, sei convinto che averla sia un tuo diritto.»
«No…» ribattei scuotendo la testa. «La voglio perché non posso farne a meno… e tu non puoi…»
«No?» s’inalberò lei. «Non posso, dici? Posso, invece, perché è giusto così: sono io che decido per il sì o per il no. E non sei certo tu che puoi impedirmelo. E adesso…» aggiunse cambiando tono «…adesso dimmi che la vuoi, dimmelo ancora…»
Sentivo che stavo cominciando a tremare, sentivo la rabbia montami dentro, ma riuscii a trattenermi.
«Dàmmela… dàmmela, ti prego…»
Lei alzò le spalle con un gesto sbarazzino.
«Non mi basta… devi essere più convincente. Promettimi qualcosa in cambio.»
In quell’istante passò davanti ai miei occhi l’immagine di un’altra donna, quella che, ignara di quanto stava accadendo in quella stanza, mi aspettava con impazienza e con fiducia. Ma scacciai la visione.
«Io… io farò tutto quello che vorrai…» biascicai confuso.
«Tutto?» chiese lei. «Sei sicuro?»
«Sì, tutto…» confermai.
Mi osservò piegando la testa su una spalla, poi si guardò attorno e quindi tornò a posare lo sguardo su di me.
«Va bene» acconsentì. «Ma solo per questa volta e questa volta potrebbe essere l’ultima.»
«D’accordo» risposi in fretta tendendole una mano.
Lei guardò a lungo il palmo rivolto verso l’alto. Quindi con un gesto lento allungò il braccio fino a che il suo pugno fu sopra la mia mano. Quando allentò la stretta e la chiave della macchina cadde fra le mie dita tese sentii il freddo dell’acciaio quasi mutare in calore rovente.
Mia sorella è fatta così: un po’ dolce e un po’ crudele. Le piace vedere in chiunque la circondi, anche in me, la piena dipendenza dalle sue parole, dalle sue decisioni. C’è una punta di sadismo, in lei, che ha bisogno di essere accontentata.
Marisa mi aspettava a casa, come mi aveva promesso, e, come io le avevo promesso, sarei andato da lei quella sera. A trenta chilometri da Milano, dove abitavo io. Ma quell’accidente di nostro padre l’aveva regalata a mia sorella, la macchina, non a me: a quell’epoca io non avevo ancora preso la patente.