Figlio mio

Barbara Martini e Paola Pozzo

Mi chiamo Luca. È un nome banale, ma è il nome che ho scelto.
E scegliere è una cosa bellissima.
Solo mezz’ora fa, mi trovavo in un negozio di scarpe in corso Buenos Aires e stavo scegliendo un paio di stivali. Di cuoio con la punta o neri classici?
– Sì, il 42 è perfetto.
La commessa mi ha porto la scatola. Di cuoio con la punta, e sia.
Poi, con gli stivali nuovi sono entrato in un negozio di cravatte. Solo cravatte.
Cravatte in vetrina, sugli scaffali, cravatte sui manichini e sui modelli fotografati alle pareti. Cravatte di ogni colore.
Scegliere una cravatta è stata la cosa più importante, dopo il nome. Lo so, non è la cravatta che fa di un uomo, un uomo. Ma è la cravatta che fa di un uomo, un uomo che si sta per sposare. Ci siamo, la settimana prossima sarò il marito di Francesca. Il marito, capite?
Forse non v’importa niente della mia storia, che è uguale a tante altre storie.
Nasci donna ma donna non ti senti, ti comporti da maschiaccio e finché sei piccola passi, ma poi le cose devono cambiare. Man mano che cresci il maschiaccio non va più bene e allora iniziano i conflitti.
Poi arriva il giorno in cui tutto cambia. Fai un percorso che ti porta a essere un uomo, finalmente.
Il nome l’hai scelto prima. Più o meno quando avevi cinque o sei anni. Almeno io, alle elementari, scrivevo Luca sui quaderni. Poi scegli se farti crescere la barba oppure no, perché nel frattempo gli ormoni hanno fatto il loro lavoro. E lo hanno fatto pure bene. Mi sono usciti dei muscoli che neanche in un anno di pesi in palestra, giuro. Fino a poco tempo fa non avevo il 42 di piede. E neanche questa voce spessa.
Ma torniamo al negozio di cravatte. Il commesso mi consiglia, si accorge che sono impacciato, che forse in vita mia non ho mai messo una cravatta. Ne provo tante, faccio il nodo alla bell’e meglio. E lui mi aiuta. Con la cravatta che mi cade sul petto, sul petto piatto, mi sembra di nascere per la prima volta, e di farlo lì, in quel momento, in quel negozio.
Scelgo quella gialla. Non è elegante, dite? Non è solo il colore che fa di una cravatta, la cravatta perfetta. È anche la forma, lo stile, come ti cade sul petto. E poi Francesca sarà vestita di giallo. Non so altro. Lo sposo non può vedere la sposa prima del matrimonio. L’unica cosa che so è quella. Il colore, e basta.
E so che quel giorno mi raderò meglio. Un po’ di barba la lascio. Ormai copre la fossetta sulla guancia, la fossetta che piaceva tanto a mia madre. Ora, di tanto in tanto, la sorprendo, mia madre, a cercarla. E quando le sfugge un sorriso, capisco che l’ha trovata e con essa ha trovato di nuovo l’amore per un figlio.
«La vuole tenere su?» il commesso mi fissa, e fissa la cravatta. Certo che no, mi ero solo imbambolato di fronte allo specchio.
In strada il sole si spande in Buenos Aires, l’avessi tenuta in dosso sarebbe stata lucente, proprio come il sole.
Mi viene in mente mio fratello. Lui ha tre anni più di me. L’altro giorno mi fa: meno male che prima eri una femmina, se no mi avresti rubato tutte le fidanzate. E scoppia a ridere.
Non sa che una volta gliel’ho rubata lo stesso, la fidanzata. Mi sono sempre dato da fare, prima d’incontrare Francesca. Ora no, perché va bene tutto, ma la fedeltà è la cosa più importante. Come fai a sposarti se ti piace girare per altri giardini?
Non so come mi sia uscita questa cosa dei giardini, non fateci caso, sarà che la settimana prossima mi sposo e non sto più nella pelle, quasi parlo a vanvera. O sarà che le donne non sono mica come i fiori che puoi farne un mazzetto, portartelo a casa e poi vedi se preferisci la margherita, la rosa o la viola. Che poi non sai se sia meglio una rosa rossa o una bianca oppure una rosa gialla. E anche le margherite, quelle bianche o quelle gialle? Insomma, non è facile scegliere un fiore. È più facile scegliere una cravatta, credetemi.
Mentre cammino per il corso Buenos Aires mi sembra di non arrivarci più a Loreto. Con questo caldo la strada pare sciogliersi e diventare un fiume di catrame bollente. Hanno ragione quelli che dicono che a Milano in estate non ci puoi vivere. Ma io c’ho vissuto sempre. Anche quando ero piccolo, anche quando ero un ragazzino e tutti gli amici andavano al mare o al lago. O piuttosto all’Idroscalo. Io mica potevo andarci. Mica potevo mettermi in costume. Tutti l’avrebbero capito che non ero un maschio. Chi era abituato a vedermi vestito, mi avrebbe guardato con occhi diversi. Perché certe cose, un conto è immaginarle, un conto è vederle.
E mentre cammino immagino Francesca con l’abito giallo e i capelli neri lunghi fino alla vita. Quel giorno sarà di certo diversa da come la immagino. Potrà essere meglio, potrà essere peggio, ma comunque diversa.
Ancora pochi passi e sono a Loreto. Adesso che è agosto, piazzale Loreto non si riconosce quasi. Poche persone, caldo sfinente. Pochi clacson.
Lei vive in viale Monza, proprio all’angolo. Non le dirò niente della cravatta. Non glielo dico che ne ho preso una gialla. Anzi, non le dico neanche che ho preso una cravatta. Tanto lo immaginerà. Oppure no. Mica mi ha mai visto con la cravatta. Sempre jeans e stivali a punta. Forse immagina che quel giorno mi faccia dare una mano da mio fratello a vestirmi, o da mio padre. Che al limite saranno loro a farmi il nodo alla cravatta, una cravatta qualunque, che sta su tutto, che sia un abito grigio oppure blu.
Ma non è mica un funerale. Basta grigi e blu. Mi vestirò di bianco. Con la cravatta gialla.
E pensare che quando ero una donna… una donna no, non la sono mai stata, diciamo che quando ero una femmina, odiavo il bianco. Se mi parlavi di una camicia bianca o una maglia bianca guai, e i pantaloni bianchi peggio che andar di notte. Vestirmi di bianco era come andare in giro nudo. Che poi dovrei dire nuda, visto che ero ancora una femmina. Ma invece dico nudo, perché mi sono sempre sentito un maschio.
In quel periodo però l’aspetto non era quello, non era da maschio, e così il bianco non potevo neanche vederlo. Il bianco segnava i fianchi, le tette, il culo. E se anche facevo di tutto per nascondere le forme, mi sembrava che il bianco le riportasse fuori tutte, tutte insieme.
Ecco, fra una cosa e l’altra, sono arrivato a Loreto. Qui non ci vive solo Francesca, che già basterebbe a fare di Loreto la zona più bella di Milano, qui un anno fa parlai con mio padre. Giravamo in tondo. Avremmo fatto sì e no quattro giri del piazzale. Lui parlava del più e del meno, tipo quanto era contento quando hanno fatto la metropolitana, così evitava di farsela a piedi o in bicicletta, oppure che i lavori in via Padova ci volevano proprio.
Ma a un tratto, si fermò. C’era il semaforo rosso, quello dei pedoni. Restò lì, immobile, anche quando scattò il verde. Si girò verso di me e disse: figlio mio… e continuò a parlare. Ma io non capii più niente. Non sentii più la sua voce. E tutto il rumore intorno si azzerò. Mi girava la testa, vacillai. Lui continuava a parlare, diceva un sacco di cose e io non capivo un accidente. Sentivo sempre quelle due parole: figlio mio.
Non mi aveva chiamato Luca, non ancora. Ma neanche Anna, il nome che avevano scelto lui e mia madre, quando nacqui. Aveva detto figlio mio. Sì, l’aveva detto. Aveva detto proprio così.