Giallo

Tiziana Mocchetti

La macchina gialla veniva giù sparata dalla collina.
Il matto al volante doveva essere proprio tale. Sotto il sole a picco, l’auto prendeva le curve su due ruote, facendo stridere le gomme sull’asfalto dissestato, il motore ruggiva come un branco di leoni scatenati e le gomme scaraventavano dietro di loro una nuvola di polvere e pietrisco. In mezzo al baccano, potevo sentire addirittura il gracchiare disperato della leva ad ogni cambio di marcia e il lamento prolungato degli organi meccanici sottoposti a quella inutile, frenetica tortura.
Quando l’ho vista per la prima volta stavo arrancando su per la salita pigiando sui pedali della mia bicicletta, male in arnese –va detto subito– ma ancora in grado di farmi sentire come un corridore professionista intento a scalare il Mont Ventoux. A dire il vero, prima di vederla, avevo sentito il rombo del motore che come un tuono rotolava giù per i fianchi della collina e avevo alzato lo sguardo con una certa preoccupazione. Solo dopo una macchia gialla era sbucata tra il fogliame, qualche centinaio di metri sopra di me, sfrecciando via come un bolide di formula 1, lasciandomi di stucco per la sorpresa.
Non era la prima volta che percorrevo quella strada che, del resto, era l’unica possibile per raggiungere la villa. Conoscevo piuttosto bene chi vi abitava e, soprattutto, conoscevo Marianna, la figlia del fattore che aveva cura dei vigneti e dei campi digradanti verso il fondo della valletta. Di età indefinita, grande e grosso come un marcantonio, rude nei modi e di poche parole, il fattore sovrintendeva i contadini e, in tempo di vendemmia, gli avventizi chiamati a raccogliere gli splendidi grappoli d’uva dorata.
Ero giovane, allora, forte e coraggioso, piuttosto incosciente, ma –e non so ancora oggi spiegarmene la ragione– la vista della macchina gialla lanciata a tutta velocità per la china mi aveva dato l’impressione di rappresentare un pericolo imminente. Per me, naturalmente: non pensavo affatto al destino di chi reggeva il volante del bolide, chiunque fosse.
Forse ho tardato un attimo di troppo o forse era giunta, del tutto inattesa, la mia ora. Fatto sta che, malgrado i segnali d’allarme che mi lanciava la mente, non mi sono tolto dal centro della carreggiata. Fermata la bicicletta e messo un piede a terra, ero rimasto lì, dove mi trovavo ancora, immobile come un palo. In attesa dell’attimo successivo.
La macchina gialla era sbucata all’improvviso dalla curva in cima alla salita ed era piombata giù come una furia. Avevo chiuso gli occhi e atteso l’impatto mortale.
Che non c’è stato.
Con uno stridore spaventoso di freni sollecitati al massimo, l’auto si è arrestata a pochi centimetri dalla ruota della bici, sollevando una nuvola di polvere.
Per qualche istante non è accadduto nulla, ma poi il vetro di un finestrino si è abbassato e un volto indistinto si è affacciato, ma non so dire se fosse di un uomo o di una donna.
«Sei fortunato» mi aveva detto una voce bassa e roca. «Non sei tu l’uomo che sto cercando.»
Ero fradicio di sudore gelido e non avevo risposto. Mi sono limitato a guardare il viso di chi aveva pronunciato quelle parole senza peraltro individuarne i tratti.
«Togliti da lì» aveva imposto la voce.
Mi sono ridestato dall’incubo e, afferrato il manubrio, malfermo sulle gambe, avevo ubbidito.
Ingranata la marcia, la macchina gialla era schizzata via lungo la discesa alle mie spalle.

Il corpo del fattore era stato rinvenuto la mattina dopo ai piedi della scarpata che limitava la strada. Non era ferito, se non per qualche scalfittura dovuta ai rovi incontrati mentre scivolava giù, verso il fondo, proprio fino al bordo del ruscello dove si era arrestato.
«Un infarto» aveva diagnosticato il medico. «Faceva molto caldo, ieri pomeriggio e lui non era più un giovanotto. Il cuore non ha retto allo sforzo di pedalare in salita e…»
Nessuno ha mai menzionato la macchina gialla, nessuno l’aveva vista, e io, con i miei sospetti, non volevo passare per il matto del paese anche se, forse, sapevo come erano andate le cose…

Da quando è accaduto il fatto, scanso sempre le macchine gialle. Non so con precisione per quale motivo mi comporto così, ma ho la certezza che quel giorno, su quella salita, ho incontrato la Morte. Non usa più la falce, come un tempo: anche lei si è modernizzata.
Da molto tempo evito di salire anche sui taxi: da quando un’ordinanza del Comune di Milano ha preteso che fossero tutti quanti di un bel giallo vivace. Ma io non mi fido…