I gialli dell’Atellano

Andrea Calderoni

Sono Ambrogio. Da dodici anni abito di fronte a Santa Maria delle Grazie, a Milano, nella casa degli Atellani. Forse, la conoscerai con un altro nome: la Vigna di Leonardo, perché proprio qui il Genio di Vinci ebbe in dono da Ludovico il Moro sedici pertiche di vite, ancora oggi coltivate in un rigoglioso giardino. Sono nato poco distante, ma nemmeno due giorni e mi sono ritrovato qui, da dove raramente mi sono allontanato. Amo la mia dimora, non la baratterei con nulla al mondo. È elegante, storica e pittoresca.

E poi qui quasi mai sono solo. Ogni giorno osservo e annoto volti e movimenti di centinaia di visitatori. Sì, visitatori. La casa degli Atellani è, infatti, un grande patrimonio cittadino. Attrae e rilassa. Distoglie e affascina.

Vivo insieme alla mia famiglia. Siamo rimasti in tre, gli altri alloggiano altrove, come mio cugino Ottavio, oggi splendido residente in Porta Romana con zia e zio. Mi accomuna a lui il colore degli occhi. Nei giorni tersi le nostre pupille si accendono e ripulsano di giallo. In tanti ce lo invidiano. È un giallo misterioso, quasi magico, e basta uno sguardo per penetrare, nel bene e nel male, nelle anime degli interlocutori. Non so di preciso da chi lo abbiamo ereditato, credo dal ramo di mio padre. Learco, però, non ha mai avuto occhi così. Anzi, da un paio d’anni sono tristi e mesti, a lutto, proprio come quelli di Alfonsina, mia madre, la seconda e ultima mia coinquilina. I loro sguardi non gioiscono più, la loro voglia di vivere se n’è volata via in una tiepida mattina di ottobre, quando il mio fratellino Gianni, a soli otto anni, è stato travolto dal furgone di un corriere, a tre traverse dalla nostra casa. Non c’è stato nulla da fare, nonostante i soccorsi.

Ero legato a Gianni. Insieme giocavamo tanto in giardino, tra i filari di vite. Non nascondo che la litigata ogni tanto ci scappava, come quella volta per aggiudicarsi l’ultima tenera carezza della signora Fumagalli, una cara amica di famiglia. Ne uscì una baruffa esilarante e imbarazzante, a ripensarci!

Ma l’affetto, quello vero, non mancava mai. Un momento della giornata Gianni e io amavamo particolarmente: quello della buona notte. Gli impegni diurni sullo sfondo, un ricordo ormai soltanto quasi vagheggiato. Noi due pronti a coricarci nei nostri caldi e accoglienti materassi. Il bacio di Alfonsina e… l’immancabile storia di Learco.

«C’era una volta – papà cominciava sempre così – il nostro avo Pantaleo. Insieme al nobile signor Giacometto, fu il primo a giungere in Lombardia». Bastavano queste poche, epiche parole e Pantaleo rinasceva davanti a me. Lo immaginavo disorientato nella nebbia milanese, lui abituato ad Atella, nel cuore della Basilicata. Lo pensavo con il suo mantello ocra, sempre impeccabile, soprattutto quando veniva ricevuto da Ludovico Sforza. «Un giorno, sarà stato l’inverno del 1496 – come amava ripetere Learco, scoppiando sempre a ridere – rischiò di rovinare l’appuntamento galante del Moro con la sua nuova ultima conquista, Lucrezia Crivelli». E continuava animando il tono della sua voce: «Il Duca aveva perso completamente la testa per la dama di compagnia della moglie Beatrice e il primo a scoprirlo fu proprio il nostro Pantaleo. Si aggirava non distante da qui, nei pressi del castello, per la sua classica passeggiata pomeridiana, quando incrociò lo sguardo di Ludovico. Il Moro era distratto, stranamente scomposto, e non era da solo: stretta al suo fianco, splendida, c’era Lucrezia. La vista di Pantaleo ridestò il duca che si irrigidì come un gatto quando fiuta la preda. Era stato scoperto! Si separò in un batter d’occhio da Lucrezia e con passo felino avvicinò Pantaleo, ammonendolo bonariamente: “Mi fido di te, acqua in bocca!”. Gli strizzò l’occhio e se ne tornò, con un riso per lui innaturale, tra le braccia di Lucrezia. Per sua sfortuna, il segreto durò neanche una settimana e la gelosia di Beatrice divampò in tutto il ducato, ma l’antenato nostro fu fedele, non spifferò nulla: per la nostra famiglia la parola data è da sempre sacra!».

Ma Pantaleo ha avuto un altro onore. Conoscere a fondo, quasi come nessuno, gioie e turbamenti di Leonardo da Vinci. Questa vigna era un’isola di tranquillità per il Genio, intento in quei giorni a dipingere l’Ultima Cena. «Il nostro avo confessore di Leonardo da Vinci: ci pensate! – ricordava entusiasta papà nelle nostre serate spensierate -. Non passava giorno che i due non si incontrassero. Di ritorno dal cantiere, Leonardo si sfogava. Dall’arte alla scienza, dalla filosofia alla matematica: gli parlava di ogni suo dubbio, di ogni sua paura, senza retorica, molto schiettamente. E poi lo stordiva con frasi in codice, anagrammi e rebus che puntualmente annotava sul taccuino. Chissà Pantaleo cosa capiva!». A papà piaceva soprattutto un aneddoto sul loro rapporto, lo raccontava sempre, a chiunque. «Erano in contrasto solo in cucina: uno amava la carne, soprattutto quella degli uccelli selvatici, l’altro era vegetariano e, quando vedeva un volatile in gabbia, lo liberava – diceva sogghignando Learco -. Un fine cacciatore contro un sensibile naturalista: la discussione era assicurata!».

Gianni e io avremmo ascoltato quelle storie tutta la notte e incessantemente chiedevamo «ancora una, ancora una». Riavvolgere il nastro dell’epopea familiare era, come si sarà capito, una delle principali passioni di papà e puntualmente ci accontentava. «La sapete quella di Romildo?». E noi fingendo: «No, no. Quale?». «Dai, quella di Romildo, l’aggressore di Gianna Casati, moglie dell’ingegner Ettore Conti, l’unico senatore a non indietreggiare nemmeno di fronte a Mussolini!». Alla parola aggressore la mia mente, che naturalmente conosceva già la storia, iniziava a pulsare e a inebriarsi. L’idea di un parente un poco losco mi gasava. I miei occhi gialli si illuminavano come fanali per l’emozione e Learco che non poteva che proseguire: «Era un’afosa mattina d’estate quando in casa Atellani risuonò “io qui non ci vivo!”. Erano urla di donna, una donna furente con il marito. Romildo, frastornato, entrò in salotto e osservò infastidito la scena. “Noi meritiamo di meglio Ettore, questa è una topaia. Guarda là che pena!” urlava la signora rivolgendo lo sguardo verso l’apparentemente innocuo Romildo. A quelle parole il mio bisnonno si ridestò. Uscì in un batter di ciglia l’orgoglio che ci contraddistingue da generazioni, perché nessuno può infangare la nostra dimora. Due passi gli bastarono per trovarsi alle spalle della dama. Tutto fu velocissimo. Ne seguì un grido acuto, un “maledetto” e una grassa risata dell’ingegner Conti, coronata da un “ben ti sta!”». E al «ben ti sta!» partiva l’ovazione mia e di Gianni. Romildo da avo veniva elevato alla stregua di un dio. Learco, superbo narratore, si leccava i baffi per un’altra serata coi fiocchi.

Questo è il passato. Oggi Gianni non c’è più, il papà è silente e malinconico. E io? Cerco di non perdermi d’animo. Accolgo turisti e curiosi, tramando la favolosa storia della mia famigliola. Ora, anche tu sai dove trovarmi: casa degli Atellani, corso Magenta 65. Non puoi sbagliarti: miagolo, faccio le fusa e ti abbaglio con i miei occhi gialli. Fuori il naso, ti aspetto!