Il coronamento di un sogno

Sergio Brambilla

Dopo quarant’anni di lavoro, per Ambrogio è finalmente arrivato il momento della meritata , e a volte sospirata, “collocazione in quiescenza” –come si dice oggi– ma, come invece era parlare comune della Milano alla fine degli anni ’60, “de andàa in pension”.
Durante l’ultimo giorno di lavoro, i colleghi e il capo ufficio hanno festeggiato Ambrogio e il raggiungimento del “traguardo finale” (comprensibili i continui gesti apotropaici da parte del neo pensionato) con pasticcini e spumante, con qualche parola nostalgica, con le immancabili prese in giro e, magari, anche con un po’ d’invidia degli ormai ex colleghi. Gli si prospettano lunghi giorni da trascorrerre in dolce far niente, di ore da riempire, tra il risveglio mattutino e il sonno della sera, di ripetuti mugugni della moglie («Te ste semper in mezz ai pée…»), di interminabili partite a carte con gli altri nelle medesime condizioni, di lettura del giornale sparapanzato su una panchina dei minuscoli giardinetti davanti a casa. E basta.

Che cosa può fare per alleviare la noia? È ormai una settimana che gironzola sperso per casa in ciabatte, che si affaccia al balcone della sala per guardare le finestre chiuse del palazzone di fronte, che scende in cortile in cerca di un passatempo, uno qualsiasi.
Preso da un certo senso di nostalgia, questa mattina si è alzato alle sette in punto, si è sbarbato, ha indossato il vestito “da lavoro”, con giacca e cravatta, è uscito di casa alle otto e ha preso il tram. Sceso alla fermata di piazza Cadorna, si è diretto con passo sicuro verso il palazzone della Montecatini e ha varcato il portone, non senza provare un pizzico di emozione.
«Buongiorno, signor Ambrogio» lo ha salutato il portiere riconoscendolo. «Come mai da queste parti?»
«Eh…» ha cincischiato lui. «Sa com’è… i colleghi, la nostalgia dell’ufficio, volevo…»
«Ho capito» fa l’altro. «Ma, mi scusi, lei non fa più parte del personale operativo per cui…»
«Per cui?» domanda Ambrogio con tono bellicoso.
«…per cui non posso farla passare. Mi dispiace davvero, ma le norme aziendali…»
Ambrogio ci resta di sasso. Ma come! Era una colonna dell’azienda, lui! Capo contabile con quarant’anni di esperienza, mai sbagliato un conto, mai fatta un’assenza, ogni volta che il direttore chiamava lui rispondeva “Presente!» disponibile a qualsiasi incombenza. E adesso? Adesso via, scaricato, rottamato, dimenticato, eliminato fisicamente –non proprio, magari, non ancora– ma moralmente distrutto. “Kaputt! come diseven i crucc in temp de guèra quand mazzaven un quej vun de nun.
Ambrogio guarda il portiere con aria di sfida, resta lì, impalato, per qualche secondo ancora, ribollendo di rabbia, ma poi, ricacciando indietro il magone, gira le spalle senza nemmeno salutare e se ne va.
Cammina per un po’ dirigendosi verso largo Cairoli. Si ferma, osserva la statua a cavallo di Garibaldi che campeggia nel bel mezzo dello slargo, scuote il testone e poi riprende a ciabattare senza una meta precisa; all’improvviso, mentre mette un piede dietro l’altro, comincia a balenargli un’idea che, scacciata sul nascere, ritorna a solleticarlo invadente e che, dopo qualche riflessione, gli appare come geniale.
Me compri l’automobil! Con i danée de la liquidazion, me compri la màchina. E dopo sì che me divertissi a andà in gir tutt’el dì.
Detto fatto. Salta sul tram numero cinque, che passa di lì proprio in quel momento (un segno del destino?) e fila verso viale Lunigiana da dove –lui lo sa– partono gli autobus per Cinisello Balsamo. E Ambrogio sa anche che, proprio a Cinisello, in uno spiazzo immenso ai margini del paese, tra questo e Sesto san Giovanni, è appena sorto l’Automercato, un mercato all’aperto dove si vendono e si comprano auto usate di ogni marca, colore e, soprattutto, di ogni prezzo.

Quando sbarca dall’autobus, proprio davanti all’ingresso dell’Automercato, Ambrogio rimane senza fiato: dinnanzi a lui si stende a perdita d’occhio un mare infinito di automobili ferme, lucide, in attesa di un compratore. E lui è lì proprio per comperarne una.
Si avvia con passo deciso e comincia a perlustrare la zona sommersa da quell’esercito di auto.
Gira, scruta, guarda, si avvicina a una, tocca con mano un’altra, sfiora cento automezzi. Qualcuno sembra interessante, qualcuno gli piace davvero, qualcun altro no: troppo piccolo o troppo grande, ma, soprattutto, sono tutti quasi sempre al di là della sua portata economica: troppo cari per le sue magre tasche. Per accontentare il suo desiderio sarebbe necessaria una montagna di soldi e, malgrado abbia messo in banca la scarsa liquidazione che gli è stata elargita magnanimamente dalla Montecatini –liquidazione della quale la maggior parte è stata incamerata dalla moglie con un eloquente: «Se sa mai… on doman che te tirassen via la pension per scarso rendimento in sul pajon, se trovariom con el cu a moll. E alora i danée i a ciapi mì.»– Ambrogio rimane a bocca asciutta e deluso.
Sta per andarsene, ingoiando il secondo magone della giornata, quando l’occhio scappa, sfugge, segue linee impreviste e si ferma su una Seicento nascosta tra un autocarro OM che avrà almeno un secolo di vita e un motocarro Guzzi (che ci fa un motocarro in mezzo alle auto?) nato, anche lui, prima della seconda guerra mondiale. Ma è lì, è lei. Lui la guarda e la Seicento risponde al suo sguardo attraverso i vetri sporchi dei suoi fari. Un tempo, quando è uscita dalle linee di montaggio della Fiat, doveva essere di colore bianco, ma il tempo, si sa, beltà cancella, e adesso è di una tinta indefinita, ricoperta di unto e di macchie di toni diversi, con qualche ammaccatura (“Roba da niente” si dice l’Ambrogio) sulla carrozzeria. Dalla targa si evince che avrà più o meno vent’anni (“Apena pussé d’una tosetta…” si consola Ambrogio) e lui si innamora a prima vista. Ci gira attorno, la guarda ben bene, la accarezza, la corteggia, la adula. E lei, compiaciuta, lascia fare. Insomma si piacciono a vicenda e, guardandoli da fuori, si potrebbe addirittura pensare che stiano facendo l’amore come due gatti.
Ambrogio si precipita in un ufficio, pesca un addetto alle vendite, gli si siede di fronte e comincia la trattativa d’acquisto.
Il venditore, vecchio volpone ed ex commerciante di cavalli, non si lascia sfuggire la ghiotta occasione e propone un prezzo inverosimile.
«Ho solo trentamila lire…» cincischia l’Ambrogio tirando fuori dalla tasca il vecchio portafoglio.
«Molto bene! Perfetto!» esclama l’altro. «L’anticipo è coperto.»
«Ma…»
«Su, su, non si preoccupi: trenta cambialette da ventimila lire l’una e la macchina –una gran bella macchina, devo dire– è sua. Pensi che fortuna…» aggiunge il tiranno con tono da cospiratore «…ho persino il permesso d’uscita già bell’e che compilato e firmato dal direttore della Motorizzazione. Può tornare a casa in macchina!»
Ambrogio è annichilito dalla parlantina sciolta dell’altro e lo guarda con occhio smarrito.
«Lei sta fa facendo il più grosso affare della sua vita, caro signore» annuncia il despota. «Su, prenda la mia penna e firmi qua.»
Ambrogio è ormai perso. Firma remissivo il contratto di vendita e trenta cambiali precompilate da ventimila lire cadauna. Alla fine della cerimonia, il cerbero gli consegna un mazzo di chiavi arrugginite, gli spiega come fare per uscire dal recinto di quel girone infernale e lo accompagna alla porta.
Prima di abbandonarlo al suo destino, mentre gli stringe vigorosamente la mano, il satanasso gli offre le ultime indicazioni.
«Sicuramente c’è poca benzina nel serbatoio…» dice. «Ma sa com’è: alle macchine ferme da tempo la benzina non serve.»

Con le ultime gocce di carburante, Ambrogio riesce ad arrivare fino a casa. Per camminare, cammina, la Seicento. C’è qualche rumore di troppo, la marmitta è bucata, mancano i sedili posteriori, la tappezzeria è lisa, la stoffa del posto di guida è consumata fino alla trama. L’auto non è in condizioni ottimali, certamente, ma Ambrogio si consola: dopo vent’anni trascorsi nelle vesti di facchino di un imbianchino, non si può davvero pretendere che sia perfetta, ma tutti i colori di cui è macchiata la carrozzeria fanno tanta allegria…
Parcheggia con una certa fatica davanti al bar; i compagni di interminabili partite a scopa d’assi sono sbalorditi e osservano la scena con stupore. Lui scende dalla macchina, non guarda nessuno, non commenta e si infila nel portone di casa.
Saliti i tre piani di scale, spalancato l’uscio e dichiarato alla moglie che per quella sera non avrebbe cenato, l’Ambrogio si infila sotto le lenzuola e s’addormenta di colpo.

La mattina dopo, alzato, sbarbato, rivestito, Ambrogio si affaccia al balcone. Eccola lì, è lei. Allora non si è trattato di un sogno: è realtà.
Mentre sta beatamente perdendosi in fantasie di viaggi e avventure, da dietro l’angolo della via sbuca un furgoncino che con fragore di freni torturati si ferma proprio a fianco della sua Seicento. Spalancate le portiere, dal camioncino scendono alla spicciolata quattro operai in tuta uno dei quali regge amorosamente un fiasco di vino rosso. Gli altri tre, aperto il portello posteriore, scaricano invece una serie di attrezzi, cartelli, pali, transenne. Queste ultime vengono posizionate sul marciapiede e, dopo un’abbondante sorsata di vino cadauno, i quattro compari cominciano a picconare il selciato.
Ambrogio, attonito, osserva dall’alto i lavoratori che, con impegno degno di miglior causa, si danno alacremente da fare. “S’hinn drée a fàa?” si chiede con una certa curiosità.
La risposta arriva dopo una mezz’ora. Alla fine dello sterro, viene piantato un cartello che Ambrogio, dalla sua posizione, non riesce a vedere bene; preso da ansia, il nostro si precipita per le scale, scende di corsa i tre piani e sbuca dal portone di casa come un uragano proprio nel momento in cui gli operai terminano di cementare la base della piantana sulla cima della quale fa bella mostra di sé un cartello tondo, bianco e rosso, nuovo fiammante.
«Porca miseria!» esclama Ambrogio. «Ma è un divieto di sosta!»
Immediatamente allarmato, fruga nelle tasche dei pantaloni, trova la chiave, apre la portiera, si siede al volante, infila la chiave e tira la levetta dell’accensione del motore.
Ma…
Zero. La macchina, la sua adorata Seicento non accenna a partire, non dà alcun segno di vita. E probabilmente è proprio così: si è addormentata per l’ultima volta ieri sera, forse felice, e…
Ambrogio, annichilito, scende, guarda la macchina, accarezza la carrozzeria, vorrebbe darle un bacio, ma si trattiene. Non si sa mai, la gente potrebbe fraintendere…
Pazienza…” si dice “…me tocarà pagà ‘na multa al dì…