Il pegno d’amore

Tiziana Colosimo

La luce di un’alba nebbiosa filtra attraverso le persiane socchiuse.
Disegna arabeschi sul muro della camera, piccole pallide stelle che dissolvono il velo oscuro della notte.
Una notte insonne, la nostra ultima notte.
Fisso il soffitto in penombra e lascio scorrere i pensieri, quel fiume irruente che mi ha impedito di riposare.
Sento ancora sulla pelle l’euforia e l’ebrezza di ieri sera, gli echi degli applausi scroscianti nella brillante serata al Teatro alla Scala, esibizione che ha concluso la tournée europea dell’Orchestra Filarmonica.
La musica è tornata.
Dopo il lungo periodo di lockdown, finalmente la musica è tornata a vivere.
Per troppi mesi un virus incontrollabile ha sbarrato le porte dei teatri e delle sale più prestigiose, ha spento le luci della ribalta cancellando concerti, prove, balletti, opere liriche e impedendo ogni forma d’arte. Un microscopico e letale organismo ha imprigionato la musica, costringendola in un mondo di silenzi e di immobilità. Sui palchi di tutto il mondo è calato il sipario, come un incantesimo che avvolge ogni cosa con il suo velo fatato, silenzioso e innaturale.
Tacevano il canto e gli applausi del pubblico ma non taceva il mio cuore, traboccante d’amore.
Io, un direttore d’orchestra maturo ed affermato e lei, un’affascinante arpista di gran talento.
Una passione nata tra gli spartiti, fiorita tra una melodia e un ritmo sincopato. Una delicata storia che, fin dall’inizio, aveva avuto il sapore di un’illusione e che si era dissolta ancor prima di sbocciare. Un romanzo d’amore in cui, sul più bello, erano state strappate le ultime avvincenti pagine.
Eleonora… quante volte l’avevo sognata durante l’isolamento aspettando il momento di poterla rivedere, immaginando il nostro incontro, sperando che anche lei soffrisse per la nostra lontananza. La mia solitudine aveva amplificato in modo esponenziale il desiderio di lei, portandolo al limite del reale e dell’immaginario.
E poi la rinascita: la musica ritorna, i teatri riaprono le porte, i palcoscenici si riempiono di luci, di note, di colori e il pubblico appassionato ricomincia a riempire le platee. L’incantesimo si scioglie.
Riconquisto il mio posto sul podio, riprendo la bacchetta e sento rinascere la magia della musica, sento l’emozione che vibra e che percorre come una scarica elettrica tutta l’orchestra, sento l’adrenalina che stimola i miei gesti.
E soprattutto rivedo lei, Eleonora.
Meravigliosa accanto al suo strumento dorato, elegante ed altera. Creatura affascinante, fasciata nell’abito da sera che scolpisce il suo corpo, disegnandone le forme procaci. Il suo sguardo attento, le mani agili e le dita che accarezzano morbidamente le corde dell’arpa e del cuore.
Ieri sera l’ultimo concerto della tournée, in un tripudio di emozioni e di gioia. Il suo sorriso, gli abbracci, la festa, lo champagne mi risucchiano in una vertigine amorosa, in un’ebrezza che stordisce, in una spirale di passione senza ritorno.
Ora Eleonora è distesa accanto a me, supina, le gambe tornite allungate sotto le lenzuola, il piccolo piede curato che sporge dal candore del lino, le braccia abbandonate come durante una pausa di respiro musicale.
Le accarezzo il viso dai lineamenti delicati sentendo la pelle ancora liscia e vellutata. Dalle palpebre socchiuse, le ciglia ombreggiano le gote, donando al viso un pallore innaturale. I capelli biondi sono sparsi sul cuscino, in ciocche scomposte, lucidi e setosi. Un ciuffo ribelle le nasconde in parte la fronte, lo sposto delicatamente.
Sospiro e provo ad alzarmi. Ho la mente annebbiata e la testa pesante.
A poco a poco riprendo le forze e mi trascino verso il bagno. Lo specchio mi restituisce l’immagine di un uomo spettinato e stanco. La gioia della sera precedente ha lasciato il posto ad una profonda tristezza che lentamente sta diventando disperazione.
Torno in camera e riprendo i miei abiti, quello smoking che solo poche ore prima indossavo con orgoglio e portamento e che ora sembra il vestito di uno spaventapasseri sulle mie spalle curve.
Alzo la cornetta del telefono e compongo un numero di poche cifre, facile da ricordare.
Alla voce assonnata dall’altro capo del filo do l’indirizzo dell’albergo e chiedo che mi vengano a prendere.
Sta per calare il sipario sulle ultime note dell’ultimo atto.
Indosso il soprabito ed infilo in tasca il programma del nostro ultimo concerto.
Il ricordo di una serata che sta già sbiadendo.
A terra è morbidamente stropicciato l’abito da sera di Eleonora, gettato all’aria nell’impeto della passione. Luccica ancora sotto i raggi di una pallida aurora milanese.
Mi avvicino a Eleonora e bacio le sue labbra, fredde come le ultime parole che ha pronunciato.
Frasi lapidarie, decise, che non concedono scampo ad un cuore ferito e innamorato: una notte sbagliata, un errore da cancellare, una passione mai nata, una famiglia da cui ritornare.
Un suono che non è musica si avvicina, in un crescendo rossiniano.
Gli arabeschi sul muro ora si tingono di blu, sono piccole stelle intermittenti, astri lampeggianti, segnali di lucida follia.
L’auto è arrivata, mi stanno aspettando.
Addio, dolce Eleonora.
Ti lascio una rosa, una piccola rosa rossa all’altezza del seno.
Una macchia vermiglia che spicca sulla tua camicia da notte di seta bianca.
Un delicato fiore che circonda il foro del proiettile che ha fermato il tuo cuore.
Il mio pegno d’amore.