Il poeta e la bambina

Piero Borzini

Si era alzato presto, Luigi, quella mattina. Il letto vuoto, da quando la sua Lara era andata via, era diventato un oggetto insopportabile, come un richiamo senza risposte.

Aveva provato a farsi un caffè, ma lui, poeta per vocazione, era poco avvezzo alle cose pratiche. «Una vera schifezza, questo caffè», si disse a voce alta. «Una risciacquatura di piatti». Non sapeva organizzarsi. Si guardava attorno con lo sguardo sperduto, come chi si svegli in treno notturno in una stazione mai vista prima.

Aveva bisogno di attaccarsi a qualcosa che lo facesse sentire davvero a casa, tra le sue cose e i suoi pensieri. Alzò lo schermo del computer e aprì una pagina bianca. Voleva applicarsi all’unica cosa che sapeva di saper fare bene, scrivere. Voleva scrivere, DOVEVA scrivere … ma la pagina si ostinava a restare bianca. A voce alta, pronunciò parole, ombre di pensieri che avrebbero dovuto condurlo là, lui sapeva bene dove, in quel mondo dove nasceva l’ispirazione del suo poetare. Nulla. Le parole rimbalzavano sui muri e tornavano indietro vuote. Un lacerante rimbombo vuoto. Lara non c’era. Era lei che, intromettendosi tra le parole e i muri, dava un senso e una direzione alla loro eco.

Faceva anche un caldo insopportabile in casa. Questa interminabile estate, appiccicosa fin dalle prime ore del mattino, rendeva le giornate insopportabili. La vita tutta sembrava insopportabile. Decise di uscire. «Devo mettere il naso fuori di casa», si disse ancora ad alta voce. Prese con sé il portatile e uscì. A poche centinaia di metri da casa c’era un parchetto e, all’ombra degli alberi, qualche panchina proprio di fronte ai giochi per i bimbi. Si sedette. Aprì il computer e subito la stessa pagina bianca di prima si mise a fronteggiarlo, ostile e ostinata nel suo vuoto biancore.

Fu lei, la bambina, a venirgli vicino. «Ciao, signore. Cosa stai facendo?». A quelle parole improvvise, Luigi sobbalzò, risvegliandosi dal torpore che lo aveva seguito da casa fin lì, dentro al parchetto. Guardò quasi allarmato quel minuscolo esserino biondo dai capelli di un giallo quasi irreale. Doveva avere meno di tre anni. «Già così piccola, coniuga stare con il gerundio». Colpito dal proprio pensiero, tra sé e sé continuò: «Se uno, guardando un bimba così piccola, per prima cosa pensa al gerundio, costui dev’essere un po’ fuori di testa. Ecco perché Lara se n’è andata». Pensò a Lara, e alle parole che ultimamente gli ripeteva sempre più di frequente: «Di che cosa vive, Luigi, un poeta? Di parole, rime, metafore? Nient’altro? Non è che un poeta, magari, mangia, beve, paga l’affitto, va a fare la spesa, sparecchia ogni tanto la tavola?». Era diventato quasi un mantra. Lo rimproverava sempre più spesso, Lara, per quel suo vivere chiuso nel confortevole guscio protettivo del poeta, affrancato da ogni incombenza pratica che affidava a lei in tutto e per tutto. Poi, da un giorno all’altro, la casa era rimasta vuota. «Ciao, signore. Che cosa stai facendo?», ripeté la bambina. Si riscosse: «Ehm … ciao piccola. Cerco di scrivere e di pensare, E tu che stai facendo?». «Faccio merenda … giallo banana, vedi?».

«Lo vedo… È buona la banana?».

«Sì… È buona. Poi berrò un succo … giallo limone, vedi?».

«Lo vedo… E dopo aver bevuto il succo, che cosa farai?».

«Raccoglierò un po’ di fiorellini … vedi nel prato? Giallo margheritine, giallo tarassaco, giallo mimosa, giallo violette del pensiero, giallo calendula, giallo dente di leone …».

«Bambina enciclopedica …», pensò Luigi, ma intanto il tempo trascorreva, trasportandolo lontano dalla sua pena. Improvvisamente, però, si riscosse e il suo dolore si fece di nuovo sentire, non meno acuto di prima. Quasi avvolto dalla tela che la bambina sembrava avergli imbastito attorno … «Giallo afflizione … giallo prostrazione», pensò. Poi, a corto di idee e di originalità, le chiese: «Ma tu, piccola, come ti chiami?».

«Non ho nome … chiamami fatina, se vuoi, oppure Campanellino, come mi chiamava il vecchio Peter prima di crescere … Dai, torna a casa adesso, signore, non c’è nessuno che ti aspetta? È tardi, torna a casa …». Così dicendo, la piccola corse via, lasciandosi dietro un’impalpabile scia di minuscolissime pailettes gialle che scivolavano via dal suo svolazzante vestitino.

Tornò a casa, Luigi, frastornato e quasi certo di aver sognato.

Nel buio delle scale, seduta sugli scalini di fronte alla porta di casa, Lara lo aspettava. Era tornata e vestiva un abito giallo, quasi un segnale, quasi un simbolo di forza interiore. Era un abito, quello, che Luigi non le aveva mai visto indossare.