Il prima e il dopo

Fabrizio Leonardi

C’è sempre un prima e un dopo nelle cose.
C’è sempre un prima e un dopo negli eventi importanti di una vita, ma anche in quelli più piccoli e insignificanti. Sempre che ci siano eventi insignificanti in una esistenza.
Se dovessi individuare una data specifica tra il mio prima e il mio dopo, sceglierei il 15 marzo 2007. Quella mattina, come ogni mattina, saluto mio figlio e do’ un bacio a mia moglie prima di uscire di casa, alle 7.15, per recarmi al lavoro in centro. Come ogni mattina prendo il 15 e scendo in Duomo, poi due passi a piedi ed entro in banca alle 8.00.
Inizio a lavorare ma non mi accorgo subito delle dodici chiamate senza risposta sul cellulare. No, sono troppo concentrato sul lavoro, finché mia moglie non chiama direttamente in banca. Non ricordo bene le parole, ricordo però come se fosse oggi lo stato alterato della sua voce, la confusione e il panico che trapelavano, potenti e devastanti come una bomba.
Era successo qualcosa a nostro figlio. Un incidente. Era grave; dovevo correre all’ospedale san Paolo.
Non ce lo fecero vedere, era in rianimazione; lottava tra la vita e la morte. Un concetto strano, troppo astratto per essere compreso. Non dormii e non mangiai per due giorni. Ricordo solo di aver bevuto quantità enormi di the.
Il terzo giorno ci dissero che nostro figlio era fuori pericolo.
Era vivo, ma avrebbe vissuto una vita diversa.
Mentre si recava a scuola era svicolato sui binari del tram e il motorino gli era venuto addosso, schiacciandolo contro il marciapiede.
Ci dissero che il cervello non aveva subito danni ma che sarebbe rimasto per sempre su una sedia a rotelle.
Io e mia moglie non lo accettammo mai. Forse avrei preferito che un maledetto pirata della strada lo avesse investito, almeno avrei avuto qualcuno con cui arrabbiarmi, con cui bestemmiare ogni giorno della mia vita. Ma così con chi potevo prendermela? Potevo prendermela con un binario del tram che era lì da cento anni?
Sperai in un miracolo perché pregare un dio per un miracolo non potevo farlo.
Non accadde nessun miracolo.
Attenzione, per miracolo non intendo quello che potreste immaginare voi. Nostro figlio non si sarebbe alzato come quel personaggio del Vangelo. Io speravo in un altro miracolo: che ritornasse tanta luce in lui e, di riflesso, in noi. Perché da quel giorno “il dopo” fu un dopo fatto solo di grigio e di silenzio. Mio figlio si chiuse in sé; mia moglie si chiuse in sé; io mi chiusi in me.
Era il migliore della classe, abbandonò la scuola al terzo anno e non ne volle più sapere. Per sempre.
Mia moglie sfiorì in pochi mesi, diventando l’ombra di se stessa.
Io mi concentrai sul lavoro, ma non riuscii più a provare alcuno stimolo.
Gli psicologi non ci furono di nessun aiuto.
Se solo fosse stato investito da un pirata della strada… adesso ci sarebbe forse un dopo diverso.
Avevamo una casa grande, ad un certo punto mi trasferii in un’altra stanza. Con mia moglie non ne discutemmo nemmeno. Non ce ne fu bisogno. Nei silenzio eterni che seguirono, quel “dopo” fu una cosa estremamente naturale. Il giorno dopo quel 15 marzo in un appartamento in via Giambellino a Milano si ritrovarono a convivere tre esistenze spezzate. Spezzate allo stesso modo; spezzate in modo diverso, non solo concretamente nel fisico.
Dopo mesi di angosciosa convivenza – esistenza non posso dirlo perché per me quella non era più una esistenza, e cosa pensassero mia moglie e mio figlio non posso dirvelo, non ci parlavamo più-, mio figlio venne nella mia stanza e mi chiese se potevo comprargli un BigMac che lui avrebbe farcito con dei funghi porcini sottolio della gastronomia vicino alla banca dove lavoravo.
Una richiesta assurda? Forse però in quel momento per me era la più normale del mondo. Non chiesi il perché; perché era una domanda stupida. Due minuti dopo ero fuori casa e correvo come un matto per prendergli quell’hamburger e quei funghi. Era passato un anno dal dopo ed era la prima volta che vedevo della luce sul suo volto.
Fu il pranzo più bello della mia vita.
Presi anch’io qualcosa, non ricordo il nome del menù, ma lo trovai meraviglioso, perché fu la luce di mio figlio a rendere tutto fantastico.
In questi cinque anni mi sono aggrappato a lui, al nostro menù. Mia moglie è sempre lì, da qualche parte in casa. Non parliamo molto. Anzi, non parliamo affatto, sembra che non abbia mai accettato il nostro dopo; nel suo dopo non ci sono io e, forse, c’è solo un’immagine fantasma di nostro foglio. Però non ne sono sicuro, ormai siamo due estranei che condividono delle bollette.
Mio figlio ha ripreso anche a studiare; legge tantissimo. Ha fatto l’esame da privatista e adesso è iscritto al secondo anno di ingegneria. Sta molto su internet. Non è felice, ma almeno è sereno. Dice sempre che quel BigMac e quei funghi così speciali gli hanno salvato la vita.
Fino ad oggi.
Sono sul tram 15 e sto rientrando con i nostri menù da asporto. Ho la gola secca, la testa che mi scoppia, lo stomaco che si schiaccia. La gastronomia mi ha comunicato che l’azienda che produceva quei porcini è fallita. Hanno un nuovo prodotto. L’ho preso solo per disperazione, ma mio figlio sarà in grado di accettare questo “dopo”? Avevamo uno schema e lo schema è saltato, ed io stavolta maledico l’entità suprema, perché un accanimento del genere non ce lo meritiamo.
Così ho deciso in questi venti minuti di tram che se mio figlio non accetterà questo dopo, perché la cosa è possibile, nemmeno io lo accetterò e non ci sarà nessun dopo, tranne che per mia moglie. Lei sarà libera di autodeterminarsi.
Ho le mani che tremano un po’, mancano solo due fermate.
Gli spiegherò le cose, senza dirgli che quello stupido di suo padre poteva accumulare scorte di quei funghi sott’olio; ed in base alla faccia che farà, comprenderò lo stato d’animo. E poi…

Eccoci a casa. Lui è in cucina, io appoggio i sacchetti sul tavolo e li apro. Si espande per tutta la stanza un odore di fritto untuoso. Un odore buonissimo. Poi gli faccio vedere il nuovo barattolo di funghi e gli spiego come sono andate le cose.
Vedo la sua faccia. Sento il suo stato d’animo.
In un istante comprendo quale sarà il nostro “dopo”.
Mi alzo e vado verso la cassettiera delle posate.