Il volto del traditore

Elena Tosetti

Giacevo sdraiato nel fango della strada, quasi incosciente, con la schiena poggiata al muro di una casupola. La pioggia fitta scivolava dai capelli alla fronte, al viso e aveva infradiciato le vesti lacere che ricoprivano alla meglio il mio corpo ossuto e scarno. Mi sentivo come uno scheletro che persino la Morte aveva rifiutato di accogliere.
Un tempo ero stato un soldato del duca, uno dei migliori. Avevo l’armatura da guerra, la spada, lo scudo e cavalcavo uno splendido roano che l’esercito ducale mi aveva affidato. Avevo combattuto, avevo vinto molte battaglie e ne avevo perse altrettante, ma mi ero sempre battuto con valore in difesa del mio signore. La guerra con Venezia, che si era attestata sulle rive dell’Adda, durava da più di trent’anni: l’espansione della Serenissima in terraferma era ormai cosa fatta; tuttavia, l’alleanza dell’ultima ora di Firenze con Francesco Sforza, il mio duca, stava ponendo un freno alla minaccia della città lagunare e aveva permesso il ritorno a Milano di Francesco. Si mormorava addirittura di una pace vicina sotto l’egida di papa Nicola Quinto.
Facevo parte del presidio di Chiari quando accadde. L’esercito di Niccolò d’Este aveva posto l’assedio alla città e noi, uno sparuto gruppo di soldati, fummo sconfitti dopo una valorosa resistenza. Nell’ultimo scontro prima della ritirata un colpo d’ascia nemica mi ferì alla gamba destra, ma, pur dolorante e preda di un’emorragia violenta, riuscii a riparare con altri pochi compagni nel campo amico. Il chirurgo che mi prese in consegna fu drastico: amputazione dell’arto dal ginocchio in giù per scongiurare la cancrena e permettermi di sopravvivere.
Impiegai mesi per tornare a ragionare da uomo, ma, nel frattempo, l’esercito non aveva più bisogno di me e mi aveva scacciato. Uno sciancato non può combattere.
Ero giovane, allora, e pieno di forza e coraggio, ma il destino, giorno dopo giorno, si è accanito contro di me come un lupo fa con l’agnello. E ho perso anche quell’ultima battaglia, ho perso la dignità umana e sono sprofondato nella miseria.
La mia esistenza si avvia alla conclusione e mi trovo solo, senza amici, senza mezzi. Ho vissuto come ho potuto, ho chiesto l’elemosina per le strade di Milano, ho ricevuto scherno; ho chiesto aiuto alla chiesa, ho avuto un rifiuto; ho rubato vesti per coprirmi e cibo per sostentarmi, sono stato frustato e buttato nel fango. Infine, sono stato dimenticato.

In quell’ombra indefinita che gravita tra la veglia e il sonno, questi pensieri brillano per un attimo nella mente per sprofondare subito nell’oblio sostituiti da altri più pressanti e più immediati: cercare un riparo dalla tempesta, del cibo per lo stomaco vuoto da troppi giorni. Sopravvivere. Sopravvivere per vendicare il torto subito. Quante volte ha pensato, sperato, di vendere al nemico i piani e le strategie di quello che un tempo è stato il suo esercito… quante volte ha sognato di tornare a Milano a cavallo, con uno scudo nuovo, una nuova armatura e un vessillo stretto in pugno, e sfilare trionfante davanti agli Sforza, vinti, sotto le insegne di Venezia o di un’altra potenza nemica… Ieri Francesco, oggi Ludovico. Un tradimento? Sì, un tradimento: solo questo avrebbe forse soddisfatto il suo desiderio di rivalsa. Ma durante gli anni gli eventi avevano preso altre direzioni, altre strade, strade umilianti e penose che lui non poteva, non voleva più sopportare e temere…

I suoi sensi, memori dell’addestramento agli antichi, lunghi turni di guardia, avvertono d’un tratto l’avvicinarsi di un passo fra lo scrosciare della pioggia. Socchiude cautamente gli occhi e intravede un’ombra farsi vicina. Non si muove e attende con le poche forze rimaste e i nervi tesi, pronto a scattare per difendersi dall’aggressore.
Ma non accade nulla di ciò che in un primo momento ha temuto. L’uomo –ché di un uomo si tratta– si ferma e lo squadra torreggiando sopra di lui.
«Sì…» lo sente borbottare. «Sì, è lui… questo è il volto adatto…»
Non capisce. Di che volto parla, lo sconosciuto? Del suo? Apre gli occhi e si trova a fissare un viso ignoto, la barba fluente, gli occhi profondi e scrutatori, le vesti ricche di quello che, a tutta prima e pur non essendo un nobile, è senza dubbio un uomo importante.
«Che vuoi?» chiede.
L’altro lo fissa, sorride.
«Il tuo volto» risponde.
«Perché?»
«Perché in te alberga un desiderio pericoloso: il tradimento. Te lo leggo nello sguardo e io ho bisogno di un traditore.»
«Mi hai forse preso per Giuda?»
«No, ma lo diventerai…»
«Sei pazzo…»
«Neppure: sono solo un pittore. Mi chiamo Leonardo e sono tosco.»
«Tieniti lontano da me, non sai chi sono. Io…»
«Alzati e seguimi» lo interrompe Leonardo. «Avrai un riparo, delle vesti, da mangiare e da dormire. Vieni con me.»

Il vecchio soldato, alle sue spalle, osserva il pittore mentre dà alcune pennellate di ritocco a una figura della sua opera, una grande opera sulla parete di fondo del refettorio della chiesa di Santa Maria delle Grazie, appena fuori dalla porta occidentale della città.
«Cercavo una vendetta…» mormora.
«Lo so» risponde Leonardo senza voltarsi e senza smettere di lavorare.
«…e l’ho avuta. L’ho avuta nel tuo affresco, Maestro.»
Il pittore sospira, depone il pennello e si volta.
«Sì, Maestro… quando, fra mille anni, le genti future si saranno scordate di Francesco e di Ludovico, io sarò invece lì, in mezzo agli altri discepoli, e tutti vedranno il mio volto. Grazie a te, io non morirò mai.»
Leonardo scuote il capo.
«È il volto di un traditore: è quello di Giuda…» dice.
Il vecchio annuisce mentre un lieve sorriso si staglia sulle sue labbra.
«Un traditore, dici? Sì, anch’io avrei voluto tradire il mio signore, ma non l’ho fatto… e, chissà, in fondo nemmeno lui, Giuda Iscariota, lo ha fatto veramente… forse non ha tradito il Signore, come tutti credono; forse è stato solo lo strumento di una volontà superiore alla sua…»

Il vecchio soldato aveva ragione. A più di cinquecento anni di distanza, noi possiamo guardare il suo volto, un volto che ci racconta una storia che, in fondo, non conosciamo davvero.