La casa

Gaia Lanotte

Era la notte della Vigilia, la città era illuminata come un abito lustrinato, le finestre delle case erano sguardi accesi sul mondo; dentro i loro tepori privati, tutte le famiglie avevano riversato le considerazioni di fine anno, le speranze per quello nuovo, i buoni propositi accesi dall’appetito ghiottone che classicamente si risveglia nei periodi di festa, dall’attesa socialità festaiola e dall’immancabile desiderio di essere più buoni e felici.
Anche la casa di Linda, vista dallo scrutatore esterno, era perfettamente incastonata nell’atmosfera da presepe che regnava ovunque. Brulicava di gente che si abbracciava, si baciava e andava e veniva carica di scatole colorate e infiocchettate a dovere. Aveva un aspetto fiabesco, con la sua facciata quadrata, il tetto spiovente, i muri color crema, il giardino pettinato dal bel tappeto erboso, gli alberi dalla foggia geometrica, le sedie a dondolo disposte ordinatamente nella veranda affacciata sul giardino. Qualcuno all’interno stava suonando una musica nostalgica ma i volti degli astanti non sembravano curarsene, avvolti dal tiepido manto dei caminetti scoppiettanti e delle loro danze di fuoco. I divani, le poltrone e le sedie erano impegnati a trasmettere il massimo comfort alle sezioni dei corpi che vi si appoggiavano, i tavoli imbanditi emanavano richiami aromatici, gli abiti delle persone fluttuavano leggeri, come i loro desideri che si libravano dalle iridi scintillanti fino all’alto dei cieli. Ogni oggetto collaborava a rendere l’atmosfera di trasognato calore domestico così intensa, che le mura della casa non potevano più trattenere tutta quella magia. Che infatti, come una voluta di fumo, iniziò a incanalarsi nelle fessure delle finestre e, con il suo profumo irresistibile, raggiunse la strada, dove passava, solo come sempre, Mimì, un ragazzino di strada che bighellonava qua e là non avendo di meglio da fare.
Mimì interrogava spesso il cielo, le stelle e i loro messaggi intermittenti, cercando una risposta alla sua condizione di estrema solitudine, e anche quella sera passeggiava con il naso rivolto all’insù, in cerca di chissà quale conforto.
Poi la vide, seduta al davanzale della finestra. Era così minuta e preziosa, aveva in sé tutta la luce della luna, e stava rannicchiata sull’orlo del vuoto a guardare in alto, proprio come lui. – Che fai lassù? La tua casa è in festa, non sei con loro?
– Non ho voglia di stare con le persone, vorrei ascoltare la voce delle stelle. E tu chi sei, che vai per strada tutto solo nella notte? – Chiese la bambina.
– Lo saprai se scendi nel giardino, e mi lasci scavalcare il tuo cancello senza farne parola. –Mimì tremava dal freddo e forse anche per via di un’oscura forma di felicità. Linda si calò dalla finestra della camera al giardino sottostante senza che nessuno se ne accorgesse, mentre Mimì saltava la cancellata.
Senza parlare, si avvicinarono fino a che non furono uno di fronte all’altro con gli occhi saldamente ancorati, le dita delle mani intrecciate.
– Si sta alzando il vento, verrà tempesta. – bisbigliò Mimì all’orecchio di Linda.
– Ma in inverno non si sono mai visti temporali. Obiettò lei – Eppure deve accadere – riprese lui mentre, tenendola per mano, la accompagnava sotto l’albero più imponente del giardino, il grande abete tutto luccicante di addobbi. – Sai, si dice che gli eventi meravigliosi si manifestino attraverso l’incredibile. E cosa è più incredibile di un temporale con lampi e tuoni a dicembre? –
Il vento aumentò il ritmo della sua cavalcata, le nubi oscurarono all’improvviso il prato di stelle sopra le loro teste, il freddo si fece una morsa feroce. Mimì strinse forte Linda e le chiese di non muoversi. – Non temere – disse, ci sono io. E lei non ebbe paura del sibilo e del boato, non si mosse di fronte alla pioggia ghiacciata che iniziò a precipitare con il peso dei sassi, prima sulla sua fronte poi ovunque, fino a ricoprire tutta la terra intorno.
– Guarda – le disse – arrivano i lampi, sono più potenti di tutte le luci di Natale – Lei guardò, e vide bagliori gialli in fondo al cielo, seguiti da fragori e saette che cercavano di ferire la terra. Sembrava un enorme campo di battaglia, sembrava l’ultimo giorno del mondo.
Poi una lama di luce raggiunse l’abete sotto cui i due bambini riparavano le loro fragili vite. E lo stroncò. L’albero precipitò sulla casa, causando un cortocircuito che provocò un incendio da cui nessuno uscì vivo. Nessuno, tranne Mimì e Linda, rimasti immobili a osservare la scena.
Mentre le fiamme divoravano l’edificio Mimì iniziò a scavare una buca nel punto in cui le radici dell’abete erano emerse dalla terra. – Cosa cerchi sotto l’albero del mio giardino? Chiese Linda,
– Qualcosa che è qui da prima che arrivassi tu. Le mostrò prima un femore, poi i resti
di due mani unite, infine due teschi. – Ecco quel che resta dei miei genitori, li ho seppelliti qui dieci anni fa prima di abbandonare la casa. Poi baciò sulla fronte Linda: – Seguimi, anche tu sei libera ora.
Linda portò la mano di Mimì sul suo cuore. – Buon Natale- disse.
Sì allontanarono, e nessuno li vide mai più.