La notte degli Europei

Maria Elisa Gualandris

Giallo. Spingo sui pedali. Forse riesco a passare. Non posso permettermi di perdere cinque minuti all’incrocio. Passato il semaforo, devo svoltare a destra e proseguire ancora per un paio di chilometri. Il navigatore dello smartphone, che ho assicurato al manubrio della bicicletta in modo artigianale, ma funzionale, non sbaglia mai.
Questa notte a Milano si suda. L’aria è bollente. In giro non c’è nessuno. Tutti a casa, a mangiare pizza, sushi o indiano e guardare la finale degli Europei. Pare che l’Italia possa vincere. In tal caso, spero di non trovarmi in mezzo ai festeggiamenti. Che, questa sera, sono più importanti della necessità di mantenere il distanziamento sociale. Domani devo alzarmi presto, altrimenti la tesi del dottorato non la finisco più.
Un altro semaforo. Ancora giallo, ma i miei piedi volano e la velocità mi fa provare l’illusione di sentire un po’ di fresco sul viso.
Non vedo l’ora di farmi una doccia, anche se Kim protesterà perché la sveglio. Non è colpa mia se va a letto alle 22, perché il giorno dopo ha lezione alla scuola di moda. Sempre che Josè non sia chiuso in bagno a videochiamare la fidanzata, i parenti e praticamente tutta la Spagna. Il mio piccolo appartamento cosmopolita, con questo caldo, rischia di esplodere tra conflitti e rivendicazioni. Già è difficile condividere spazi ristretti, ma, con 30 gradi è praticamente impossibile. E c’entrano poco le culture differenti.
Via Manzoni. I negozi sono chiusi, le serrande abbassate. Una ragazza avvolta in una vestaglia colorata cammina pettinandosi, con una spazzola, proprio come se si trovasse di fronte alla specchiera del bagno. Quello che ho sempre amato di questa città sta tutto nel suo camminare e spazzolarsi, in vestaglia, senza che nessuno la trovi pazza, o fuori luogo. Non come succedeva a casa mia, dove bastava sedersi su un muretto a leggere un libro anziché guardare le partite su Sky al bar della piazzetta o giocare a calcio al campetto per essere considerato un “originale”. Che, in parole povere, significa un emarginato.
Sorrido, mentre sfreccio sulla strada, superando un monopattino elettrico, e penso che ora che pedalo per la città deserta sì che sono un emarginato, ma per ben altre ragioni.
Un messaggio whatsapp di Caterina. Vedo la notifica sullo schermo, ma non posso leggerlo ora che ho il navigatore inserito e mentre sto pedalando contromano per raggiungere prima la mia destinazione. Purtroppo con il fuso orario non è facile sentirsi. Le risponderò più tardi, tanto non ho particolari notizie da darle. Qui è tutto come al solito.
Devo chiamare anche nonno Giuseppe. Mi sento in colpa per non essermi fatto vivo da qualche giorno. Me lo vedo, seduto davanti alla partita, sulla sua poltrona. Stasera andrà a letto molto più tardi rispetto ai suoi standard per tifare l’Italia. Il paese che, come la bella Lucia, che sarebbe mia nonna, lo ha fatto sospirare quando cucinava piatti di spaghetti per gli svizzeri di ritorno dalle piste da sci, in un ristorante chic sulle Alpi. Ci è tornato da signore, in Italia, con un bel gruzzolo in banca e in mano le chiavi di una pizzeria tutta sua.
Dev’essere bella la sensazione che si prova quando si riesce a ottenere il proprio riscatto sociale, attraverso il lavoro e la propria fatica. Non capisce come sia diventata oggi la sua Italia per me e per chi come me la notte attraversa la città in bicicletta. Quand’ero piccolo, nonno mi raccomandava sempre: “Studia, non passare la vita a spaccarti la schiena come ho fatto io”.
Ho seguito il suo consiglio. Ho studiato, tanto, sempre. Non ho mai smesso. E ora sono qui. Una borsa termica gialla sulle spalle a pedalare, con immigrati, disoccupati sessantenni, liceali e quarantenni che non hanno ancora deciso cosa fare nella vita.
Il fiato inizia a farsi corto e le gambe faticano. Mancano pochi metri alla mia destinazione. Il navigatore mi segnala che ci sono. Un ultimo semaforo. E’ uno dei tanti cantieri che si aprono in estate, quando c’è meno traffico. Senso unico alternato. Lo vedo mentre il verde lascia il posto al giallo. Un lampo. Di solito c’è tempo sufficiente, tra il giallo per chi proviene da una direzione e il rosso per chi si trova dalla parte opposta.
Di solito. Non stasera. La strettoia è più lunga di quanto immaginassi. Le luci mi abbagliano quando ormai è troppo tardi. Cerco di frenare, ma è inutile. Vedo il manubrio della mia bici alzarsi verso il cielo e per un istante mi sembra quasi di volare, in questa rovente notte milanese. Mi sembra di sentire delle urla di gioia mentre finisco sull’asfalto. Forse l’Italia ha vinto. Nonno Giuseppe sarà contento. L’ultima cosa che vedo, a terra di fianco a me, è la borsa termica gialla che contiene pizze e sushi che non arriveranno mai a destinazione.