La penna che salva le penne

Silvia Basile

«Mi sentivo una nuvola carica di pioggia che non riusciva a scatenarsi in un temporale. Accumulavo gocce, mi gonfiavo sempre più e non c’era possibilità di svuotarmi.
Ero sull’uscio, immobile e immerso nei miei pensieri quando decisi di accendermi una sigaretta. Mi avrebbe sicuramente aiutato a calmarmi.
La stringevo tra pollice e indice, fino ad appiattire leggermente il filtro e mi guardavo la mano, a metà strada tra lo spaventato e l’eccitato. Appoggiai la sigaretta ancora spenta in bocca e sfregai la testa del fiammifero sulla carta vetrata. Ho sempre trovato rilassante il rumore dello zolfo che si incendia, ma preferisco la visione del fuoco che si nutre così lentamente e al contempo voracemente del legno. E se in quel momento avessi continuato a fissare il fiammifero mi sarei dovuto scusare con le dita.
Accompagnai la fiamma sulla punta della sigaretta che si annerì leggermente. Aspirai.
Sentivo il maledetto bisogno di buttar fuori tutta quella pioggia che portavo dentro. Decisi così di suonare il campanello.»

L’autrice interrompe la lettura di un passo del suo ultimo giallo La penna che salva le penne. Solleva gli occhi dalle pagine e davanti a sé il pubblico della Mondadori Duomo si scioglie in un fragoroso applauso.

Meta, è così che si faceva chiamare Melina Tartaglia, scrittrice siciliana trapiantata a Milano. Col tempo aveva imparato ad amare la città, cosa che, invece, non era mai riuscita a fare col suo nome. “Melina” proprio non le andava giù e sin da quando era piccola nutriva il desiderio di diventare famosa per poter finalmente scegliere un nome d’arte nel quale riconoscersi. Sognava di fare la cantante, o meglio la cantautrice. Il mestiere di scrittrice però non le dispiaceva affatto, se non fosse per quelle maledette scadenze imposte dalla casa editrice.
Era amata dai suoi lettori e si dimostrava molto disponibile con loro: firmava autografi, scambiava volentieri due chiacchiere e rispondeva a quasi tutte le mail che le inviavano.
Ciò che la spingeva a comportarsi così era soprattutto la paura che un giorno tutto questo potesse di colpo sparire. Con il passare degli anni, il suo più grande timore stava diventando purtroppo realtà. Era al suo quarto romanzo quando, calata la motivazione, iniziava a perdere visibilmente la scena. Sui social il numero dei suoi follower era sceso a quattro cifre. Durante le presentazioni riconosceva nel pubblico sempre gli stessi volti: la coppia di ragazzi con lo spettinato spinone, la sua vicina di casa con la figlia ventenne, il suo amico Dario, l’uomo dal buffo berretto, l’anziano signore che non si separava mai dalla sua Canon e altri pochi lettori i cui volti le erano diventati ormai familiari.
Meta, durante gli eventi, ormai stentava sorrisi e ascoltava quasi annoiata i soliti complimenti.
La coda per il firmacopie de Le ombre del passato era lunga infatti poco più di tre metri.
La stilografica smise di collaborare proprio mentre stava firmando il libro dell’uomo col berretto, che nervosamente, quasi eccitato, iniziò a rovistare nella tracolla in cerca di una penna. La trovò e gliela porse dicendole che poteva tranquillamente tenerla.
L’abbandono da parte della sua stilografica era per Meta l’ennesimo segnale: anche la penna aveva smesso di credere in lei.

A casa di Meta squilla il telefono. Il suo editore, senza troppi giri di parole, è deciso a interrompere la collaborazione.
Sapeva che questo giorno sarebbe arrivato prima o poi, ma aveva bisogno di sentirsi sbattere quelle parole in faccia.
Si precipita in camera da letto per indossare qualcosa e correre in redazione ma sente suonare il campanello. Dallo spioncino scorge solo una macchia di colore e sente una voce dall’altra parte della porta: «C’è una consegna per Melina Tartaglia.»
Meta apre e riconosce immediatamente quello sguardo, quel volto, quel berretto. L’uomo, senza lasciarle neanche il tempo di pensare, entra in casa, con un calcio chiude la porta e l’afferra. Lei, dimenandosi, sottrae prontamente qualcosa dallo svuotatasche sul mobile dell’ingresso e gli sferra un colpo netto al collo. Realizza che lo ha appena colpito con una penna, quella che lui stesso le aveva regalato durante l’ultima presentazione.

Dopo un anno, ritrovata la forza e la determinazione, conclude il suo ultimo romanzo La penna che salva le penne, capolavoro vincitore di premi, tradotto in diverse lingue, firmato Melina Tartaglia.