La piazza

Carlotta Politi

L’uomo si sporse in avanti e guardò la piazza, parecchie decine di metri sotto di lui. Nell’impercettibile chiarore che scopriva il cielo ad oriente, rimase per qualche minuto a fissare intensamente il disegno del pavimento sottostante che si dipanava, simile a un serpente inanimato, fino alle case di fronte, fino ai palazzi e ai portici sui lati quasi perdendosi nella sottile nebbia del mattino. Conosceva ogni tratto di quella superficie marmorea, ogni curva, ogni angolo; spesso ne aveva calpestato la pietra e ogni volta ne aveva inteso il calore estivo o il freddo invernale, ormai ne conosceva le misure perfette, tanto da poterla percorrere ad occhi chiusi, ma soprattutto ne intendeva la voce… sì, la voce che ogni giorno gli aveva sussurrato parole che lui non era mai riuscito a comprendere. Qual era il significato di quei suoni ora cupi ora dolci, ora scanditi ma sempre simili a un canto? Forse non lo avrebbe mai saputo. Anzi, certamente, visto che ciò che lo attendeva nei prossimi istanti glielo avrebbe impedito per sempre. Spinse lo sguardo più lontano, cercando ancora una volta, per l’ultima volta, di carpire il segreto della piazza, ma la caligine, muovendosi sinuosa come l’onda di un mare appena increspato, ben presto nascose alla vista i tenui colori delle pietre confondendoli in una macchia grigia.
«Che cosa aspetti?» chiese una voce alle sue spalle.
L’uomo non si mosse: conosceva l’identità di chi aveva pronunciato quelle parole anche se, in realtà, non aveva mai visto il suo volto.
«L’alba» rispose dopo qualche istante. Non si girò neppure, non ce n’era bisogno.
«Il sole?» replicò la voce. «Perché? Che cosa speri?»
L’uomo scosse adagio la testa.
«Nulla» rispose. «Nulla e tutto… il sole è calore, luce, vita: tutto ciò che mi manca… ma ora lasciami in pace ancora per un po’: il tempo non è ancora venuto, ma gioca a tuo favore. Lo sappiamo entrambi.»

Trascorsero pochi minuti e finalmente il disco solare apparve a est. Una lama di luce sembrò partire dal centro dell’astro e, come una folgore potente, percorrere in pochi attimi la distanza siderale che separava la stella dall’uomo fino a colpirlo in pieno volto. Nel medesimo istante in cui avvenne l’impatto, da ogni angolo della piazza si alzò un rombo maestoso che, dapprima simile a un confuso gorgoglìo, si trasformò in quello che alle orecchie dell’uomo suonò come un inno di gloria di immane potenza e bellezza cantato da un coro invisibile.
In un crescendo di incomparabile sonorità, il suono si innalzò fino a lui, scalò le guglie, raggiunse la statua dorata e, libero come solo un’aquila può essere, raggiunse il cielo. Poi superò le nubi, si sparse nell’universo fino alle stelle più lontante, oltre le galassie celesti e qui rimase per un tempo che parve infinito a colui che, finalmente, aveva ottenuto le risposte che cercava.
Poi, pian piano, la melodia si attenuò, si affievolì e infine tacque del tutto.

«Sei pronto?» chiese la voce con tono impaziente.
«Sì» rispose l’uomo. «Adesso finalmente so, ho capito ciò che la piazza aveva da dirmi. Ora so chi sono, chi sono stato e ciò che ho fatto; so che tutto questo, tutto quello che i milanesi vedono ogni giorno, senza forse rendersi conto della sua bellezza, è opera mia, del mio intelletto, dei miei studi, dei miei progetti, del mio ingegno. Nella mia vita precedente non ho potuto vedere l’opera finita, un’opera che forse non avrà mai termine, ma adesso riconosco la mia mano in ciò che vedo e capisco ciò che non avevo compreso finora. Io oggi mi chiamo Simone Orsenigo, ma al mio nome manca una piccola cosa, un piccola preposizione, per essere completo. Ora so che io sono, e sono stato, Simone da Orsenigo, architetto e ingegnere, colui che ha posto la prima pietra del Duomo.»
Pronunciate le ultime parole, Simone da Orsenigo si volse verso la voce alle sue spalle.
«Ora sono pronto» disse semplicemente.
L’altra figura uscì dall’ombra. Quando la vide, Simone non seppe trattenere un fremito di orrore e di paura. Ma la Morte non si impietosì.
«Andiamo, quindi. È l’ora» sentenziò.