La sciura di Milano

Emanuela Melesi

La zia Adriana era una sagoma: imprevedibile, fantasiosa, simpatica ed impeccabile nella sua mise di sciura milanese, la preferivo tra tutte, specialmente quando piombava all’improvviso a casa nostra per portarmi in centro a fare shopping o a prendere il gelato seduta al tavolino in Galleria.
In zia Adri non trovavo nulla fuori posto o di cattivo gusto, adoravo persino la sua erre moscia, il modo in cui accavallava le gambe magre e nervose e i gesti eccentrici delle mani affusolate che disegnavano nell’aria strane figure. Quando poi raccontava storie incredibili, vere o non vere non l’ho mai saputo, sulla sua vita da sciura, poteva apparire un po’ snob, ma lo faceva per evitare persone non gradite.
E poi, cosa di non poco conto, lei mi trattava da grande, anche se ero una bambina.
Zia Adri abitava nell’attico sconfinato di un palazzo signorile in viale Corsica, poco distante dal centro di Milano dove trascorreva la maggior parte del tempo e si capiva subito che il centro, col Duomo, la piazza, la galleria, i negozi, le mostre e cosi via non rappresentava semplicemente il cuore pulsante di Milano, bensì il cuore pulsante della sua stessa vita. Conosceva tutti i locali più esclusivi, pranzava da Cracco, anche se trovava monotona la sua cucina o alla Terrazza sopra la Rinascente, si infilava da Peck per una spesuccia e non rientrava senza fare un salto in via della Spiga o in Monte Napoleone a salutare le commesse che confidenzialmente definiva le sue ragazze e alle quali, talvolta, portava le brioches.
Zia Adri era adorabile, per strada la guardavano tutti ed io mi sentivo importante al suo fianco e mi sforzavo di imitarla, anche se ai miei non piaceva poiché, dicevano, che se la tirava troppo, ma io la conoscevo e sapevo che non era così.
– Sta’ a vedere Cosetta.
E metteva in scena pezzi di teatro:
– Zia Adri sei fantastica!
– Lo so, piccola! .
Zia Adri non aveva figli anche se si era sposata giovanissima con lo zio Alfio, un uomo molto più grande, molto facoltoso e anche molto affascinante che la chiamava Madama e che aveva un figlio di primo letto, Doriano, quasi della sua stessa etá. Zia Adri non si fermava mai, bazzicando, anche con le amiche, tra mostre, musei, teatri e serate mondane, e dato che non accusava mai stanchezza, mio padre, nonché suo cognato, insinuava si aiutasse con qualcosina. Cocaina?! Pasticche? No, impossibile. Lei ci teneva alla salute!
Zia Adri l’ho vista, sentita e frequentata assiduamente fino alla maturità, poi il fidanzato, l’università, il lavoro mi hanno allontanato, quasi senza accorgermene e dando per scontato che dove l’avevo lasciata, lì l’avrei ritrovata. Peccato che nel frattempo zia Adri avesse intrapreso il giro del mondo col marito in pensione, limitandosi a spedire sporadiche cartoline con saluti e baci e un NB, “ Una carezza delicatissima alla mia nipotina prediletta”, oppure telefonando a Natale, Pasqua, Ferragosto e, se se lo ricordava, anche il giorno del mio e del suo compleanno.
Quando si è presentata a casa nostra, dopo anni di latitanza, non era cambiata molto nell’aspetto, sempre curato e di gusto come da giovane, ma aveva gli occhi spenti, la pelle opaca e si vedeva che soffriva, mentre lo zio Alfio straparlava, come se non ci avesse mai visti.
La verità è venuta fuori subito: lo zio, Alzheimer, la zia Adri, cancro.
Non ci potevo credere. Lo zio Alfio era anziano, aveva ottant’anni, ma la zia Adri, ancora così giovane, ancora così bella non era giusto che si ammalasse e morisse.
Quella sera non si parlò d’altro ed io non ci volevo credere poiché, nonostante la distanza e lo scarso interesse dimostrati negli ultimi anni verso di noi, la zia Adri era pur sempre la mia zia preferita, la sciura milanese e le avrei perdonato qualsiasi mancanza.
Lo zio è morto dopo qualche mese, mentre la zia Adri, tra chemio, radio e cure sperimentali, ha sofferto tanto ed io con lei, assistendo impotente all’erosione di quel suo corpo agile e bello in uno scheletro avvolto da pelle raggrinzita.
Durante la malattia non l’ho mai lasciata: parlavo coi medici, l’accompagnavo a visite e terapie, la truccavo e pettinavo, la portavo in centro e ci sentivamo anche tre o quattro volte al giorno se non riuscivo a raggiungerla , fino a quando il dolore non si è fatto insopportabile e ha chiesto di essere ricoverata in ospedale.
Purtroppo la malattia si era insinuata velocemente, ma le cure in hospice le avevano calmato il dolore e restituito un micron dell’antica energia e dell’antico desiderio di esserci, il minimo per tornare alla sua vita da sciura. A casa sorrideva, mangiava volentieri e i due mesi seguenti li ha vissuti con gusto e con chi le voleva bene.
Ora che non c’è più mi manca tanto.
Prima che morisse, anche se non la vedevo, non la sentivo, sapevo che in qualche parte remota del mondo c’era, respirava, camminava, rideva, sfoggiava la sua classe, semplice, innata e perfetta ed ero sicura di rivederla apparire, di sorpresa, com’era nel suo stile.
Dopo la sua morte, l’ho attesa come quand’ero bambina, l’ho cercata nel profumo delle sue camicie di seta e dei suoi golfini classici e costosi e sono quasi impazzita all’idea di non averla più con me e di non sapere neanche come, quando, con chi o per mano di chi abbia esalato l’ultimo respiro.
Dimessa dall’hospice, avevo attivato l’assistenza domiciliare, assunto due badanti, allertato la sorella e raccomandato al custode di vegliare su di lei, ma qualcosa è andato storto.
Zia Adri è morta sola.
Sabato la zia Adri mi telefona, implorandomi d’andare da lei.
– Che succede? Verrò domattina, sto lavorando. È tardi.
– Cosetta vieni, ti prego.
– Zia pazienta fino a domani. Non c’è Assunta con te?
Parlo con Assunta. La zia è agitata. Dalle qualche goccia di Tavor! Chiamo la sorella. Non risponde Chiamo il custode, non è in servizio. Richiamo Assunta, la zia riposa.
Quella notte non dormo e la mattina esco molto presto, per arrivare da zia Adri il prima possibile. È domenica, strade deserte, il custode è di riposo, fa già caldo, salgo, infilo la chiave, entro, non trovo nessuno e ciò che vedo è terribile:
– Perché non mi hai aspettato?
La guardo, è rattrappita nelle spire del dolore, lo si legge sul volto. Il telefono è a terra con l’ultimo numero in memoria. I mio.
Piango. Tanti oggetti di valore, quadri, tappeti, orologi, sono spariti, forse la sorella, le badanti, il custode o forse sono stati regalati da zia Adri a chi passava. Lei era così.
Chiamo la sorella.
– Mi dispiace. Ieri non ti ho sentito.
Chiamo Assunta.
– Stavo male, sono andata via prima, ma doveva arrivare mia figlia.
– Qui non c’è nessuno.
Ogni parola a questo punto suonerebbe stonata e fastidiosa per zia Adri che amava la sincera discrezione.
Il mio dolore sarà silenzioso.
– Eleganza Cosetta, Eleganza! Anche quando si soffre.
Lei mi direbbe questo.
La zia voleva esser cremata ed ora è qui e stavolta non ci lasceremo mai più.
Le sue foto in bianco e nero sono ovunque a ricordarmi raffinatezza e intelligenza dietro la sua figura minuta e all’apparenza fragile e chissà che, vivendo in questa casa tra le sue cose, non riesca ad assomigliarle un pizzico in quel suo fare da sciura milanese.