La tavolozza

Lorenzo Cerri

Metti un pomeriggio di afa insopportabile, quando il caldo evapora dall’asfalto in una consistenza tremolante che sale fino a fondersi con un sipario grigio, polveroso, opaco, calato dal soffitto della città. Metti che inizi a sentirti inquieto e ti arrampichi sul tetto, in cerca della perfetta trasparenza dell’aria. Inspiri profondamente e sogni, mentre le immagini si fanno strada nelle forme e nei colori del tuo desiderio di fuga: la distesa di tetti è il mare, le ombre scure dei piccioni compiono alte evoluzioni di migratore, le tegole ondulate sono i flutti, le antenne sono gli alberi delle vele in rada. Una nave sfila all’orizzonte sfavillando gialla sul suo piede di schiuma come un lingotto di luce. L’estate è un’arancia caduta, rotolata via, dietro l’orlo del mondo, là dove precipitano il sole e il giorno, che lo insegue come fanno gli amori inquieti; la sera si mostra, imporporata, tra le dita di brace del sole. E la luna ancora non si è messa a spiare come fa quando si abbassa sul globo e diffonde il suo ghigno sghembo di doni acerbi. Ti sfiora appena, bianca, timida, prima di allontanarsi e impallidire. Il tuo sogno è alto, terso, blu.
Blu cielo, blu mare. Mediterraneo. Il mare degli incontri e degli scontri, delle mescolanze, delle fusioni. Il mare fra le terre. E infatti dall’altra parte della tua terra esiste il sogno di un tuo simile. Di un umano, come te, che come te sta appollaiato sui tetti a farneticare di lunghi viaggi, vite migliori, fughe. Non dal caldo o dall’aria irrespirabile di una metropoli lombarda. Anche lui sogna un sogno di speranza, un sogno alto, terso, blu. Ma i tetti della sua città hanno il colore della lamiera, il mare del piombo, e il cielo è un tendone sgualcito dalla miseria.
Vedi, basta poco, una sfumatura, un dettaglio, e la visione del mondo cambia. Il tuo sogno precipita, insieme a una goccia di sudore. Qui, ora, osservi la goccia infrangersi sulle tegole e ti accorgi che il tuo cielo è inquinato, e le vele bianche sono parabole tv, i piccioni volano basso e si riproducono come ratti. E che il tuo mare è un’accozzaglia di vecchie tegole sghembe.
Là, ora, anche il tuo simile osserva una goccia, forse una lacrima, che si disperde in un punto imprecisato del mare, quello reale, quello profondo e intriso di sangue, quello dove sono stati abbandonati intenzionalmente migliaia di umani come te, come lui, con i loro sogni. Alti, tersi, blu.