L’amore della mia vita

Emanuela Melesi

Semplicemente ti amo  e volevo vivere la mia vita con te.

Stringeva le mie piccole mani fra le sue, immense e ruvide, mentre i grandi occhi scuri, spalancati su di me, cercavano affannosamente ogni cosa che era stata mia: la voce, lo sguardo, il sorriso, il silenzio, il calore, il gesto, Ma lì ormai, davanti a lui, c’era solo quel mio corpo giovane e straziato .

Nell’intricato gioco delle probabilità, ci eravamo involontariamente entrati anche noi, in una sera d’estate in cui io, immersa nel corteo di fiaccole lucenti  e lui, alla ricerca spasmodica di sigarette, ci eravamo per caso incrociati.

Uno sguardo distratto era bastato, a lui per annebbiare l’immagine delle sigarette, a me per  affievolire il sentimento di devozione alla madonna e al fato, per mettere in  scena  l’atto primo della nostra storia. E così, lui si era fatto avanti con un sorriso irresistibile che mi aveva  rovesciato dentro e non erano serviti  chissà quali grandi discorsi, per tirarmi fuori di casa il giorno dopo, e portarmi a passeggiare, mano nella mano, ai giardini di corso Venezia tra piccioni e passeri, conversando di tutto un po’. Quella era stata una giornata meravigliosa durante la quale lui già aveva iniziato a fantasticare su di noi, ed io, affascinata dai suoi modi delicatissimi, a fluttuare in una bolla romantica

Non ero ancora la sua donna, ma  già pensava, parlava, faceva come se lo fossi, ed io mi sentivo lusingata e felice di averlo incontrato.

Ma se inizialmente le sue parole mi rendevamo forte, in ugual misura, non molto tempo dopo, mi disorientavano, mi confondevano e non sapevo più  se quell’amore che avevo voluto credere speciale, fosse amore o malattia d’amore.

Lui con irrefrenabile passione mi giurava devozione, fedeltà, rispetto, amore nella  buona e nella  cattiva sorte, ricoprendomi di regali, fiori, lettere, premure, attenzioni alle quali non ero avvezza ed io, quando lui aveva fissato la data del matrimonio, abbastanza certa che le nostre vite insieme sarebbero state perfette, avevo accolto per sempre quell’amore, troppo sicuro e troppo feroce per permettermi dubbi o ripensamenti.

Non importava nemmeno che lui avesse assolutizzato la sua vita nella mia, era ciò  che voleva, e che poi avesse preteso lo stesso, da me, questo è amore, mi dicevo, al di là delle nostre differenze. Lui non frequentava amici perché non ne aveva, io, socievole e casinara, non ero mai sola, ma in nome di quell’amore speciale, avevo sacrificato una buona fetta del mia mondo e, peggio ancora, di me stessa che  smisi di ridere e di sorridere, di cantare e ballare, e ad un certo punto anche di mangiare e di dormire, rimanendo sul divano ad attendere un cenno, un permesso, una parola da chi era ormai il depositario assoluto della mia volontà.

Conobbi l’angoscia  e completamente fuori controllo, giorno per giorno, mese dopo mese, permisi a  quel sentimento di relegarmi in un castello dorato privo di  finestre e senza neanche il minimo sospetto che fosse sbagliato.

Un giorno però mia madre, esasperata, mi tirò giù dal divano, trascinandomi a forza davanti allo specchio: “ Guardati, ti riconosci? Le occhiaie, i lineamenti tirati, i capelli spenti, non sono cose di te, il suo sentimento non può bastare per tutti e due e tu hai bisogno di volare e il diritto di essere te stessa, non la donna che vuole lui. Anche a me manca tuo padre! Ma non ho rinnegato me a stessa per un po’ di affetto. Se poi questo è affetto”.

Piansi. Aveva ragione lei.

Da quando era morto mio padre, la paura della solitudine aveva soggiogato la mia identità e col cuore a mille, provai a spiegarlo anche a lui, chiedendogli una pausa di riflessione. Naturalmente lui non capì, accusandomi d’essere egoista, infantile e senza pietà, ciò nonostante, in nome dell’amore mi avrebbe atteso.

Ansia, paura, tristezza, inquietudine abitarono prepotentemente i giorni che seguirono e mi pareva che non avesse fine il tunnel in cui mi ero infilata. Piangevo sotto le coperte con il presagio di cose brutte e non riuscivo più a mettere il naso fuori di casa. Mi sentivo brutta, ingrata, perduta e niente aveva senso, finché una telefonata e l’insistenza gioiosa di una mia carissima collega, mi convinsero ch’era tempo di lasciare quel limbo d’immeritata sofferenza.

Dopo  un sonno comprensibilmente tormentato, mi sveglio col mal di pancia e un ciclo mestruale inaspettato, non importa, sarà colpa dello stress, a volte capita, mi ingoio una pasticca, ormai ho deciso, ho troppa voglia di rientrare in ufficio e alla normalità.

Arrivo alla fermata della novanta in anticipo. Aspetto impaziente e preoccupata allo stesso tempo, è  parecchio che sto in panchina, mentre gruppi di persone si ammassano attorno a me, togliendomi  il respiro, Mi sforzo di resistere e lentamente  arretro di qualche passo in cerca di aria e spazio col terrore di finire schiacciata Mi ritaglio una piccola area sul marciapiede sbrecciato, mentre rovisto sul fondo della borsa, sempre troppo grande e pesante, alla ricerca del tesserino che riconosco, estraggo e, come faccio di solito, infilo nella tasca  del giubbino. Gli do prima un’occhiata. Porca miseria! Le gambe tremano e il cuore batte forte. È scaduto. Che idiota non averlo controllato ieri. Il dolore alla pancia si acuisce, mi sfianca, il Buscofen  non ha ancora fatto effetto. Mi gira la testa. Sono debole. Non mangio nulla da ieri sera. L’ansia mi scaraventa nel panico. Non me la sento di  rischiare, hanno multato mia madre giorni fa per un biglietto scaduto da pochi minuti. Le gambe le sento sciogliersi. Non ora, mi ripeto, ti prego, non ora. Devo riuscire ad acquistare dei biglietti all’edicola dall’altra parte della strada. La folla ingombra l’orizzonte. Con uno sforzo indescrivibile, sguscio fuori per tentare di attraversare i binari, devo sbrigarmi. Intravedo in lontananza la novanta, aspetto che passi e spingo un passo sul binario in uno stato confusionario, senza accorgermi dello strepitio insistente del tram che mi sta urlando dalla  parte opposta, togliti, muoviti. Troppo tardi. Perdo il già esile controllo di me, il terrore mi pietrifica, l’urto è inevitabile e secco.

Il mio corpo si accartoccia e non so più  chi sono e dove sono.

Mi sollevo leggera sopra il mio corpo steso a terra, inerte, e vedo il conducente atterrito catapultarsi giù dal tram, mentre qualcuno chiama con urgenza  un’ambulanza.

Io però sto bene, non sento nessun dolore.

Penso subito a mia madre. Mia madre! Devo raggiungerla, ecco la telefonata che l’avvisa dell’incidente Lei non comprende. Qualcuno racconta d’aver visto una ragazza lanciarsi sotto il tram, suicidio, temono si tratti di suicidio.

No, risponde lei, non è possibile, io la conosco! È la mia bambina, sta attraversando un periodo buio, ma lei ama la vita.

Le resto accanto sfiorandole il volto. Mammina, hai ragione, io amo la vita, non piangere però, io sono qui. Che vuoi, colpa di un ciclo doloroso e imprevisto, di un tesserino scaduto, di un amore malato, dell’ansia di vivere, della paura di essere sola, o di essere come sono o forse un  po’ di ogni cosa, ma è tutto finito, ora è davvero finito.

Volo, volo sopra tutte le cose. Ora che sto finalmente bene, riesco a volare..