Manifatture lariane

Giorgio Ferri

La prima volta che ho visto l’insegna è stato per caso. Mentre procedevo spedito verso il mio appuntamento di lavoro, qualcosa di giallo, poco più di una macchia indistinta, è entrato all’improvviso nel mio campo visivo. Prima di fare mente locale, però, avevo già sorpassato la vetrina. Catturato dall’idea improvvisa che l’oggetto esposto aveva suscitato in me, ho fatto dietro front e, dopo pochi passi, mi sono fermato davanti a un negozietto schiacciato tra un bar alla moda, rutilante di luci e invaso da musica assordante, e un supermarket di catena gremito di gente intenta a fare la spesa.
Ho guardato la merce, esposta in maniera sobria e con notevole buon gusto, e ho deciso che proprio quello che vedevo lì, al centro della vetrina, sarebbe stato adatto come regalo per il compleanno di Donatella. Ne avrei parlato con lei, prima dell’acquisto, perché quello è un genere di regalo che, in un certo senso, deve avere l’approvazione di chi lo riceve: commettere un errore avrebbe potuto rivelarsi spiacevole… e in quel particolare momento della nostra vita di coppia, qualsiasi errore da parte mia, anche il più banale, si sarebbe potuto ingigantire al punto da condurci, nel migliore dei casi, alla separazione. Sarebbe bastato poco, un nulla, un diniego, un gesto d’insofferenza di Donatella perchè la lettera che nascondevo nella tasca interna della giacca si trasformasse in una bomba capace di distruggere il nostro matrimonio. È vero, era una lettera anonima, acida, cattiva, piena di accuse sul comportamento di mia moglie, accuse che rivelavano l’odio e il rancore di chi l’aveva scritta –o forse, come speravo, solo la rabbia e l’invidia– ma rappresentava comunque un qualcosa che minava le basi di quello che ritenevo essere stato, ed essere ancora, un legame felice.

Nessuna donna è una santa –cominciava la missiva– e nemmeno tua moglie lo è. Anzi, tanto meno lei. Non ti sei mai chiesto che cosa faccia, chi veda, chi frequenti quando non sei a Milano, quando sei all’estero per lavoro, quando partecipi a riunioni, a consigli d’amministrazione e a tutti quegli impegni che ti tengono lontano da casa? Ricordati: è una donna, non una santa, come dice la canzone, e una donna ha le sue esigenze; una donna come la tua ama essere al centro dell’attenzione, corteggiata, adulata… e, se qualcuno sa fare queste cose nella maniera giusta, una donna calda –e tu sai che lo è davvero– cede facilmente alle lusinghe. È successo, sai? È successo più e più volte e ne ho le prove. Ma ho anche la certezza che in questo momento non mi credi, che non mi vuoi credere. Pazienza… vuol dire che devo farti i nomi e indicarti i luoghi: comincia con il chiederle se conosce il Carillon di Paraggi. O l’hotel Londra di Venezia. Prova e guardala in faccia. Poi fai come vuoi.

Oggi, però, voglio solo pensare al suo compleanno. Il resto –le accuse, le cattiverie, le “prove”–
è solo il delirare di una mente perversa. Conosco bene Donatella: è allegra, è esuberante, è di compagnia, ma non mi tradirebbe mai, ne sono certo. Perché, se lo facesse, la ucciderei.

«Lo vorrei giallo…» dice.
Donatella ama quel colore in ogni sua sfumatura. Lo so, naturalmente, ma voglio una conferma da lei per non correre il rischio di sbagliarmi.
«Media?» domando.
«Media» conferma lei.
90-70-95. Conosco alla perfezione le misure del suo corpo. L’ho tenuta fra le braccia così tante volte che potrei disegnare il suo profilo nell’aria senza tema di sbagliarmi.

Manifatture lariane di Nesso – Laneria e maglieria, recita l’insegna.
C’è qualcosa di strano che colpisce la mia fantasia, ma non riesco a individuare di che cosa si tratti. Nesso, per quel che ricordo, è un paesino di poco più di un migliaio di abitanti situato sulla sponda orientale del lago di Como, probabile destinazione di vacanze lacustri estive; è localmente noto per l’orrido –due torrenti che, unendosi, formano una cascata che precipita a valle– e per la Civera, un ponticello romanico che attraversa il corso d’acqua: tuttavia non ho mai saputo che fosse anche sede di una manifattura laniera. Nesso. Ci sono passato decine di volte, ma non ha lasciato traccia nel mio ricordo: visto e dimenticato, come si dice.

La commessa è gentile, competente e ha un bel sorriso. Capisce al volo quello che mi serve e stende sul banco uno splendido golf di colore giallo intenso, leggerissimo, un cachemire molto particolare, dice, quasi introvabile, che, indossato, regala sensazioni altrettanto particolari. La guardo con una muta domanda negli occhi.
«Quali?» chiedo più che altro per stare al gioco.
«Dipende dalla persona che lo indossa…» risponde lei facendo la misteriosa mentre mi confeziona un elegante pacchetto regalo.
Pago, la saluto ed esco.

Nella cassetta della posta c’è una lettera. La guardo attraverso il vetro dello sportellino e so già di che cosa si tratta. Un’altra. Anonima anche questa. Il tenore e i contenuti sono i medesimi.
Appallottolo il foglio e sto per scaraventarlo lontano mentre un fiume di rabbia rischia di rompere gli argini, ma riesco a trattenermi: è il compleanno di Donatella e niente deve influenzare il corso della serata.
Entro in ascensore e salgo fino all’ultimo piano.

«Ma… ma è bellissimo!» esclama Donatella togliendo il golf dall’incarto. «È stupendo… un cachemire mai visto!… chissà l’invidia delle mie amiche…» aggiunge con malizia.
Si avvicina, mi abbraccia incollando il corpo al mio e mi offre le labbra. La bacio, ma il trasporto che che ho sempre avvertito in simili scambi d’affetto questa volta non c’è.
«Provalo…» le dico staccandomi da lei.
Non si fa pregare. Incrocia le braccia, afferra i lembi della maglietta che indossa e se la sfila. Il busto ornato dai suoi stupendi seni nudi si offre al mio sguardo, tuttavia la vista non mi dà alcun fremito. Velocemente, Donatella si infila nel cachemire, si allontana di due passi e compie una giravolta su se stessa.
«Come mi sta?» domanda.
«Splendidamente» rispondo, ma mentre parlo vedo l’espressione di Donatella mutare all’improvviso: dal sorriso di un attimo prima la sua bocca si torce in una smorfia grottesca. Un grido soffocato emerge dalle sue labbra.
«Mio dio… che cosa sta succedendo?… aiutami… toglimelo…» grida.
Sono bloccato, non capisco, non riesco a muovermi. Che cosa sta accadendo? È solo un attimo di smarrimento, ma poi vedo con raccapriccio il corpo di Donatella accasciarsi dapprima al suolo, preda di convulsioni frenetiche, e poi rialzarsi di scatto con le braccia tese verso di me. Il suo urlo si trasforma in un rantolo, i suoi occhi sbarrati mi fissano con odio misto alla richiesta d’aiuto, le dita artigliano il golf strappandone i sottili fili della trama. Poi l’orrore raggiunge il culmine: la pelle del volto raggrinzisce, diventa scura, pustole rossastre spuntano dovunque, sul viso e sulle mani, e, cosa ancora più mostruosa, il golf sembra ardere di un fuoco violento eppure senza calore. La scena terrificante dura pochi secondi: la figura di mia moglie sembra liquefarsi, ricomporsi, distendersi e contorcersi nel simulacro di una danza infernale fino a quando, con uno schianto feroce come l’urlo di una belva ferita, si accascia. A terra, il corpo incurvato in una posizione illogica, la bocca contorta in un urlo inespresso, gli occhi spalancati sul terrore, Donatella non respira più.

Per qualche secondo rimango immobile, impietrito da ciò che ho visto. Per un tempo che mi pare interminabile, nella mente confusa non trovo alcuna spiegazione logica a questo osceno e raccapricciante spettacolo al quale la morte ha voluto farmi assistere. È solo quando il rullare frenetico del mio cuore si calma che riesco a individuare un barlume di spiegazione –assurda fin che si vuole– ma unica capace di dare un confine alla morte di Donatella e unica in grado di darmi una ragione per non impazzire.
La spiegazione si trova in una sola parola: Nesso. Nesso non è solo un paese della costiera orientale lariana… e comincio a ricordare stralci di mitologia greca.
Ercole e Iole, figlia del re di Ecalia… Nesso, il centauro, e Deianira, moglie di Ercole… la camicia intinta nel proprio sangue che Nesso, in punto di morte, colpito da una freccia di Ercole per aver tentato di rapirgli la moglie, ha affidato a Deianira dicendole di farla indossare al marito… l’eroe greco, che a sua volta aveva tradito la moglie con Iole –ed ecco il nesso con Donatella– che, dopo aver indossato la veste, muore tra atroci dolori…
Quindi –ragiono– Donatella mi ha davvero tradito. Sono sconvolto, ma ho capito. Tutto.
Bene. Ha avuto ciò che si è meritato.

Mi sveglio di soprassalto, sudato e ansimante. Mi rizzo a sedere e, passandomi una mano sul viso, sento i peli della barba graffiarmi le dita.
«Mmmm… che c’è?» mormora Donatella, riemergendo cautamente dal sonno.
Sorrido mentre il respiro si calma.
«Niente» rispondo. «Solo un sogno contorto, un incubo… ma tu dormi… dormi ché domani è il tuo compleanno e devi essere più in foma che mai…»
Già… domani è il compleanno di Donatella e io non le ho ancora preso il regalo… devo fare in fretta e trovare qualcosa di bello e di utile: una borsa, un paio di scarpe, un vestito da sera…
No… no, di sicuro non le regalerò un golf giallo…