Per tutti

Bruno Bianco

Renzo si svegliò come se qualcuno si fosse messo a ballare sul tetto del palazzo. O come avesse fatto un sogno orribile con spavento incorporato. O forse solo perché la sera era andato a dormire agitato e il sonno non si era poi mostrato agguerrito come capitava in genere.
-Ma guarda che stanotte non devi alzarti come le altre volte; l’appuntamento non ce l’ hai prima delle nove.-
-Devo fare una cosa prima che arrivino; tu dormi tranquilla che ci vediamo domani mattina.-
Aveva dato un bacio alla moglie e quando era uscito dalla porta aveva ricevuto il solito abbraccio della Milano ancora addormentata.
-L’orario è quello giusto e il tempo che ho mi basta.-
Passò la serranda abbassata senza nemmeno toccarla e entrò dalla porta di fianco per non rovinare con il rumore del ferraccio il silenzio della via. Nel locale raccolse con uno sguardo tutto quello che gli serviva; i sacchi di farina, la pasta madre, la legna, l’ impastatrice. Prima di levarsi il giaccone controllò il forno. La moglie diceva sempre tra il serio e lo scherzoso che lui teneva più al suo forno che a lei e ai loro figli e forse non aveva nemmeno tutti i torti; in fondo il suo era l’ unico a legna di tutta la zona e il profumo del pane che usciva da lì sapeva davvero di lievito e farina e non di elettricità e strutto come quello dei forni tradizionali. Poi cambiò il giaccone con la divisa portata più di trent’ anni, quella maglietta bianca e quei pantaloncini grigi che tanto facevano sorridere chi lo vedeva aggirasi in negozio nella stagione fredda, quando tutti portavano abbigliamento pesante e baveri rialzati; prese tutta la pasta madre che aveva da non avanzarne nemmeno un grammo, la pesò e scrisse sul taccuino il valore preciso per non sbagliarsi. Per le dosi non aveva invece bisogno di nessun pezzo di carta; una parte di pasta madre, cinque parti e mezzo di farina, tre parti e mezzo di acqua da mettere tutto nell’ impastatrice e meno male che avevano inventato questo macchinario che suo padre e il padre di suo padre loro sì che ne facevano di fatica a impastare. Che poi le tre ore ad aspettare la crescita dell’ impasto sotto al telo non gli sono mai pesate perché saper aspettare è il vero segreto del buon panettiere; aspettare che l’ impasto riposi, che le michette cuociano, che i clienti apprezzino il tuo pane, che i tuoi figli imparino il mestiere, che una mattina ti alzi e ti ritrovi in pensione a vedere loro cha alzano la serranda al posto tuo.
E intanto Renzo preparò il secondo impasto. Come da manuale quantità doppia rispetto al primo e solito rispetto maniacale delle dosi; dodici parti di farina, otto parti di acqua, trenta grammi di sale per ogni chilo di farina e poi tutto nell’ impastatrice. Renzo guardò quell’ impasto pronto per ricevere il primo che aveva appena finito il suo riposo. Ci vuole davvero poco per fare delle buone michette; lievito madre, due impasti, sale solo nel secondo, dosi precise, aspettare. Che adesso bastava solo mezz’ora di attesa prima di fare le michette da lasciare ancora riposare per due ore; poi infornare e gustarsi ancora quell’ ultimo momento di attesa.
Scrisse con il pennarello nero una decina di fogli che incollò uno su ogni cestone e dopo quarantacinque minuti precisi sfornò; Renzo senti battere sulla serranda del negozio e guardò sulla parete l’orologio bianco di anni di farina.
-Le nove precise; sono puntuali quando vogliono.-
Uscì dalla porta per arrivare davanti alla serranda; l’uomo sulla quarantina e i due carabinieri parlottavano tra loro senza particolari preoccupazioni.
-Buon giorno maresciallo. Guardi che il fucile da caccia è a casa nel regolare armadio a norma di legge; non l’ ho mica portato in negozio per l’ occasione!-
-Mi spiace Renzo, ma è la procedura che prevede la nostra presenza…-
-Stavo scherzando maresciallo. Lei dev’ essere il dottor Di Giacomo; non state fuori al freddo che stamattina è particolarmente fastidioso.-
Renzo aprì la serranda e guidò i tre nel negozio.
-Dovete solo avere pazienza qualche minuto e poi sarò subito da lei, dottor Di Giacomo.-
Renzo passò il bancone per andare nel retro e uscire con un cestone pieno di michette che portò fuori sul marciapiede davanti all’ ingresso; poi ripeté il tragitto altre sette volte finché fuori non si arrivò a otto cestoni strapieni di michette. Si diede una pulizia alle mani coperte di farina e raggiunse i suoi ospiti.
-Può incominciare dottore. Rispetto a quanto previsto mancano la farina, la pasta madre e un po’ di sale, ma credo che Equitalia, lo Stato, l’ Inps, l’ Agenzia delle Entrate e tutti gli altri non si lamenteranno per la mancanza di farinacei; macchinari, accessori e materiali vari ci sono invece tutti. Può procedere alla conta.-
Il dottor Di Giacomo tirò fuori un quadernone dalla ventiquattro ore in pelle e iniziò l’ inventario partendo dalle teglie vuote accatastate vicino alla parete.
Renzo usci fuori a rileggere quelle parole che aveva scritto sui fogli appesi alle ceste:”Ultime michette. Per tutti”.
-In bocca al lupo, Renzo.-
-Se una grande persona, Renzo.-
-Ci mancheranno le tue michette, Renzo.
-Grazie di tutto, Renzo.-
Tutti quelli che passavano prendevano una michetta dai cestoni, l’ annusavano, facevano gesti di ammirazione con le mani e salutavano Renzo prima di lasciare il posto a un altro; lui faceva un cenno a tutti senza smettere di seguire il corso dei suoi pensieri che scorrevano ordinati. I due anni che mancavano alla pensione da aspettare con sacrificio, ma senza drammi; suo padre e il padre di suo padre che gli avevano lasciato un mestiere in grado di dargli una vita dignitosa e felice; i figli che non avevano seguito le sue orme e comunque lo avevano reso felice perché un figlio deve seguire la propria strada e non per forza quella che altri avrebbero voluto disegnare per loro; la moglie che aveva anche combattuto e vinto una battaglia di quelle che tante donne sono obbligate a combattere e che sovente finiscono anche per perdere; l’ attesa che ci vuole per avere delle michette buone, per avere una vita buona, per apprezzare le cose buone.
Guardò ancora il dottor Di Giacomo che continuava nel suo inutile inventario di oggetti che mai nessuno avrebbe più utilizzato e il maresciallo che con il suo giovane carabiniere fumavano da tranquilli forse la prima sigaretta della giornata.
Bisogna saper aspettare per fare delle buone michette. Bisogna saper aspettare per fare una buona vita.
Renzo guardò i cestoni con il suo ultimo pane.
E sorrise.