Piazza Cinque Giornate

Giuseppe Mattiello

Come sempre, anche in quel fatidico giorno di maggio del 1945, l’obelisco bronzeo di Piazza Cinque Giornate –la vecchia porta Vittoria per i milanesi doc– campeggiava sul suo poderoso basamento di granito. Il monumento, opera del varesino Giuseppe Grandi, inaugurato il 18 marzo del 1895, era lì dunque da cinquant’anni giusti a testimoniare l’eroismo messo in campo da Milano e dai suoi cittadini contro gli austriaci di Radetzkj. In quel preciso punto i milanesi avevano dato grande prova del loro valore. Mezzo secolo prima uomini e donne, nobili e popolani avevano combattuto fianco a fianco contro un esercito addestrato alla guerra e ben armato e avevano dimostrato che la tirannide si può abbattere anche solo con il coraggio. Avevano vinto, i milanesi, avevano issato la bandiera della libertà sulla vecchia porta Tosa e, addirittura, le avevano mutato il nome in porta Vittoria. Pochi mesi più tardi, grazie anche alla viltà del re piemontese che non aveva saputo approfittare del vantaggio del campo, gli austriaci erano tornati a occupare la città, ma i milanesi, benché umiliati dall’oppressore, non avevano dimenticato ed erano pronti ancora una volta a dimostrare il loro coraggio.
Il raro passante che oggi attraversava la piazza vuota, gettando magari un’occhiata distratta al monumento, sgattaiolando in fretta nel timore di finire in qualche retata nemica, poteva solo sperare che stavolta la liberazione dal nemico fosse definitiva. La fine della guerra era ormai vicina, lo sapevano tutti, ma, proprio per questo, proprio perché la sconfitta totale di un’ideologia tirannica era cosa certa, le sacche di resistenza nazi-fascista erano ancora attive e più incattivite che mai.

Io e mia madre sbuchiamo dall’angolo di corso XXII Marzo e la piazza sia apre davanti a noi. Lei guarda a destra e a sinistra, sa che è pericoloso ma, siccome sente per istinto che la linea retta è la via più breve che unisce due punti, scende dal marciapiede fissando la grande statua, mi prende in braccio e si dirige più in fretta che può verso corso di porta Vittoria dove, ancora lontano, si erge il palazzo del tribunale: è lì che può sperare di trovare un mezzo pubblico che ci porti verso casa.
Mia madre è esile, magra, provata da anni di angoscia, ma è forte e, aggrappato a lei, non ho paura di niente, sono al sicuro. Sento che accelera il passo, ma percorsa una ventina di metri, scoppia una fucilata sparata da una finestra del piano alto di una casa alle nostre spalle. Il proiettile ci sfiora, ma non ci colpisce. Alla prima ne segue una secondo, poi una terza. Mia madre è terrorizzata e si immobilizza non sapendo che cosa fare, ma ecco che, come sorte dal nulla, dall’altra parte della piazza appaiono diverse figure umane. Anche queste sono armate e rispondono immediatamente al fuoco dei cecchini.
Fra il crepitare secco dei colpi di fucile e le raffiche di mitra che si incrociano sopra le nostre teste, spicca d’un tratto una voce tonante: «Giù!…» urla un uomo. «Giù!… Si butti a terra!…»
Mia madre obbedisce senza nemmeno sapere ciò che fa. Si aggomitola come può in mezzo alla piazza e, tenendomi sotto di sé, fa scudo con il suo al mio corpo. Trema, la sua mente vacilla, forse prega. Lo scambio di colpi dura un’eternità e la morte ci sfiora ripetutamente, ma, per questa volta, ci ignora. Sono giornate di combattimento, di scontri fra ideologie opposte, la città stessa è un immenso campo dove la nera signora può mietere a sazietà: ha altro da fare e per lei questa è l’ora del trionfo.

Finalmente, quasi per muto accordo, lo scontro termina. Le armi tacciono, dalla casa non sparano più e dalla strada provengono grida e ordini confusi. Forse i cecchini sono morti.
Qualcuno si avvicina, tende una mano. Mia madre alza la testa, si guarda attorno, guarda me e poi si lascia aiutare a rialzarsi.
«È finita…» dice la stessa voce di prima. «Venga, signora… è stata molto coraggiosa… e anche tu…» aggiunge posandomi un dito su una guancia «…ma stai attento, mi raccomando…»
Un altro combattente si affianca a noi.
«Vi accompagno io…» dice.
«Grazie…» mormora mia madre.
Accompagnati dall’uomo armato di mitra percorriamo in silenzio –rasentando i muri delle case– tutto il corso di Porta Vittoria. Arriviamo fino alle gradinate del tribunale dove l’uomo si ferma indicandoci largo Augusto, poco lontano.
«Là troverete sicuramente un tram» dice.
«Grazie…» risponde mia madre «…e buona fortuna…»
«Ne abbiamo bisogno» risponde il partigiano.
Poi si volta e si allontana.

Io non posso ricordarle –avevo solo due anni– ma il rumore secco e mortale delle fucilate sparate quel giorno, passate sopra le nostre teste, sono di sicuro annidate nel più profondo del mio essere. Non è un ricordo, il mio, ma, da come me lo ha raccontato mia madre, spesso mi pare di vedere la scena e mi pare di sentire il suo cuore battere all’impazzata nel timore di perdere la propria vita, ma soprattutto la mia. Quel giorno la morte ci ha scansato, ma alcuni anni fa si è presa la rivincita portandosi via mia madre. So bene di avere anch’io un appuntamento con lei. Prima o poi verrà a cercarmi, ma non ho alcuna fretta di incontrarla.