Seconda chance

Franca Marsala

Il silenzio che lo circonda gli strazia l’anima. Non riesce ancora a rendersi conto di quello che è successo in quelle settimane. Si rifiuta di crederlo. Si è chiuso in casa e non vuole vedere nessuno. Tanto né amici, né familiari potrebbero alleviare il suo dolore. Per fortuna, dopo le prime insistenze, le prime telefonate e le prime visite, tutti hanno desistito.
Ha provato i primi giorni a passeggiare per la città, la sua Milano, vistitando il Duomo e il Castello Sforzesco, la Scala, passando e ripassando dalla Galleria Vittorio Emanuele al punto da averne contato pure le tessere dei mosaici, per sfinirsi. Non era servito a nulla. Era meglio stare da solo a piangere e a ricordare.
Il campanello lo investe come un pugno. No, urla nella sua mente, lasciatemi in pace.
Il suono continua a propagarsi nell’appartamento. La persona fuori dalla porta non vuole mollare.
Riccardo non resiste, si alza dal divano e va ad affrontare chiunque stia provando a infrangere la sua barriera con il mondo.
Un uomo è sulla soglia. È alto quasi quanto lui, appena più giovane.
Riccardo è tentato di aggredirlo, ma si trattiene.
– Lei è il signor Brandi? – chiede lo sconosciuto.
– Sì, sono io, lei chi è? Cosa vuole? – bercia il padrone di casa.
– Mi scusi, le prometto non le ruberò troppo tempo.
– Di che si tratta? Guardi che non mi interessa nulla.
– Non vendo nulla. Ho un’informazione da darle.
– E perché pensa debba ascoltarla?
– Perché riguarda sua moglie.
– Mia moglie? Ma che dice? Io sono vedovo! – stavolta Riccardo perde il controllo.
– Lo so, sua moglie è morta da poco.
– Sì, è stato terribile, un terribile incidente stradale – si lamenta.
– Lo so, lo so bene – l’uomo sembra scosso.
– Lei conosceva mia moglie? È venuto per le condoglianze?
– Sono venuto per dirle che sono addolorato per la sua perdita, è tremendo, ma no, non la conoscevo.
– Non capisco… – Riccardo è confuso.
– Forse è meglio le spieghi tutto, dal principio.
– Sì, molto meglio. Mi sta mettendo in agitazione, sono già abbastanza provato, lei non mi aiuta.
– Mi creda, non vorrei essere qui, non per dirle quello che devo, ma non ho potuto farne a meno.
– Non può smetterla di divagare? – sbotta Riccardo.
– Ha ragione, dovrei andare dritto al sodo, però non è facile, non lo è per niente. Sa, dare certe notizie, nel mio caso non potevo fare altrimenti, dovevo venire a comunicarle la verità, certo sarà doloroso.
– Lei mi sta davvero irritando. Vuole parlare? – lo fa entrare. Quello strano tipo lo inquieta, tuttavia ha stimolato la sua curiosità.
– Sono io il responsabile della morte di sua moglie, io l’ho investita, io l’ho buttata fuori strada, io sono scappato… Non mi perdonerò mai – proferisce lo sconosciuto tutto d’un fiato, guardandolo negli occhi.
– Lei, è stato lei? – Riccardo è allibito e infuriato. Stringe le mani, vorrebbe colpirlo, ferirlo, invece si limita a inveire. – Lei, lei… come ha potuto? L’ha abbandonata lì, a morire da sola, in macchina. Dio mio, che razza di mostro è?
Pensa che bere possa calmarlo. Va al mobile bar e prende la bottiglia di whisky. Se ne versa una dose abbondante. L’ospite intanto continua il suo monologo.
– Non potevo restare, ho dovuto allontanarmi. Ma è stato orribile, non l’avrei mai voluto.
– Davvero, non avrebbe voluto? E allora perché non l’ha soccorsa? Perché è scappato?
– Mi sono fermato.
– Si è fermato?
– Sì, sono sceso dall’auto per controllare cosa fosse successo all’altra persona. Mi creda, è stato uno shock, quella povera donna. Non respirava più. Non l’ho abbandonata, era già morta quando me ne sono andato. Non aveva senso chiamare l’ambulanza. Si rassereni, non ha sofferto.
– Non ha sofferto. Lei vuole scaricarsi la coscienza!
– No, non mentirei su questo. Non sarei venuto a trovarla per raccontarle delle bugie. Se sono qui, è perché voglio rimediare al mio errore.
– La morte di mia moglie non è un semplice errore, è una tragedia – Riccardo beve.
– Le ripeto: intendo rimediare.
– Pensa veramente che mi bastino le sue scuse per perdonarla, per provare pena per lei? Non ha capito nulla.
– Stia tranquillo, non le fa bene – gli prende il bicchiere dalle mani. – Aspetti, gliene verso ancora un po’.
Riccardo lo lascia fare, non ha la forza di opporsi.
Lo sconosciuto si avvicina al mobile bar e, dandogli le spalle, armeggia con le bottiglie.
– I suoi genitori sono morti da tanti anni, e abbiamo sempre avuto pochi amici. Sono stati così solleciti, anche se io non lo desideravo, tanto niente mi dà conforto.
– Sono qui per questo, per portarle la pace – l’uomo gli porge il bicchiere colmo.
– Non è possibile, gliel’assicuro, non è possibile – Riccardo lo svuota in una sola sorsata.
– Si fidi di me.
– Magari potessi.
– La solleverò da tutte le sue angosce.
– Lei non pare una cattiva persona.
– Non lo sono, faccio solo il mio lavoro.
Riccardo si porta le mani alla gola e barcolla. L’uomo lo sorregge.
– Ho sbagliato l’altra volta, ho sbagliato obiettivo. Non doveva esserci sua moglie in quella macchina, ma lei. Era il suo assassinio che mi era stato commissionato. Sono davvero stato male per il mio grossolano errore, non è da me, posso giurarglielo, e dovevo riabilitare il mio nome. Non si preoccupi, – sussurra, mentre Riccardo scivola tra le sue braccia e finisce sul pavimento – è un veleno rapido, niente spasmi o convulsioni, soltanto l’oblio. Penseranno che si sia ucciso per la perdita della sua adorata moglie. E in fin dei conti, è proprio così.
Si avvia verso l’uscita.
– È stato un piacere conoscerla, e mi creda, niente di personale.
Esce senza voltarsi. Riccardo rimane lì, disteso, con lo sguardo ormai vuoto fisso sul soffitto.