Senza un finale

(Spoiler)

Ilaria Logruosso

Indossavano un cappottino giallo e le sedie alle quali sedevano, una imitazione dozzinale della Ghost di Kartell, pezzo di design altamente utilizzato in alcuni locali pubblici, freschi di ristrutturazione dal taglio contemporaneo ma dall’effetto cheap e kitsch, parevano dei troni di plexiglas. Due immagini perfettamente speculari l’una all’altra e non fosse stato per il movimento appena accennato delle labbra che si aprivano e si chiudevano per addentare con piccoli morsi la loro colazione, un miope o un distratto, non si sarebbe neppure accorto che le ricciolute figure dallo sguardo vitreo fossero in realtà due bambine. Una reggeva un cornetto salato, infarcito di mozzarella e prosciutto crudo mentre l’altra, teneva con entrambe le manine un croissant al cioccolato. I viaggiatori dagli occhi stanchi e opachi, quasi avessero catturato tutta l’oscurità dell’asfalto che li risputava ad intermittenza sotto i fasci di luce diafana che puntellavano gli spiazzali delle stazioni di servizio, si riversavano al bancone bramanti di caffè lavico e mentre il percorso guidato si frapponeva tra di loro e la conquista dell’agognata porzione di caffeina, tutti infreddoliti ed insonnoliti, si facevano largo in tutto quel marasma di mercanzia sovraprezzata. Nel mezzo, un percorso guidato li costringeva, in file di due persone al massimo, ad attraversare scaffali costipati di amaretti, limoncelli dal colore giallo canarino, pezzi di formaggio sui quali campeggiava la scritta “DOP” a caratteri cubitali, pacchi di gommose “Tutti i frutti”, Cd, libri di Paolo Crepet, manuali di ricette low carb e chetogeniche, giocattoli, lamette, deodoranti, spazzolini e preservativi. Due puntolini gialli in lontananza, poi pensò fosse singolare che due bambine così piccole stessero sedute lì da sole, in una stazione di servizio di Zenone Ovest. I genitori avranno avuto il loro da fare, nel vuotare le proprie vesciche irrigidite e pulsanti di urina, una sensazione che conosceva sin troppo bene, soprattutto quando il negozio le si riempiva di vocianti ed isteriche signorine alla ricerca di un paio di mutande in pizzo “Prendi 5 e paghi quattro”. Ormai aveva smesso di chiedersi cosa avesse spinto una come lei ad accettare un primo incontro che puzzava già di fregatura e lava pavimenti di tipo industriale. Era nervosa ma perfettamente asciutta, si ripassava la lingua sulle labbra e intanto, la visione di quelle due figurine l’aveva per un attimo distolta dalla ricerca frettolosa di un b&b per la notte: “potrei averne bisogno” pensò. Parcheggiò la sua Seat Arosa in uno dei rettangoli destinati allo stallo, le ruote perfettamente allineate nello spazio previsto. La carrozzeria non aveva un graffio ma l’abitacolo trasudava tabagismo. Diede una sbirciata allo specchietto retrovisore, si sistemò il colletto della camicia da boscaiolo acquistata per l’occasione e prese la giacca dal sedile posteriore, l’afferrò con un solo braccio avvertendone tutto il peso, “troppo ferro” sibilò. Non era segaligno ma neppure troppo rinsecchito. Una strana pancia pendeva come la sacca sgonfia di una cornamusa, le mani erano grandi, le unghie curate e smaltate. Una lunga barba intrecciata gli sfiorava il petto mentre i capelli, lunghi anch’essi, erano ben curati e rilucenti di una mefitica sfumatura blu. La radio continuava a vomitare una sorta di litania cantata in growl e quando aperse lo sportello, l’ululante fraseggio si addensò per un attimo sulla sua testa per poi disperdersi nel vento gelido. La vide lì, seduta, china sul cellulare. Una testa di un biondo slavato del tutto anonimo, quasi incassata nelle spalle, una sagoma minuta che trafficava con qualcosa di penzolante, forse un cavo, alla ricerca di qualcosa sotto il tavolo. Alle sue spalle, un puntino giallo, forse due, una specie di macchia di Rorschach, era ora di inforcare gli occhiali. <<Ma che fai, piccolo, infinitesimale detrito spaziale alla deriva nel budello buio e senza fine che è l’universo, giri in tondo nel tempo e nello spazio alla ricerca di uno buco nero che possa inghiottirti, ma qui, sulla terra, nella nuda e fredda dove verranno ad idolatrarti e a ricordare la tua triste sorte, lì dove vestita di una mussola sottile e sferzata dal vento andavi vagando alla ricerca della tua pietra tombale, già inscritta sin dalla tua nascita?>> Aveva scritto di getto poche righe che rileggeva completamente rapita dalla poetica decadenza con la quale era riuscita a rendere quel suo particolare e melanconico stato d’animo. Affondava in un pantano di dolore, aveva costruito intorno a sé, pezzo dopo pezzo, uno scenario da romanzo gotico perfettamente realizzato con dovizia di particolari. Una pioggia leggera, nel mentre, puntellava i finestrini che offrivano al suo sguardo uno strano spettacolo. Un silenzio rotto a metà dal martellare di una grancassa e da un urlo satanico proveniente da una utilitaria. Nel solco di quel grottesco profilarsi di cambi di scena repentini, un gelido obice guarnito di borchie e paramenti in pelle, un sacerdote della notte votato all’anticristo, in un ciabattare di anfibi perfettamente lucidati ma privi di lacci, si muoveva con incidere deciso verso l’ingresso di un altro edificio, prospiciente lo scatolone grigio dell’Autogrill. Come una falena che segue una qualsiasi fonte di calore. Non si lasciò distogliere oltre dal suo piano ma quell’apparizione la colpì nel profondo. Presto i suoi genitori sarebbero tornati e con toni entusiastici le avrebbero raccontato di quanto si fossero divertiti nel lancio dei gusci di arachidi e noccioline sul pavimento. Del resto, avevano pianificato quella sosta proprio per cenare in uno di quei ristoranti con due hamburger mezzi crudi ed una birra da smezzarsi in due “così da evitare rogne se dovesse fermarci la Polizia” al solo scopo di avere la libertà di potersi comportare come due specie di scimmie urlatrici.