Solitario

Valeria Colombi

Ho lasciato il molo al termine del mese in cui la natura comincia a rifiorire e ricordo con chiarezza, ma senza alcuna ombra di rimpianto, che quello della mia partenza era per altri, ma non per me, un giorno di festa senza gioia. Alzate le vele, subito gonfie nella brezza tesa del mattino, e fermo nel proposito che mi scaldava i visceri, il cuore e l’anima, ho puntato lo sguardo sull’orizzonte a malapena intravisto nella foschia. Lo sciabordare dell’onda accompagnava –o così mi pareva di intendere– il procedere della barca con una nenia insolita, profonda e accattivante che solo io potevo udire. Solo io potevo sentire il canto di quelle sirene che, dimentiche di Ulisse e di ogni altro navigatore, mi parlavano dalle rocce che abitano da tempo immemorabile e accompagnavano da un’onda all’altra l’andatura lenta e sicura del mio naviglio.
Non appena superate le bocche di porto, che per loro natura guardano a meridione, con un colpo deciso di timone, ho diretto la prua verso il mare aperto, a ponente. Non è stata una scelta casuale: era mia intenzione raggiungere ben altre bocche, quelle che si spalancano sulle porte dell’oceano e che furono oltrepassate per la prima volta dall’eroe greco del quale portano il nome.
Quando, dopo lunga e non sempre felice navigazione sono giunto in vista dello stretto e ho scorto per la prima volta, al di là di questo, le scure acque dell’oceano che con il loro impeto contrario parevano ergere un muro minaccioso e invalicabile, ho provato un moto di esultanza e, insieme, di paura; ma non certo di quell’immensità sconosciuta: temevo che le punte di terra, protese l’una contro l’altra, che separano l’oceano dal mare, divise da questo, ma unite sotto la sua superficie, si congiungessero all’improvviso, al di sopra di essa, per trama ordita contro di me da un dio infausto e mi impedissero di passare.
Invece, placata la mia ansia, allontanata ogni falsa paura e valicato senza danno lo stretto passaggio, sono entrato vittorioso nella vastità infinita dell’oceano.

Navigo solitario da così tanto tempo che ho perso il conto dei giorni, dei mesi, degli anni. Il tempo, il mio tempo, è scandito dal sorgere del sole e dal suo tramontare in un fugace intermezzo di luce; da quello della luna, quando non è celata nel cono d’ombra della terra; dall’accendersi delle stelle nel cielo nero; dalle ore tremende della notte quando le membra sono scosse da un ancestrale tremore e il respiro si ghiaccia e si rompe. E dall’alitare del mare, dalle onde carezzevoli che sfiorano e calmano i pensieri quando è tranquillo, dai marosi quando, sferzato dal vento di tramontana, assale le murate della mia barca e bussa alla porta di questo fragile involucro con colpi spietati e devastanti. L’oceano è un immenso animale vivo e nel contempo vissuto: vive di sé e dà vita ad altre vite. Nelle sue vene, nelle sue correnti, nelle fenditure fra le rocce, sui fondali sabbiosi si incrociano le fragili esistenze dei pesci, dei crostacei, delle alghe in un continuo alternarsi di sfide: la caccia per alimentarsi e la fuga per sfuggire ai predatori. Un eterno cerchio che si chiude sempre con un vinto e un vincitore.
Io vivo sul mare e respiro con lui il salso nell’aria, nella pioggia, nella brezza; vivo nel vento che gonfia le vele, quando decide di spingermi via, o le affloscia se vuole tenermi legato alla cresta di un’unica onda; vivo nel gelo degli inverni, delle brevi giornate, della sferza del nevischio; vivo nel calore delle estati, del sole cocente, del bruciore dei suoi raggi sulla pelle. Ma vivo, dunque esisto.
Talvolta, da lontano, scorgo profilarsi la terra fra le nebbie che si diradano all’aurora. Spiagge sabbiose, prati verdi, cime innevate… Chissà se è terra nota o sconosciuta… Sulle carte nautiche, macerate dalla salsedine e dall’umidità, i nomi si sono cancellati e, anche se fossero ancora leggibili, non potrei riconoscerli perché scritti in una lingua tanto antica da essersi dispersa in mille e mille rivoli che sono confluiti in altre lingue dal suono altrettanto ignoto. Mi restano le Effemeridi e il sestante con il quale calcolo l’altezza degli astri sull’orizzonte grazie alla quale –se mi fosse noto il Tempo Medio di Greenwich o il Tempo Coordinato Universale– potrei conoscere anche la mia posizione su questa curva immensità liquida: quel microscopico punto mobile che muta da un momento all’altro, per colpa dello scarrocciare della barca o della corrente del golfo, quel punto dove ero un istante prima e dove non sono più.
Tuttavia la mia solitudine è temperata proprio dal mare, amico e nemico insieme, che mi parla e mi racconta storie che nessuno ormai ricorda, né può ricordare, o che neppure hanno avuto orecchie per ascoltarle. Narra di montagne di ghiaccio capaci di affondare transatlantici possenti, di arrembaggi e di battaglie, di conquiste e di sconfitte, di bordate di cannoni, di semplici traversate transoceaniche per puro spirito d’avventura, di siluri che hanno squarciato le fiancate d’acciaio di cacciatorpediniere e portaerei, di tesori nascosti nel ventre di relitti affondati, di vite spente nel gorgogliare delle acque, di anime inquiete che la notte risorgono e dialogano con il vento –e con me– fino all’alba per poi sprofondare di nuovo nel liquido sepolcro.

Di quel giorno di festa, di quel mese d’aprile, di quell’anno doloroso in cui ho alzato la mia vela, questo è tutto ciò che resta: io, una barca, il mare e la sua incomparabile, irripetibile vita.
Questo è tutto quel che rimane di una civiltà e di una specie, quella umana, della quale io sono l’ultimo rappresentante.
Sono solo, è vero, ma sono unico. Domino pensieri, venti, onde e pertanto sono onnipotente.
Forse io sono Dio.