Spotorno

Francesco De Stefano

Me ciami Brambilla e fu l’uperari.
No. Non è solo una canzone ingenuamente pacifista di un remoto Sanremo. Mi chiamo sul serio Brambilla – Edilio Brambilla – e faccio sul serio l’operaio. Orgogliosamente. Forse uno degli ultimi: razza in via di estinzione.
Stirpe di operai. Mio nonno Ambrogio, tutte le mattine al Portello a fabbricare pezzi di automobili, fino a che lo volevano trasferire in Germania e lui scappò in montagna con le Brigate Garibaldi. E poi, finita la guerra, di nuovo a laurà, senza tante balle! Mio padre Mario a fabbricar lampade al Lorenteggio già da ragazzo e io in via del Giambellino ci sono nato e cresciuto. Da bambino, la Ligéra non sapevo cosa fosse, ma uno dei ragazzi più grandi che si faceva notare nel mio quartiere era diventato poi il “Bel Renè”! Altro che Cerutti Gino!
Io avevo cominciato alla Pirelli, un bel po’ di anni fa, e ora aspetto la pensione in un magazzino di prodotti in gomma dalle parti di Sant’Ambrogio. Dovrò aspettare ancora un bel po’ per la pensione! Casa lavoro e lavoro casa in bicicletta, da sempre. Almeno così mi pare. Schiscetta compresa! Tutti i giorni, uguale. Ad agosto, due settimane a casa di mia cognata a Spotorno.
“Si va in ferie, ragazzi!” il proprietario del magazzino lo annuncia tutti gli anni come se ci facesse un bel regalo. Vagli a spiegare che le ferie sono un diritto. Ma, poi, certo che lo sa. Fa finta di essere contento per noi.
Quest’anno non ho proprio voglia di andare a Spotorno. Pure lì sempre le stesse cose e, anche se i tempi lo sconsiglierebbero, la spiaggia affollata e le urla dei bambini e il vento che mi butta la sabbia negli occhi. Ho deciso: trovo una scusa e resto a Milano. Mia moglie e i ragazzi non se ne avranno a male. I ragazzi, poi, contenti di avere un rompiscatole in meno tra i piedi. Che il rompiscatole io lo faccio per onor di firma: “A casa prima di mezzanotte”, “Girate solo sul lungomare”, “La discoteca? No, siete piccoli. Semmai l’anno prossimo”. Che se la sbrighi la madre.
E così eccomi da solo a Milano. “Sai, cara, un ritardo nell’inventario”. L’ha bevuta. “E, poi, qualche euro in più ci farà comodo”. Questo l’ha convinta.
Il silenzio della casa mi rilassa. La tv spenta mi concilia il buonumore. Persino un antifurto che pigola in lontananza mi sembra una nenia gentile; anche se quando smette mi sento meglio. Si preannunciano due settimane di assoluto riposo. Nel palazzo siamo rimasti in pochi. Anche i vicini di pianerottolo partiti stamane, tra urla improperi e confusione. Che gusto c’è ad andare in vacanza litigando?
La sera la temperatura diventa gradevole. Con le finestre aperte e le zanzariere, i rumori distanti della città aiutano a prendere sonno.
Mezzanotte. Cos’è questo rumore? C’è gente in casa? No, in casa non c’è nessuno. Ma nell’appartamento dei vicini sì! Che siano tornati indietro per le liti? Esco sul balcone per vedere. Che strano, una piccola luce che si proietta sui vetri a tratti. “O mio Dio, saranno ladri?” rimango indeciso su cosa fare. Poi, alla fine, prendo il telefono e faccio il 112. Dopo interminabili secondi, mi passano i carabinieri e sarà che bisbiglio per non farmi sentire o sarà che non ci capiamo, ma passano un paio di minuti prima che mi chiedano l’indirizzo e mi dicano che manderanno una pattuglia.
Alcune sirene si sentono nella notte di Milano, chissà se ce ne sarà una diretta qui.
I minuti pesano come ore. Il tempo passa a fatica e i rumori nell’appartamento di fianco non finiscono. Finalmente, dopo un po’ le sirene di una macchina dei carabinieri si spengono sotto il palazzo e io corro ad aprire il portone dicendo al citofono “Terzo piano”. Dopo arriva l’ascensore e in due mi dicono di rientrare in casa e, armi in pugno, danno possenti colpi alla porta dei vicini urlando “Carabinieri, aprite!”. Quasi tutti gli inquilini non in ferie si affacciano preoccupati e si chiedono cosa stia succedendo; qualcuno dice “Ci sono i ladri, ci sono i ladri”. Allora, esco anch’io sul ballatoio e mi accorgo che la porta dei vicini è aperta e dentro sento chiacchiere e risate. Rimango interdetto. Mi avvicino e, insomma, dentro ci sono i due carabinieri e una coppia semi-svestita di ragazzi. Lui è il nipote dei proprietari cui hanno lasciato le chiavi per innaffiare le piante e ha pensato bene di innaffiarle la sera tardi con la morosa, senza accendere le luci per non dare nell’occhio. Idiota!
Quindi, identificazione dei ragazzi e del sottoscritto per il verbale, sotto lo sguardo divertito dei giovanotti dell’arma e quello carico d’odio dei vicini. Risultato, ho chiuso la porta di casa che erano quasi le tre di notte.
Il telefono che squilla sembra una fucilata. Rispondo con la voce impastata dal sonno e mia moglie mi dice “È così che lavori?”. Guardo l’orologio: le nove! Farfuglio qualcosa sul lavoro fino a notte fonda e le dico che la richiamerò. La giornata caldissima sembra non passare mai e il ventilatore non ferma il sudore. Io mi appisolo su ogni sedia o poltrona su cui siedo. Mangio malamente una mozzarella fredda di frigo e mi riprendo solamente verso l’imbrunire, quando la temperatura cala. Adesso sul balcone c’è un bel fresco e io me lo godo sorseggiando una birra ghiacciata.
Un urlo per strada. Mi affaccio e vedo due tizi che corrono e una signora che urla. Intravedo i due nella penombra in fondo alla strada. Scendo di corsa le scale e, uscito dal portone, la signora mi dice che le hanno portato via la borsa. Non ci penso un momento, corro verso i due in fondo alla strada. Sì, lo so, con un’impareggiabile dose di incoscienza. Sono confuso e mi sembra che il cuore mi sia risalito in gola. Fatto qualche passo, mi accorgo che uno dei due mi sta venendo incontro. Ha la borsa in mano ed è molto grosso. È anche molto nero: e non perché è buio. Quando allunga la mano verso di me, le gambe mi cedono ed è tutto buio.
Apro gli occhi e c’è una luce quasi accecante. Sono sdraiato su un letto, direi. Di fronte a me c’è l’omone nero (anche con la luce) che mi sorride e mi dice “Ciao, amico, io sono Adamu”. Qualcuno in camice verde con mascherina e visiera mi fa “Non è il caso che alla sua età si metta a fare l’eroe. Meno male che c’era questo signore che l’ha soccorsa e ha chiamato un’ambulanza. Mi raccomando, si riguardi, il suo cuore potrebbe non reggere ad altri sforzi così”.
Adamu mi spiega che era a pochi passi dalla signora quando è stata scippata; ha inseguito lo scippatore, si è ripreso la borsa e stava tornando verso la signora quando ha visto me che correndo (e barcollando) gli andavo incontro. Quando sono svenuto ha chiamato i soccorsi e mi ha accompagnato in ospedale. La signora era andata via con la sua borsa, ringraziandolo.
Si avvicinano al letto due carabinieri per chiedermi le generalità e io prego che non siano gli stessi di ieri sera.
Poi chiedo a Adamu di prestarmi il suo telefono.
“Pronto cara, scusa se non ti ho richiamato prima. Il telefono? È di un amico, poi ti spiego. Volevo dirti che, siccome ho finito il lavoro, domattina prendo un treno e vengo da tua sorella a Spotorno”.