Teresa

Luca Ruffini

La signora Teresa era molto abitudinaria. Era solita alzarsi tutti i giorni alle 7:30, e quella caldissima mattina di metà agosto non faceva eccezione. Si prospettava una giornata bollente, di quel caldo afoso e penetrante tipico dei mesi estivi a Milano.

Teresa mise sul fuoco un pentolino per prepararsi una tazza di tè. Mentre aspettava che l’acqua bollisse aprì le finestre per far entrare un po’ d’aria, rifece il letto e si sistemò allo specchio. Tornata in cucina prese le pastiglie che la figlia le aveva premurosamente preparato prima del lavoro, e con la tazza fra le mani uscì sullo stretto balcone e guardò la strada deserta sottostante, rallegrandosi del fatto che entro poche ore si sarebbe ripopolata, dopo tanti mesi di assordante silenzio.

Aveva una certa tendenza voyeuristica e le piaceva molto osservare i passanti dall’alto del suo appartamento. Era un vizio che aveva da sempre, e su cui spesso figli e nipoti scherzavano, chiamandola “piccola vedetta lombarda”. Viveva da lungo tempo, forse 60 anni o poco meno, all’angolo fra via Lecco e via Panfilo Castaldi, in un palazzo di un giallo crema, non giallo acceso come i suoi dirimpettai, ma un giallo slavato, come tanti a Milano. Il suo balcone era quello all’angolo, quello che seguiva il perimetro dell’edificio e formava una curva sulla balaustra di piccole colonne grigie. Era l’unico curvo del palazzo, e per questo motivo Teresa l’aveva sempre considerato un po’ speciale.

Proprio lì sotto, da qualche anno, forse dieci, era infissa al muro una piccola bandiera, ma solo da poco tempo aveva scoperto la natura e il significato di quella decorazione urbana. Porta Venezia era sempre stato un quartiere soggetto a diverse influenze. Durante gli anni della sua gioventù era anche stato soprannominato “Asmarina”, diminutivo di Asmara, capitale dell’Eritrea. Era un quartiere giovane, vibrante e fresco, che aveva il profumo dei suoi ristoranti etnici, del grande parco che gli stava davanti e, da qualche anno, di quelle persone che ne avevano fatto la propria casa: la comunità LGBTQ abitava e viveva Porta Venezia in ogni suo angolo, dagli ampi viali ai vicoli più nascosti; l’aveva resa viva e piena di colore, aprendo bar, ristoranti, librerie e negozi di vario genere.

Via Lecco, o almeno la piccola porzione che Teresa poteva vedere dal balcone, si estendeva da viale Vittorio Veneto fino alla chiesa del Lazzaretto; era una strada corta, un piccolo cosmo a sé stante composto da cinque o sei bar, qualche ristorante, una tabaccheria, un massaggiatore thailandese e un negozio di carta da parati, la cui insegna giallo brillante campeggiava al civico 6. Protagonista indiscusso della via era il Red Cafè, un piccolo bar che offriva drink a 4€, e per questo molto popolare tra i frequentatori del luogo. Teresa conosceva le proprietarie: erano tre sorelle, di origine eritrea, che si erano ritagliate quel piccolo spazio nella città meneghina. Figure vagamente mitologiche, erano amate e rispettate da tutti, quasi delle Moire contemporanee, poste a guardia del destino della via.

Teresa guardava via Lecco dal suo balcone: era quasi vuota, solo pochi passanti la attraversavano. Era ovviamente troppo presto per vederla al massimo della sua bellezza, condizione che neanche Teresa poteva dire di aver mai sperimentato. Gli avventori di via Lecco più assidui la frequentavano di notte, per tutta la notte e tutte le notti, e Teresa a quell’ora era già coricata. Spesso le capitava di svegliarsi per via del baccano della folla, specialmente il venerdì e il sabato sera, ma non le importava, non si arrabbiava come certi suoi vicini, più cinici e sicuramente meno curiosi di lei. Piuttosto, Teresa era molto affascinata da chi stava due piani sotto di lei, li osservava dall’alto come se fosse un programma TV in prima serata, divertendosi a immaginare le loro vite, le loro esperienze, e ricordando la sua gioventù milanese.

Nelle lunghe serate d’estate in cui Teresa stava al balcone, seduta su una piccola sedia di metallo, ogni tanto faceva un piccolo strappo alla regola, e si concedeva una sigaretta: sapeva che non avrebbe dovuto, ma si diceva “sono arrivata a 86 anni, potrò fare quello che voglio oppure no?”. Spesso la sigaretta la accendeva, ma la fumava a metà, per poi abbandonarla sul posacenere, distratta da qualcosa o qualcuno nella via sottostante. In quei momenti Teresa rifletteva molto, pensava alla sua vita passata, ai suoi amori e alle delusioni, alle sue amicizie, ormai quasi tutte esistenti solo nella memoria, perché quando si arriva a una età così avanzata il rischio è quello di vedere gli altri passare a miglior vita prima di te.

Fumava e osservava i giovani e i meno giovani, ma pur sempre più giovani di lei, sotto al suo balcone. Via Lecco vista da fuori era come Versailles, una corte immensa e variegata di ragazze e ragazzi, donne e uomini, ma anche chi non si sentiva né donna né uomo, o si sentiva entrambi; etero, gay, lesbiche, bisessuali, queer, asessuali, drag queen dalle parrucche sgargianti; milanesi da generazioni e turisti in vacanza da ogni parte del mondo; c’erano i liceali e gli universitari fuorisede, i letterati e gli artisti, i designer e gli ingegneri, i disoccupati e quelli ormai in pensione; c’erano gli insegnanti e i ballerini, la gente comune e le celebrità, gli attori di teatro e gli attori porno, i commessi di H&M e quelli di Dior, gli attivisti politici e gli anarchici, ma anche i ladri e gli spacciatori. Ogni sera questo carnevale caleidoscopico confluiva in via Lecco: alcuni per caso, altri per trovare un luogo di appartenenza esente dal giudizio. Tutti loro in via Lecco finivano per restarci, impossibilitati a lasciarla, come sotto l’incantesimo dell’isola dei Lotofagi. Teresa era a sua volta un’abitante di via Lecco, anche se un po’ atipica: osservatrice esterna, arroccata sul suo balcone, ma pur sempre perennemente attratta dall’inesauribile varietà della vita umana.

La bellezza della via, così come di tutta Milano, era proprio la sua incredibile diversità, il suo essere costantemente imprevedibile e sorprendente, e Teresa questo lo sapeva bene. Sapeva anche che molti fra quelli che la frequentavano non avevano avuto, o non avevano ancora, una vita facile. La violenza rappresenta una sorta di grande equalizzatore sociale: tutti ne fanno esperienza, anche se alcuni più di altri. Teresa sapeva che tutti loro, direttamente o indirettamente, la violenza l’avevano conosciuta. Sapeva che per quei ragazzi lì sotto uscire di casa con lo smalto sulle unghie era un atto di coraggio, sapeva quanto fosse pericoloso per quelle ragazze baciare la propria fidanzata in pubblico; era consapevole di quanto dovesse essere difficile svegliarsi tutti i giorni in un corpo che non si sente proprio, e tentare di cambiarlo a testa alta, fieramente, contro una società incapace di empatia.

A 86 anni la signora Teresa sapeva e comprendeva tante cose che spesso si ritengono fuori dalla portata di una persona così anziana, e dal suo balcone guardava di sotto con uno sguardo pieno di ammirazione e speranza.

Così, la signora Teresa passava le sue serate d’agosto, fumando di nascosto una sigaretta a metà e sperando in un mondo migliore.