Un fumo letale

Roberto Masini

Prologo. Rigiro tra le mani quell’anonimo biglietto. Il testo è scarno ma chiaro: “Tua moglie ti tradisce con Carlo, il tuo miglior amico.” È uno scherzo: io conosco sia Grazia che Carlo e per entrambi potrei mettere la mano sul fuoco.

È trascorso un mese. Ieri è arrivato per posta un secondo biglietto. Il testo è lo stesso. Mia moglie mi ha chiesto:

«Roberto, chi ti scrive?»

«Un paziente guarito dal virus che mi ringrazia per tutto ciò che ho fatto per lui.»

Le mani nella marmellata. È giunta una terza missiva; il pensiero che mia moglie sia la persona più perfetta del mondo comincia a vacillare.

Ho sempre ritenuto che questo lockdown non abbia incrinato il nostro rapporto. Mia moglie lavora sempre a casa in smart working; è dipendente di una banca ad Abbiategrasso e si occupa di recupero crediti. Io, invece, sono sempre al lavoro; faccio l’infermiere al Niguarda dove lavora anche il mio collega e amico Carlo. Non abbiamo figli.

Tutte le sere tornavo a casa e Grazia mi raccontava tutto quello che le era successo. Le sue storie erano più interessanti e comunque meno tragiche delle mie relative a malati Covid, alcuni dei quali gravissimi. I nostri rapporti sessuali non erano intensi ma regolari. E allora com’era possibile che mia moglie dividesse il nostro letto con Carlo?

«Ciao, caro! Allora oggi torni a mezzanotte?»

«Si, minuto più minuto meno.»

«Stavolta non ti aspetto. Vado a dormire presto.»

«Allora non ti sveglierò!»

La baciai sulla bocca e uscii. Era un bel giorno di primavera. Percorrendo via Novara in auto, notavo il nostro bosco tutto fiorito. Ma i colori della natura non diffondevano serenità: i miei pensieri erano diventati gonfi d’odio. Giunto in ospedale, eseguii il mio solito lavoro al pronto soccorso e poi chiesi un permesso di tre ore. Avevo saputo che quel giorno Carlo, avrebbe concluso il turno serale alle nove e trenta. Intorno alle dieci parcheggiai l’auto a un isolato di distanza da casa che raggiunsi a piedi. Salito al terzo piano, poggiai l’orecchio alla porta. Non si udiva alcun rumore. Con estrema cautela aprii la porta. La casa era immersa nel buio. Solo una fioca luce proveniva dalla camera da letto. Addossato alla parete del corridoio, avanzai. Speravo di vederla addormenta e sola. Ansimi e mugolii mi giunsero al cervello come un colpo di pistola. Mi avvicinai ancor più: la porta della camera da letto era aperta. Sbirciai con cautela. Mia moglie si muoveva a cavalcioni del mio amico. I miei occhi avevano visto ciò che la mia mente si rifiutava di credere.

Dovevano pagare. Dovevano soffrire. Dovevano morire. Ma non in quel momento.

Ritornai sui miei passi e m’infilai nell’auto. Chiusi gli occhi e cominciai a pensare in quali modi li avrei uccisi.

Il diabolico piano. Potevo fingere di sorprenderli, mentre facevano sesso in casa mia e sparargli. Io non possiedo un‘arma; avrei dovuto comprarla ma non so sparare. Nella migliore delle ipotesi avrebbero ricevuto la pena che meritano ma sarebbero risaliti a me e io avrei passato i miei giorni in carcere. Nella peggiore delle ipotesi avrei sbagliato mira, loro sarebbero sopravvissuti e io sarei andato comunque in galera.

Potevo tentare di assoldare un killer ma io non ho rapporti con la malavita. Avrei dovuto pagarlo; sarebbero risaliti a me, poiché il mio movente è evidente.

Potevo investirli con la mia auto. No, no; questa era l’idea più imbecille che mi fosse venuta. Quando mai escono insieme. Mia moglie è sempre in casa in smart working. O no?

Potevo tentare di avvelenare Grazia e così avrebbe sofferto. Sì dovevano soffrire prima di morire. Però anche se fossi riuscito nel mio intento e avessi allontanato da me i sospetti, non avrei potuto agire allo stesso modo con Carlo.

Dovevo trovare il modo di tormentarli e poi ucciderli, creandomi un alibi inattaccabile, nonostante io fossi il primo sospettato.

E che veleno avrei potuto usare? Sapevo che entrambi, sofferenti d’insufficienza cardiaca, prendevano la digitale. Una dose forte li avrebbe mandati all’altro mondo. No, ci sono stati nella storia troppi omicidi con la digitale. Avrebbero scoperto che io ero a conoscenza delle loro patologie e perciò mi avrebbero arrestato.

Mentre non sapevo che fare, andai in salotto a leggere il giornale e la fortuna mi arrise. L’articolo diceva: L’oleandro è una delle piante ornamentali più pericolose per la sua tossicità in ogni sua parte: rami, foglie e fiori. Tutte sono ricche di cardenolidi in grado di agire sul ritmo cardiaco, provocando aritmie di varia gravità. L’intossicazione provoca prima episodi di vomito seguiti da aritmie e battiti cardiaci rallentati. Può essere mortale, se non viene trattata subito con l’antidoto. Quindi innanzi tutto non bisogna adoperare l’oleandro come combustibile per caminetti e barbecue né per spiedini e altro: non sono rari i casi di intossicazione da inalazione del fumo prodotto dalla combustione di rami e tronchi della pianta…”

Io e mia moglie possediamo una casetta isolata in aperta campagna vicino ad Albairate, dove trascorriamo molti weekend. A volte mi diletto nel fare grigliate di luganeghe sul mio barbecue, sempre innaffiate con birra irlandese. Nel mio giardino oltre a rose e margherite, ci sono due piante di oleandro! Sì, vale la pena tentare.

«Carlo su comincia. Non vedi che è tutto pronto? Roberto è venuto ieri a preparare i rametti per gli spiedini!»

«Sei proprio sicura che tuo marito stia male e non sia una finta e non arrivi qui a rovinarci il Ferragosto?»

«Non ti fidi più di me? Ti devo ripetere quanto ti detto al telefono? Si è alzato con un forte mal di testa ed è tornato a letto. Mi ha chiesto di venire comunque qui per la grigliata. In un primo tempo ho finto un rifiuto: sapevo che avrebbe insistito. Ed eccoci qua. Tranquillo!»

Grosse volute di fumo si alzarono dal barbecue. L’intossicazione iniziò. Io li osservavo dietro il capanno degli attrezzi. Tentarono di chiamare aiuto con i cellulari lasciati sul tavolo del giardino. Non li trovarono perché li avevo sottratti io, usando i guanti. Li lasciai morire. Prima di uscire dal giardino fui punto da una zanzara. La schiacciai ma aveva già consumato il suo pasto. Avevo letto da qualche parte che se l’avessero subito catturata, avrebbero trovato il mio sangue e dimostrato la mia presenza lì. La scostai dal braccio e risi.

Epilogo. «Dottore, perché mi ha convocato? Non avete trovato la telefonata di mia moglie che afferma che io ero a casa con l’emicrania? Non mi avete fatto un accurato esame corporale? Pur trovando nel giardino le mie impronte, perché lì vado spesso, non le avete trovate sui telefonini. Io li avrei voluti vedere morti ma non sono stato io: è stato un tragico incidente!»

«Sul suo braccio, esaminato il giorno del tragico incidente, fu rilevata la puntura di una zanzara e lei disse che non si recava in quella villa da tre mesi.»

«E allora? Forse che le vostre prove si basano sulla delazione di una zanzara? Non mi faccia ridere!»

«Beh, in un certo senso è così: in fondo ai suoi pantaloni abbiamo trovato i resti di una zanzara. Lei infatti è stato punto da una rarissima zanzara il cui nome scientifico è culez theileri, finora ritrovata solo in Sardegna, in Sicilia e, guarda caso, anche nel suo giardino!»