Una nuova geometria

Antonella Enrica Gramone

Per quasi trent’anni ogni mattina il dottor Tommaso Bolzoni aveva percorso il tratto di strada che da casa lo portava alla sua farmacia. Si fermava al bar-tabaccheria all’angolo, comprava il solito pacchetto e poi si dirigeva in negozio, una mano in tasca e nell’altra la prima bionda della giornata.

Il dottore era lungo e stretto come le sigarette che fumava, la voce aveva la consistenza dei gilet di lana ruvida che indossava sotto il camice inamidato. La passione del ballo da sala gli era sbocciata all’approssimarsi della pensione. Per anni aveva accompagnato sua moglie Irene al Circolo Volta di cui erano soci. Ma mentre lei due sere a settimana svolazzava nella Sala delle feste con i suoi compagni di valzer e di fox, lui preferiva starsene nel salottino al piano terra, a sorseggiare una sambuca. Irene lo aveva pregato infinite volte di unirsi a loro, che almeno salisse al piano di sopra a guardare. Aveva sempre scosso il capo, no, il ballo non faceva per lui.

Poi, tre o quattro anni prima, erano arrivati due nuovi maestri. Una sera, mentre al Circolo aspettavano l’ascensore, il farmacista e sua moglie si erano imbattuti negli insegnanti. Conoscevano già Irene, così non aveva potuto sottrarsi ai convenevoli. «Venga anche lei, dottor Bolzoni, venga a vedere come è brava la sua signora» e sorridendo la maestra lo aveva trascinato sottobraccio nel salone dove si svolgevano le lezioni. I due maestri avevano dato una dimostrazione del programma di danze per quella stagione. Biondissima lei, camicia bianca e cravattino nero lui, appena la musica si era diffusa nella sala dai soffitti di stucco avevano iniziato a scivolare sul pavimento di marmo tra i bagliori dei lampadari a goccia. Per tutta l’esibizione Tommaso non aveva staccato lo sguardo, seduto a braccia conserte su una delle poltroncine color oro allineate lungo la parete. E ancora più aveva sgranato gli occhi quando aveva visto Irene, proprio la sua Irene che dimenticava sempre occhiali e ombrelli, veleggiare sulle note di un valzer inglese con una precisione che mai avrebbe immaginato.

«Non le piacerebbe provare?» gli aveva chiesto alla fine della serata la maestra dal caschetto platino.

«Mio marito non ha mai voluto imparare in tutti questi anni che veniamo al Circolo» si era affrettata a scusarlo Irene, «dice che si sente un manico di scopa.»

«È ora di incominciare» aveva detto lui, a sorpresa.

Da allora nessun allievo fu più zelante. Dove non lo favoriva la predisposizione per la danza, era davvero un manico di scopa nei primi tempi, arrivò la determinazione. Ripeté i quadrati del passo base allo sfinimento. La mattina prestissimo, prima che gli inquilini del suo palazzo si svegliassero, scendeva nell’atrio e davanti al grosso specchio dell’ingresso ripassava da solo i movimenti, controllando con cipiglio la postura. Si era poi fatto accompagnare dalla moglie in un negozio specializzato per comprare le sue prime scarpe da ballo, dalla suola antiscivolo in bufalo, e ne grattava il fondo con la cura di una recluta.

«Quando si balla ci si mette allo scoperto, davanti agli sguardi degli altri e a se stessi» spiegò una volta la maestra bionda. «Ballare è un atto di fiducia verso il mondo.» Un mondo a cui il farmacista stava imparando ad adattare la sua mente e il suo corpo spigolosi. Un-due-tre, un-due-tre. Irene incassava paziente i suoi pestoni da neofita. «La donna deve sorridere e l’uomo condurre con garbo; quando si danza non si litiga mai, Tommaso» gli diceva lei porgendogli la mano destra, mentre si muovevano lungo la linea di ballo.

Il giorno in cui completò il primo giro di valzer senza schiacciare i piedi a Irene, il dottore si sentì emozionato come se avesse vinto una gara. Lui che per anni si era mosso impettito, tagliando gli angoli con  falcate sbrigative, aveva scoperto la dolcezza del cerchio. Aveva conquistato una nuova geometria.

Televisione e giornali cominciarono all’improvviso a risuonare di una parola sconosciuta, veniva da così lontano che all’inizio sembrava impossibile sfiorasse anche loro. Si videro i filmati del grande mercato da cui si diceva tutto fosse partito: banchi di pesce vuoti, una scarpa dalla suola bianca abbandonata sul pavimento bagnato.

Un giorno al telegiornale mandarono in onda un servizio su un ospedale da campo costruito a tempo di record, inquadrarono le lunghe file di brandine. Mentre guardava seduta sul divano, Irene disse di sentire dei brividi di freddo, le facevano male gli occhi. Tommaso le portò subito una tazza di tè bollente. «Non finirò anch’io così, vero Tommaso?» domandò lei, accennando allo schermo.

«Cosa vai a pensare, Irene. Ci sono qua io con te» disse forzando un sorriso. Ma deglutì, sentendola tossicchiare di nuovo.

Poco dopo Irene uscì per sempre dalla loro casa. Le era sembrata ancora più minuta mentre gliela portavano via, avvolta in tutti quei tubi. Tommaso abbracciò il cuscino dove lei aveva appoggiato la testa, non capiva come potesse essere successo, proprio a sua moglie. La brutta sigla non guardava in faccia nessuno.

Da quando Irene se n’era andata, Tommaso passava le giornate in poltrona. Dopo mesi la città si stava riprendendo, ma a lui sembrava che i cibi avessero perso sapore, e le strade fossero diventate tutte uguali. Il Circolo Volta era ancora chiuso, chiusi i templi milanesi della danza come il Principe dal pavimento di parquet più bello, spente le luci della balera dell’Ortica.

A Tommaso tornò in mente la scarpa solitaria. Sentì una morsa al cuore. Si alzò di scatto. Andò in camera sua. Dall’armadio tirò fuori una scatola di cartone. Le scarpe da ballo di Irene, la tomaia in pelle morbida, i laccetti sul collo del piede. Stavano in un angolo, accanto alle sue, che così immobili sembravano ancora più lucide e nere.

Guardò lo specchio. Vide il riflesso del viso di Irene che gli sorrideva, il ciuffo argento, l’abito da sera con la spilla di paillettes gialle.

Tommaso uscì di casa. Era notte. Camminò verso viale Pasubio. Superò la palazzina a forma di triangolo di vetro. Rasentando i muri percorse corso Como. Gli ombrelloni dei dehor erano chiusi, impilate  le sedie. Raggiunse piazza Gae Aulenti. Anche lì silenzio: gli uffici, i negozi, il grande supermercato. Si udiva solo il brusio della fontana dai getti intermittenti. Tommaso accese il cellulare, premette un punto dello schermo. Uscì una musica lenta, la ascoltò in piedi, a occhi chiusi, gli sembrò che il Danubio scorresse lì accanto.

Si avvicinò alla poltroncina dorata lungo la parete. Si fermò a tre passi di distanza, fece un piccolo inchino. La dama si alzò, gli porse la mano, lui l’accompagnò a bordo pista. Lei posò la punta delle dita della sinistra sulla spalla di lui, lui le cinse la schiena con il braccio destro. Fecero un primo giro, poi un altro. Tommaso strinse le scarpe di Irene al petto, la voce di lei gli sussurrò all’orecchio: «Attento alla linea di ballo, scendi con le gambe, Tommaso, scendi…»

E lui si mosse, cercando di tracciare di nuovo il cerchio, oltre la spalla della sua dama, le dita di lei appoggiate come una carezza sul suo braccio, l’anca di Irene che sfiorava la sua.

Si guardarono negli occhi, il ballo di una vita.