I gemelli

Giuseppe Borasi

Mercoledì

Mi chiamo Franco Giorgio Francone. Il secondo nome mi è stato dato forse per poterci distinguere oppure perché i miei genitori si sono resi conto troppo tardi che l’ironia per l’assonanza del nome che avevano scelto ci avrebbe accompagnato per tutta la vita. Ho usato il plurale perché analoga scelta è stata fatta anche per mio fratello gemello: Franco Giovanni Francone, lui.
Voglio bene a mio fratello, anche se non abbiamo molte cose in comune. Di sicuro l’aspetto fisico è del tutto identico a prima vista, ma le somiglianze finiscono lì. Mia madre mi ha raccontato che abbiamo cominciato a litigare fin dalla nascita, disputandoci l’uscita in sala parto. Il caso volle che fossi io a essere primogenito, il fratello maggiore, anche se tutti mi chiamano Franchino, per il mio carattere accomodante e pacato e per una certa propensione ai malanni stagionali. Con il tempo, io e mio fratello ci siamo persi di vista. Io ho trovato un impiego in banca, mi sono sposato e ho avuto un delizioso bambino che ha appena compiuto cinque anni. So che lui guadagna molto, anche se non sono mai riuscito a capire che lavoro faccia. Ho provato a telefonargli più di una volta, ma è sempre molto impegnato e così ormai sono almeno dieci anni che non ci vediamo.
Ecco perché il suo invito per domenica prossima mi è giunto inaspettato. Non vedo l’ora di incontrarlo e di sapere che cosa avrà da raccontarmi. Magari potrebbe darmi una mano. Sì, perché qualcuno vuole uccidermi. Ho ricevuto delle minacce anonime e ho rischiato di cadere vittima di un agguato. Così ho preso un permesso dal lavoro e non esco di casa da circa tre settimane.

Venerdì

Mi chiamo Franco Giovanni Francone, o per farla breve soltanto Francone. Quegli stupidi dei miei genitori, pace all’anima loro, non hanno trovato di meglio che darmi un nome buono per farmi prendere in giro da tutti. Ma la cosa non mi stava bene e la prima volta che qualcuno si è permesso di ironizzare sul mio nome, gli ho tirato un pugno dritto sul naso da mandarlo in ospedale. E da quel giorno nessuno ha mai osato fare altrettanto e tutti mi rispettano quando mi incontrano per strada. Mica come a quel fesso di mio fratello, Franchino, stesso nome e non potremmo essere più diversi. L’avevo già capito da bambini, quando andavamo a pescare allo stagno: lui ributtava le carpe in acqua, io mi divertivo tagliando la coda alle lucertole e impalando quegli orribili rospi. O qualche anno dopo, quando sussurrava frasi romantiche alle fanciulle di buoni principi, mentre io collezionavo come francobolli ragazze sboccate e spudorate come il sottoscritto. Da quando ce ne siamo andati di casa ho sempre cercato di evitarlo, mi irritavano il suo buonismo e la sua onestà. Credo di averlo visto al massimo una decina di volte, di cui tre per puro caso e altre due al funerale dei nostri genitori. E stavolta mi toccherà rivederlo.
Per l’ultima volta. Non posso farci niente. Durante un colpo dei miei ragazzi alla banca di Piazza Ascoli, il fato ha voluto che l’unico testimone fosse proprio Franchino. Non so cosa ci faceva in giro a quell’ora, ma è riuscito a vedere la targa dell’auto mentre i miei si davano alla fuga. Ricorda solo una parte dei numeri è vero, ma è già andato a spifferare tutto alla Madama e tra un mese si presenterà anche in tribunale a testimoniare. Fortunatamente non sa che dietro tutta questa storia ci sono io. Ho provato anche a mettergli paura, per farlo stare zitto, se non proprio toglierlo di mezzo direttamente, ma l’agguato è saltato per un imprevisto. E’ anche fortunato, quel bastardo, sangue del mio sangue. Era felice di risentirmi, quasi non ci credeva. Ha anche detto che mi deve parlare di una cosa importante e che forse potrei aiutarlo. Ma va? Giuro che quasi scoppiavo a ridergli in faccia al telefono. Mancano due giorni e domenica sarà tutto finito, finalmente.

Domenica

Francone cammina lungo viale Vercelli, con le mani in tasca e una sigaretta tra le labbra. Butta il mozzicone a terra e ne accende subito un’altra. Supera un grande palazzo tinto di un giallo Milano ormai tendente al voncio, con il tetto di tegole scure. In lontananza comincia a intravedere un alto edificio di recente costruzione, che svetta dall’altra parte della strada. Continua a camminare e ormai la terrazza di quel palazzo sarà distante da lui al massimo duecento metri. E’ in quel momento che un piccolo Maltese dal pelo bianco gli si avvicina e comincia a girargli intorno. Francone inizia a imprecare e lo scalcia in malo modo. Il cagnolino guaisce e sparisce di corsa in una via laterale.
– Eccomi fratellone, scusa il ritardo.
– Ah sei qua. Dai forza, andiamo a mangiare qualcosa.
– E’ la Provvidenza che ti manda, non sai in che situazione sono e ti ritrovo proprio adesso…
– Lascia stare la Provvidenza, il ristorante è laggiù al di là di quella tabaccheria all’angolo.
E’ in quel momento che il cagnolino di prima sbuca da un portone e si para davanti a Franchino.
-Ehi piccolino, vieni qui.
Franchino gli si inginocchia davanti.
– Non farlo!
Francone urla mentre il suo viso è trasfigurato da un’espressione di stupore che diventa subito terrore puro.
Sembra solo un fischio, poi un’impercettibile vibrazione d’aria attraversa il cranio di Francone, che finisce a terra, mentre un grumo di sangue e materia cerebrale schizza sul marciapede a disegnare un illogico diagramma.

Una settimana prima

Due uomini siedono al tavolino di un bar in zona Lambrate. Se ne stanno in un angolo lontani da tutti e parlano a bassa voce. Uno è Francone, l’altro uno sconosciuto. Non avrà ancora cinquant’anni, ha i capelli curati ed è ben vestito. Francone gli ha appena consegnato una busta che l’altro non ha neppure guardato. Sa che Francone è un uomo di parola e, in ogni caso, tutti i clienti che lo contattano per uno dei suoi servizi sanno a cosa potrebbero andare incontro, se cercassero di fare i furbi.
– Mi piacerebbe sapere anche perché mi ha chiesto di farlo.
– Credevo che bastasse soltanto pagare – risponde serio Francone.
– Sì certamente, tutti lavoriamo per il denaro, ma mi aiuterebbe a fare meglio il mio lavoro, ad essere più concentrato, sapere anche il perché.
– Lo faccio per una questione di sicurezza personale, perché potrei avere molti problemi, se non lo facessi – risponde Francone. – Problemi con la giustizia, voglio dire. Si tratta di mio fratello, mio fratello gemello. Ha visto qualcosa di troppo.
– Capisco. Non aggiunga altro. Quindi siamo d’accordo, domenica prossima sarò sul terrazzo di cui le ho parlato. Alle venti precise, poco prima del tramonto. Quando vi sarete fermati davanti al tabaccaio, dove ho il tiro libero, lei si abbasserà ad allacciarsi le scarpe, è segnale concordato e io premo il grilletto ed è fatta. Finito. Non se ne accorgerà neppure.
– Mi scusi, un’ultima domanda. Se lei dovesse sbagliare…
– Io non sbaglio mai.
– Scusi, non volevo offenderla. E se invece non dovessi abbassarmi, per qualunque motivo?
– Questo è un problema suo, i soldi in ogni caso non le verranno restituiti.