Io, la giuria

Alberto Garavello

I Lo feci entrare e mise la valigetta sul tavolo. Aprì e la girò verso di me. C’erano due calibro 38 ed una 45 automatica. Stava in piedi davanti a me, mi guardava poi decise di rompere il silenzio; ”otto anni. Forse un po’ troppi”. -“Lo penso anch’io”. Aveva voglia di parlare, non capiva perché volessi quelle pistole;” non te li sei fatti tutti però.” -“Tre a San Vittore, tre ai servizi sociali. Due me li hanno condonati. Ma sono due mesi che non esco. Quanto ci vuoi per questi ferri?” Si avvicinò ed indicò con il dito;”1500 per l’automatica, 1000 per quelle a tamburo. Due scatole di proiettili in omaggio.” Annuii; ”non me ne serviranno così tanti per quello che devo fare.” -Sai sparare?” -“Da piccolo andavo a caccia con mio padre. So fare centro.” Mi alzai ed andai in camera da letto a prendere il rotolo di banconote; indicai quella nera a tamburo e gli diedi i soldi. Me la mise in una custodia con una bretella insieme alle cartucce e lasciò tutto sul tavolo. “Sono passati tanti anni… forse è meglio che lasci perdere.” Non la presi male; ”è bello poter fare certi sbagli”.

II Mi svegliai presto e uscii; faceva freddo ma era una bella giornata. Anche durante l’affidamento ai servizi sociali non ero mai uscito, avevo paura che mi riconoscessero. Non che fossi un personaggio famoso; ero un pesce piccolo nel partito, forse proprio per questo mi avevano incastrato.  Camminai per tutta la mattinata poi decisi che era il momento, volevo parlargli, era importante. La trovai seduta sotto i portici a quel caffè dove mi avevano detto che faceva colazione. Quando mi vide rimase con la forchetta per aria. -“Quando ti hanno messo fuori?” –“Quando mi sono messo fuori vorrai dire..” Non avevo mai voluto che venisse a trovarmi in galera, glielo avevo proibito. Con gli anni era diventata uguale a sua madre, la stessa smorfia sulla faccia quando era sorpresa. -“Cosa farai adesso? Quelli del partito dovrebbero aiutarti dopo tutto quello che hai fatto per loro.” -“Il partito non esiste più. E anche se esistesse non gli chiederei nulla. Sei fidanzata?” Sapevo che non gli piaceva parlare di queste cose. -“Sto con uno dell’ufficio. E’ un bravo ragazzo, ti piacerebbe, se ti giri lo vedi, sta parlando con quella mia collega. Noi dell’ufficio pranziamo sempre qui.” Mi girai; giacca e cravatta, alto bella presenza, tipo executive. Il genere di persona che non avevo mai sopportato.  Era meglio sparire prima che tentasse di piazzarmi dei fondi di investimento. -“Sa tutto di me?”  Girò lo sguardo, era una risposta. Mi alzai le presi la mano; ”allora è meglio continuare a tenere il segreto…” Mentre mi allontanavo vidi che si portava un fazzoletto alla faccia. Forse una lacrima. Avrei messo in conto anche quella.

III Arrivai alla stazione nord. Avevo appuntamento con la persona che mi interessava. Entrai, era cambiato tutto, giusto così. Su uno di quei treni avevo conosciuto Gabriella, quando facevo il contabile per una ditta di Milano. Come molti pendolari ci eravamo fidanzati sui binari. Mi ricordavo ancora la prima sera quando avevamo fatto tardi a Milano e il treno era partito senza di noi. E nell’aspettare quello dopo ci eravamo baciati sotto la pensilina. E poi insieme e poi il sindacato, alla fine il partito e la casa a Milano. E una figlia ovviamente. Mi faceva impressione vedere quelle carrozze a due piani con i colori sgargianti e le scritte sulle fiancate, gli schermi elettronici che ti dicevano dove stavi. Noi lo sapevamo a memoria quando scendere, avevamo un orologio nel cervello che ci diceva quando c’era Rescaldina e quando Novate milanese. Presi un caffè mi misi seduto e lo vidi arrivare. Per un attimo pensai che non fosse lui, poi quando mi si fece incontro a braccia aperte non ci furono più dubbi; era Giorgio. -“Quando è finita?” -“Da circa due mesi. Ma non mi andava di uscire di casa.” Mi prese sottobraccio, era invecchiato, portava due occhiali molto spessi, le lenti a contatto erano un ricordo; “Non ho potuto difenderti. Ho saputo di tua moglie. E’ stato terribile, sono stato il primo a correre a casa tua.”  -“Gabriella era fragile, non ha retto a vedermi in manette. Non avrei mai pensato che avrebbe fatto una cosa del genere”. –“Bastardi. Dopo tanti anni nel partito neanche una parola, Ti hanno scaricato tutto addosso. So quella cosa che ti interessa.” Mi mise in mano un foglio di carta, con un indirizzo, diedi uno sguardo, Continuò; -“E’ sul lago, una bella villa, con tutti i soldi che si è fottuto. Nessuno lo vede da un sacco di tempo. Si è messo con una dell’est, la famiglia l’ha mollato, vive con lei, non esce mai. Sei sicuro di volerlo fare? Non ti ridarà gli anni che hai perso.” Sapevo anche questo; ”lo manderò da Gabriella. Ci penserà lei se perdonarlo o no.” Ci stringemmo la mano.

IV Arrivai che era sera. La villa sembrava deserta, non c’erano cani da guardia o sistemi di sorveglianza. Con un tronchese aprii un catenaccio della porta che dava sul giardino. Mi feci strada lungo le siepi fino ad un gazebo in vetro. Sentivo qualcuno che parlava a voce, alta, una voce di donna; ”e adesso mangi tutto quello che ho messo nel piatto brutto stronzo sennò te lo ficco in gola con un imbuto fino a che ti strozzi”. La stanza era illuminata; lui stava su una sedia a rotelle, un grosso canovaccio attorno al collo, un braccio sostenuto da un tutore e un cucchiaio nell’altra mano. Alzò lo sguardo verso di lei; alta e robusta lo sovrastava, seno gigantesco, spalle enormi, rossetto incandescente; “non ne ho voglia stasera Tanya, non mi piace il semolino…” Lei gli tirò uno schiaffo che quasi lo fece cadere dalla carrozzina. Lo prese per il bavero del pigiama; ”brutto vecchio schifoso … se non mangi questa cazzo di semolino ti faccio mangiare quello che hai nel catetere e nel pannolone… hai capito bastardo?” Gli tirò un altro ceffone facendogli sanguinare l’angolo della bocca. Lui cominciò a tossire, sputò un dente, lei gli tirò l’acqua della brocca in faccia; “fai schifo ecco cosa fai!  se quando torno non hai finito tutto il semolino ti ammazzo di botte.” Sparì nella porta della villa. Aveva la faccia rivolta in basso, la saliva che colava da un angolo della bocca. Quando sollevò il viso gli stavo davanti, la pistola in mano. Mise a fuoco lentamente, poi mi riconobbe; -“Tu?”  Quanto avevo aspettato quel momento. Aveva una coperta sulle ginocchia, i piedi infilati in due scarpe con la zip, un braccio paralizzato e la bocca tutta storta da un angolo. Allungo’ una mano verso di me; ”mi dispiace per tua moglie”. Vedevo in lontananza il riflesso della TV e sentivo quella che rideva. Aveva delle ecchimosi sul volto e sul collo, ma gli occhi erano ancora vivaci;”che aspetti? Lo so perché sei qui… fallo.” Misi la pistola sul tavolo, con la canna rivolta verso di lui;”no Aldo. Questo favore non te lo faccio. Dovrai farlo tu o dovrà farlo lei. Lei non lo farà perchè ci si diverte troppo. Tu non lo farai perchè sei un vigliacco. L’inferno devi averlo anche qui. Solo di la non mi basta.” Mi guardò andare via, lo sentii fare una specie di suono gutturale, poi chinò la testa. Dei passi risuonarono, entrava la giuria. Ma il verdetto era già stato emesso. Potevo andare.