Lo smemorato di Sao Paolo

Salvatore Di Sante

Sono felice. Mi sono appena svegliato, in un lussuosissimo albergo di Sao Paolo. Al mio fianco dorme una splendida fanciulla di cui non ricordo il nome. A pensarci, non ricordo proprio nulla. Neppure il motivo di questa gioia…
Dorme girata su un fianco. Il lenzuolo le arriva poco sotto la spalla e sussulta morbidamente al ritmo del respiro. Da una cascata di ricci nocciola spunta un nasino affilato. Il profilo è delicato, ingentilito dall’abbronzatura dorata. Faccio scorrere l’enorme finestra panoramica ed esco sul terrazzo, attento a non fare rumore. Una leggera brezza stempera provvidenzialmente quest’afa collosa. Di sotto la città è in fermento: una corrente di teste colorate e berretti di tutte le fogge si dirama sui marciapiedi e si accalca ai semafori. Tutti carichi di buste, pacchi o valigie. Mi guardo istintivamente il polso sinistro ma non c’è più il mio orologio in metallo col quadrante blu scuro. E solo adesso mi accorgo di aver dormito vestito. Ho dei jeans stinti e una T-shirt bianca. Ma allora io e lei non abbiamo…? Butto un’occhiata di rammarico alla stupenda ragazza sul letto a baldacchino. Di colpo mi sembra impercettibilmente più familiare. Poi un barlume di ricordo: lei che mi sorride avvicinandosi con un cocktail in mano.
«Ehi, come stai?»
Mi volto di scatto, colto di sorpresa. Mi ha raggiunto sul balcone con indosso degli shorts e un top bianchi a fiorellini.
«Bene!» rispondo con enfasi. Con quel sorriso non può certo avere cattive intenzioni. Eh sì, la sindrome di Biancaneve è una bella condanna; specialmente ora che mi ritrovo del tutto smemorato.
«Niente mal di testa, nausea?»
«No. Anzi ho proprio fame. Solo non mi ricordo niente.»

«Il dottore l’aveva detto che poteva succedere. Ti sei svegliato prima del previsto, però.»
Qualcosa inizia a bippare con insistenza. Lei prende dal cassetto una specie di lettore Mp3 nero.
«Merda!» esclama dopo avergli dato un’occhiata.
«Devo scappare,» mi dice. Infila una nove millimetri nella fondina ascellare e inforca la porta lasciandomi lì come un salame.

Ancora il vuoto. Nulla. E pescare in tasca un portafoglio che mi restituisca un’identità è evidentemente chiedere troppo. Fisso la mia immagine che mi guarda basita dal grande specchio da parete, e almeno quella la riconosco. Il telefono di madreperla con la cornetta in ottone ammicca dall’ampio scrittoio in mogano: ho fame ma senza una lira non posso ordinare neanche un pacchetto di noccioline. E quindi anche il mobile bar è zona proibita. Un altro supplizio di Tantalo. Ma è proprio il telefono a squillare, come se mi avesse letto nel pensiero.
«Qui è la reception, signore. Se vuole mangiare qualcosa, la signorina ha lasciato detto che pagherà per lei»
«Ah…» bisbiglio stupito. «Allora vorrei due toast al formaggio e una spremuta d’arancia, per favore.»
«Perfetto signore, arrivano subito.»

Un quarto d’ora dopo un solerte cameriere in livrea rossa parcheggia nella stanza un vassoio d’argento con le pietanze richieste. Ci sono anche due tovaglioli bianchissimi col bordo ricamato in oro. Mamma mia che sfarzo per due fette di pane e un succo di frutta… mi fa strano. Consumo il pranzo passeggiando per la camera e meditando, ma l’unica cosa che riesco a farmi venire in mente è un principio di emicrania, come profetizzato dalla mia… amica? Decido quindi di stendermi un po’, d’altronde ho anche dormito poco, come mi ha fatto sempre notare la… boh? Non le ho chiesto nemmeno come si chiama…

L’immagine balena come un fulmine nel cielo notturno, svegliandomi di soprassalto. Infilo di nuovo le mani nella tasca dove avevo sperato di trovare un portafoglio, raspando più a fondo stavolta. Eccolo! Dispiego il foglietto. Il nome di una via e un orario: le 11.
Il giorno è oggi. Lo so, lo sento. Mi serve un orologio. Subito! Ce ne sarà uno in questa camera da palazzo reale…! Faccio saettare lo sguardo spiritato in lungo e in largo ed eccolo lì. Camuffato in un’avveneristica lamina di metallo: sul quadrante dalla luminescenza azzurrina urlano le 10:55. Mi precipito per le scale e domando trafelato al portiere: «Sa dov’è quest’indirizzo?»
«Guardi, è proprio qui di fronte,» risponde con tono piatto indicando il campanile di una chiesa.

Faccio la mia entrata trionfale. Tutti gli invitati si voltano a guardarmi indispettiti, un po’ per il mio abbigliamento, un po’ perché sono l’ultimo ad arrivare e un po’ per tutte e due le cose. Dall’altare Piero mi rivolge un sorriso compassionevole e preoccupato. L’imminente consorte brasiliana invece mi fissa come se potesse incenerirmi con lo sguardo. Faccio per blaterare delle scuse quando un bisbiglio alla mia sinistra mi distoglie dalla trance.
«Ehi, ma tu che ci fai qui?»
E’ la ragazza dell’albergo. Un altro flash: noi due che parliamo sorridenti sul divanetto di una discoteca, storditi dal martellare assordante, dal rum e dalle luci stroboscopiche.
Prima che riesca a dire qualcosa mi prende per il braccio e mi tira accanto a lei, in piedi nelle ultime file. A un certo punto mi guarda sorniona e mi scruta maliziosamente, poi approfittando di un lungo passo dell’omelia mi trascina di nascosto dentro un confessionale.
«Ci avranno visto?»
«Non fa niente,» mi dice lei.
Se lo dice lei…
Così, mentre il mio migliore amico convola a nozze con la sua bella (di cui ancora non ricordo un’acca), quest’avvenente fanciulla, compagna di una notte smarrita nelle brume dell’oblio, colma per filo e per segno la mia voragine mentale e anziché i suoi peccati mi confessa tutto quello che mi era successo la sera prima.

Ci siamo conosciuti in quella discoteca, ma lei stava indagando su un giro di hashish. E’ una poliziotta e faceva la punta a uno spacciatorucolo.
Io ero un diversivo per mimetizzarsi e aspettare il momento adatto. Senonché per sbaglio ho bevuto dal suo bicchiere in cui qualcuno aveva diluito GHB, la droga dello stupro. L’avevo quindi involontariamente salvata. Nella confusione, mentre ero svenuto, mi avevano rubato orologio e portafoglio. Aveva avuto la premura di portarmi nella sua stanza d’albergo, dove alloggiava per la missione. Missione che le ho mandato a monte, sempre involontariamente, ma così è. Quindi l’ho salvata da un pervertito, ma facendo fuggire lo spacciatore; spacciatore che comunque ha arrestato stamattina, dopo avermi abbandonato in albergo fuggendo di corsa.
La sposa è una sua amica.

«Adesso può baciare la sposa!» proclama il prete. Tutti scattano in piedi nel frastuono degli applausi e noi ne approfittiamo per sgattaiolare fuori dal confessionale e riprendere posizione.
Il mal di testa sta scemando e poco a poco gli strappi nel mio vissuto si cicatrizzano come panna montata che si gonfia a chiudere i vuoti.
E lei mi sorride, piantando nei miei i suoi occhi di un verde brillante. Mi soffermo su come il completo di raso bianco le fasci i fianchi e il seno. E mi sembra di avere tutto il tempo del mondo (ricordare chi sono, prendere un aereo che mi riporti dall’altra parte del pianeta… vediamo… senza fretta…).
A proposito: si chiama Amanda.