Nasone

Elisabetta Amoroso

Nasone viveva prigioniero al Parco Rifugio da tanto tempo, ce lo avevano portato i suoi umani un brutto giorno di sole.
Era salito sull’automobile tutto contento insieme alla nonna convinto di andare a fare una passeggiata al parco e, invece, la nonna era stata scaricata in una casa piena di vecchi e lui in un capannone pieno di cani.
Per un po’ aveva aspettato fiducioso che tornassero a prenderlo, non avevano motivo di lasciarlo, era un cane buonissimo e coccolone anche se perdeva un sacco di peli, poi aveva capito che era stato abbandonato.
Non di rado, arrivava in visita qualche bipede in cerca di compagnia, faceva un giretto tra le gabbie e poi sceglieva qualcuno da portare a casa. Gli ospiti del canile facevano a gara per mostrarsi festosi e scodinzolanti. Alcuni, per la verità, avevano adottato la strategia dello sguardo triste ed implorante che poteva avere successo.
I primi tempi anche Nasone si metteva in bella mostra ma ben presto aveva capito che per lui c’erano poche speranze: era grasso, sgraziato e aveva sul muso quel buffo coso a forma di patata che aveva ispirato il suo nome.
Ormai anziano, si era abituato a quella vita noiosa e solitaria: il cibo non mancava, un’oretta d’aria nel cortile per sgranchirsi le zampe, quattro chiacchiere con gli altri reclusi e una pacca sulla testa dal guardiano quando era di buon umore.

Successe un giorno qualcosa di sorprendente.
Un signore di mezz’età si fermò proprio davanti alla sua gabbia: “Voglio quello”, disse.
Nasone non poteva credere alle sue orecchie spelacchiate, forse stava sognando.
“E’ molto generoso da parte sua adottare un cane così anziano: lo renderà felice per il poco tempo che gli resta da vivere”.
A queste parole del guardiano, Nasone, al quale il veterinario aveva asportato a suo tempo le parti basse porta fortuna, non trovò di meglio da fare che toccare il ferro delle sbarre con il muso rimanendovi incastrato con il suo grosso tartufo.
“Datemi questo cane senza tante storie, ho fretta!”
Quell’uomo era un po’ sgarbato ma Nasone, liberato, lo seguì con una rinnovata fiducia nel genere umano. Povero ingenuo!

L’accoglienza nella nuova dimora non fu delle migliori.
“Ma sei impazzito! Dove hai preso questo sacco di pulci”.
“Stai zitta e non rompere le scatole, lui starà qui con noi, almeno fino alla fine di questa brutta storia”.
“Allora me ne vado io!”
“Magari! Peccato che non si possa uscire di casa”.
Che brutta famiglia che gli era toccata in sorte: mai una carezza o un complimento, solo rimbrotti e pedate.
Ma perché quell’umano lo aveva preso se non aveva piacere di averlo con sé?
Nasone capì tutto ascoltando la scatola parlante sempre accesa in salotto: un mostro invisibile e molto pericoloso assaliva gli umani saltando come una pulce da una persona all’altra. Per questo il capo supremo del paese aveva ordinato a tutti di stare in casa ed uscire solo per motivi seri di salute, per fare la spesa e per portare i cani a fare la pipì e il resto.
Quel bipede senza cuore aveva bisogno di lui per uscire e infatti ogni sera lo trascinava fuori anche quando era freddo, pioveva e lui non aveva nessuna voglia di fare la passeggiata.
Camminavano per qualche isolato e poi entravano in una casa, sempre la stessa, dove abitava un’umana molto carina e gentile. Lei gli faceva qualche coccola, gli dava un biscotto e poi lo chiudeva nello stanzino. Da lì Nasone poteva udire degli strani guaiti ma non se ne preoccupava più di tanto.

Tornarono il sole e le belle giornate.
Dottori, dottoresse, infermieri e infermiere avevano lottato fino allo stremo delle forze per combattere il mostro invisibile e alla fine erano riusciti a vincere, molti di loro avevano perso la loro vita in questa battaglia.
Un professore molto importante della città dichiarò che il mostro era clinicamente morto e il capo supremo del paese diede il permesso agli umani di uscire di casa liberamente.
Questo diceva la scatola parlante e la scatola parlante non sbagliava mai.
Una notte, l’umano cattivo uscì di casa portandosi dietro un riluttante Nasone e un misterioso zainetto.
Passeggiarono lungo i navigli, in quelle belle stradine piene di ciottoli fino allo slargo della darsena.
L’uomo si fermò in un angolo deserto e poco illuminato, recuperò un pezzo di selciato grosso e pesante e cominciò a legarlo con la corda che aveva tirato fuori dallo zaino.
Nasone non era intelligente come un Border Collie ma capì subito le intenzioni di quello schifoso, assassino, maledetto.
Agì velocemente e con insospettabile agilità: prese con i denti il capo libero della corda lo attorcigliò alla caviglia del bipede e gli si scagliò contro con le zampe anteriori e con tutta la sua forza.
L’uomo perse l’equilibrio e cadde nel fiume, annaspò e chiese aiuto, prima di essere risucchiato dall’acqua fredda e torbida.
Nasone, stanco ma soddisfatto, si accovacciò sullo zaino e si addormentò.

La mattina seguente fu svegliato da due persone in divisa e portato in un luogo confortevole dove venne adeguatamente rifocillato.
Su Leggo Milano uscì un bell’articolo che parlava di Nasone.
Ieri mattina è stato ritrovato il cadavere di M.R. La moglie dichiara: “Mio marito è uscito ieri per la consueta passeggiata con il cane e poi non è rientrato per la notte, non mi sono preoccupata perché non era la prima volta che succedeva. Questa mattina i carabinieri mi hanno convocato in caserma dove ho riconosciuto il nostro cane e lo zaino che conteneva il portafoglio con i documenti”.
Le ricerche in fondo alle acque della Darsena hanno confermato il brutto presentimento della donna e delle forze dell’ordine: il corpo di M.R. è stato trovato con un masso legato alla caviglia.
La signora concorda con l’ipotesi del suicidio avanzata dal brigadiere incaricato delle indagini: “Ultimamente mio marito era depresso, era crollato psicologicamente a causa del lockdown”.
Un’altra vittima del Covid 19.
Ancora una volta il cane dimostra di essere il miglior amico dell’uomo. M.R, è stato ritrovato grazie al suo fedele compagno che ha vegliato tutta la notte nel luogo dove aveva visto scomparire il suo amato padrone. La signora non si è sentita di tenere il povero animale. “Mi ricorda il mio caro marito e per me sarebbe troppo triste averlo accanto”.
Le forze dell’ordine hanno trovato una sistemazione adeguata per questa anima buona che ha dimostrato tanto affetto per il suo padrone e tanto affetto poteva ancora dare a persone che ne avevano bisogno.

“Questa sì che è vita”, pensava Nasone, sdraiato all’ombra di una magnolia fiorita nel parco della sua nuova casa.
Cibo ottimo e abbondante e un sacco di coccole, grattini e biscotti da parte degli altri residenti che erano tutte persone anziane scampate al pericoloso mostro invisibile.
Tra loro ritrovò anche una vecchia amica: la nonna che, come lui, era stata abbandonata all’inizio di questa breve storia triste ma con lieto fine.