Desiderando Manù

Carlo Battaglini

Dopo il divorzio ero finito a Milano, ad abitare da mio fratello e a lavorare in un ufficio presso Porta Romana. Per un po’ mi ero solo adattato, ma capire che Laura aveva scelto me, nella fila di colleghi pronti a vendere l’anima in cambio di un solo suo sguardo, mi aveva messo di fronte alla necessità di un luogo dove portarla.

Avevo capito ben presto che le donne hanno più risorse. Anche per affittare un appartamento a ore vicino a Porta Romana.

“Adesso sappiamo dove andare”, aveva detto Laura avvicinandosi, facendomi sentire il suo profumo mentre si passava la punta della lingua sulle labbra. Così sfacciata. Così provocante. Così ansiosa di tradire il marito. Mi sfiorò la bocca con la sua, notò sorridente il gonfiore che mi pulsava tra le gambe e disse: “Attento a non andare in giro così…”

Quando ci trovammo in quella stanza per la prima volta, ne osservai i mobili. C’era un letto grande, due comodini, un armadio. Un ventilatore riposava su un comò. Mi avvicinai per accenderlo. Sotto il vetro di copertura c’erano le foto di un’adolescente, dallo sguardo pudico e dalla carnagione chiara, i capelli corti e il seno generoso.

La nudità e la voracità di Laura, pur strepitose come mi ero immaginato, non riuscirono a colmare una certa mancanza di magia. Stuzzicarci in ufficio era stato frustrante, ma avevo provato un batticuore così forte d’averne ora nostalgia.

Laura non si accorse della mia delusione, o finse di non accorgersene.

Fuori la sala era vuota. Tossii. Tossimmo. Forse la signora che ci aveva ricevuto graziosa, seria, mostrandoci la camera senza fare commenti maliziosi, ci aveva lasciati soli.

Stavo per posare i soldi sul tavolo, quando sentimmo un fruscio di tende, e ci apparve la ragazza delle foto. 

Aveva, in effetti, non più di diciotto anni. I suoi occhi, bellissimi, si nascondevano dietro un paio di occhialini. Aveva un libro in mano, come se stesse studiando.

Le consegnai i soldi, e mi parve che arrossisse. 

“Alla prossima volta”, ci disse sorridendo.

“Si chiama Manù”, rivelai a Laura una settimana dopo, davanti al diploma esibito sotto il vetro del comò. Non fu solo quello a parermi nuovo, ma anche una foto di lei sulla spiaggia, seduta su una sdraio, lo splendido seno strizzato in uno striminzito bikini. Non pareva tanto ingenua. Sia a me, sia a Laura, sembrava rivelare un indiscutibile talento per la provocazione. Lo sguardo sereno era accompagnato da un sorriso inquietante, conturbante.

Quell’alla prossima volta poteva leggersi come la sua consapevolezza dei nostri giochi, ai quali avrebbe anche voluto partecipare.

“L’accontentiamo?”, proposi a Laura.

“Fammi urlare”, rispose complice.

Feci di tutto per esaudirla.

La mia lingua percorse tutte le vie del suo corpo, e lei mi implorò di continuare così, e le sfuggirono sospiri tanto intensi da risuonare al di là delle pareti. Quando la penetrai, il suo urlo fu acuto. Incontenibile. Quasi un grido di dolore. 

Un’ora dopo uscimmo dall’alcova, e ci fu chiaro che non ci eravamo sbagliati.

Manù arrivò, di corsa, lo stesso libro in mano, il volto infiammato, chissà se di piacere o di vergogna. O per il piacere della vergogna.

Le diedi i soldi.

Laura le prese la mano e si appartarono di qualche passo.

Vidi Manù annuire.

Quando fummo fuori, Laura mi rivelò che le aveva chiesto di lasciarci nel letto le lenzuola con le quali avrebbe dormito lei. Era arrivata a dirle che volevamo sentire il suo odore.

Al successivo incontro, le lenzuola usate non erano l’unica novità. C’era una nuova foto, appositamente esposta per noi. Manù, coperta solo da una salvietta, era distesa sul letto, prona, la testa eretta poggiata sul palmo delle mani. Le gambe erano alzate e incrociate. E il messaggio più eloquente era nel lenzuolo, stampato in arabeschi gialli, lo stesso offerto a noi quel giorno, impregnato dei suoi umori notturni.

“Dormirà nuda?”, domandai a Laura, e restammo entrambi ad annusare le lenzuola.

“Cosa le faresti, se fosse qui?”, volli sapere.

Laura chiuse gli occhi. Evocativa. “L’abbraccerei da dietro”, mi sussurrò, “per sentire il suo corpo sul mio. Le mordicchierei l’orecchio, e le chiederei di baciarmi ovunque”.

Laura parlava, e io le vedevo in piedi, i corpi raddoppiati dallo specchio, una dietro l’altra, le mani di Laura accarezzare il seno di Manù.

Caddero sul letto, accanto a me, abbracciate, il calore dei due corpi così vicini al mio. Con la bocca frugavo senza sapere più di chi fosse quella gamba, di chi fosse la mano che mi toccava, la vagina che mi avvolgeva, la lingua sulla mia schiena.

Ci ritrovammo sfiniti, fradici di sudore, Laura e io.

Uscendo, Manù ci salutò come sempre, lo sguardo pudico, il volto infiammato dal rossore. Mi parve sudasse, come se fosse rimasta esposta al sole estivo. Un leggero tremito le agitava le dita.

Laura, con familiarità, le diede un bacio sulla guancia.

Prendemmo l’abitudine di evocarla. La domanda tu cosa le faresti Passava dalla mia bocca a quella di Laura, scatenando la nostra fantasia, attizzando il bisogno che avevo di Manù.

Le foto sotto il vetro del comò cambiavano sempre, provocandomi, e poi comparve un paio di sandali ai piedi del letto, e una vestaglia nell’armadio aperto, e un paio di mutande sporche in bagno, che io annusai a fondo, immaginandole come l’antipasto di ciò che ci aspettava tra le lenzuola. Alla fine, sempre come parte del rito, il saluto prima di andarcene: alla prossima volta, e il bacio sulla guancia, perché adesso la baciavo anch’io. Le carezzavo la nuca con le dita, e lei lasciava fare.

Reiterando quel rito, impazzivo sempre più, fino a quando, salutando Manù, le sussurrai: “Ti ho lasciato un regalino in camera”.

All’insaputa di Laura, avevo lasciato a Manù un biglietto sotto il vetro del comò: “Potrò farti l’amore?”

La settimana dopo, come avevo progettato, mi giustificai con Laura sforzandomi di apparire sincero: un cliente mi aveva chiesto un appuntamento urgente. Nello stesso istante Laura mi aveva ribattuto una sua scusa. Le nostre parole si erano incrociate nell’aria, annullandosi o confermandosi a vicenda. Mi spiacque sentirla dire che aveva del lavoro arretrato, e che non sarebbe riuscita a vedermi giovedì mattina, come era nostra abitudine.

Mi presentai all’appartamento da solo. Dissi alla madre di Manù che la mia amante mi avrebbe raggiunto poco dopo.

Conoscevo ormai la stanza pure al buio. Mi svestii.

Mi accertai di non aver chiuso a chiave, e aspettai.

Un tempo confuso e diluito passò sulla mia inquietudine, passò l’odore di Manù, e il suo corpo abbracciato a quello di Laura nello specchio. Passarono gli occhi della ragazza. Passarono le sue labbra, posate su quelle della mia amante. Passarono canzoni, voci irriconoscibili, una raffica di vento. Il silenzio.

Al mio risveglio toccai il corpo di una donna nuda, che giaceva accanto a me.

Era successo quello che era prevedibile. La passione fa diventare egoisti, ma come Ho già detto, due rispettive giustificazioni si annullano, si dissolvono anche se sono due tradimenti.

Ci abbracciammo, capendo e perdonando. 

“E’ tardi”, Laura disse.

Ci vestimmo in silenzio. La luce della stanza rivelò la polvere che copriva il comò, le foto ingiallite sotto il cristallo, e quella storia ormai incomprensibile.