Doppio vuoto

Stefano Vallini

L’Ispettore Anselmi pensava che anche gli sbirri dovessero avere una vita privata. La sua vita privata era privata di tutto e quel tutto era occupato per intero dall’assenza della compagnia femminile. Da anni non pronunciava la parola ‘solo’, sapeva che le due sillabe avrebbero rotto l’incantesimo e disvelato la realtà: i grattacieli disoccupati dai sogni e le fantastiche luminarie cittadine puntate impietosamente sull’universale grande vuoto. Dopo i quarantacinque è il baratro, pensava l’Ispettore Anselmi.

Prima studiava la scena, poi si chinava a guardare i dettagli: la pelle più o meno conservata, quella rosa pallido dei dissanguati, quella bluastra degli strangolati, quella bianca opalescente dei ripescati, quella verde piena di vermi dei disseppelliti, lui ci parlava con i suoi cadaveri. Alla fine li ricopriva con il lenzuolo della scientifica e sussurrava un saluto.

Nonostante i suoi numerosi casi irrisolti, gli avevano assegnato un altro delitto. Durante il briefing, aveva mormorato “forse è una serie”. Purtroppo il Procuratore l’aveva sentito: “Bravo Anselmi, al pubblico piacciono i serial killer, fanno tanto film americano. Vuoi mettere le solite noiose mattanze mafiose con quei meravigliosi omicidi seriali. Ha visto i film? Per scoprire un geniale serial killer ci vogliono procuratori e detective ancora più geniali di lui. È una sfida.”

“Però, alla fine, in galera ci finisce un ragioniere con gli occhiali e la mamma inferma.”

“Non importa Anselmi, non importa.”

Una sera di qualche mese prima, davanti alla TV, l’Ispettore Anselmi aveva sentito più forte il vuoto dentro, allora aveva preso il telefono e si era iscritto a una chat di cuori solitari. Il suo profilo diceva: un metro e novanta, novantacinque chili, atletico. Aveva aggiunto solo qualche centimetro e tolto qualche chilo alla verità e poi, a diciannove anni, atletico lo era stato davvero. La foto era sfuocata e presa da lontano.

Se gli dicevano, “Parlami un po’ di te, che lavoro fai?”, era costretto a dire la verità, non esiste “quasi poliziotto” e dire “medico” senza sapere niente di malattie ma solo di cadaveri, non era bello.

Una volta, in un ristorante dalle parti del Duomo, location buona, menù banale, aveva provato con “detective”, allora la donna era rimasta in attesa della parola “privato”, ma quando questa non era arrivata, aveva concluso: “Sbirro, insomma”. Lui aveva annuito e, rivolto al cameriere, aveva detto: “Il conto, per favore.”

“Anselmi, come procedono le indagini?”

“Procedono Procuratore, ma non è facile, cadaveri e scene del delitto sono ripuliti con la candeggina, niente impronte, niente DNA, i luoghi appartati, nessun testimone.”

“Insomma non avete niente.”

“Poco, le vittime sono maschi bianchi, grandi e grossi, alcuni dei veri atleti, difficile che l’assassino sia uno solo… forse una di queste bande giovanili.”

“Ma quale banda, questo è sicuramente un serial killer, uno di quei geni del male, disperato e insospettabile. Si dia da fare Anselmi, altrimenti passo le indagini ai Carabinieri.”

La foto sul profilo della chat ritraeva solo una delle gemelle, ma all’incontro si erano presentate entrambe.

“Ciao io sono Izzy, lei è Hardy”, impossibile capire se quella della foto fosse Hardy o Izzy. Come al solito, i nomi sparirono dalla mente appena le mani si staccarono l’una dall’altra. Si era sempre chiesto se quel fenomeno fosse un difetto di concentrazione o una salvezza per non registrare il nome degli stronzi che gli si presentavano in ufficio. Non avrebbe voluto, ma anche in quel momento il fenomeno si ripeté.

Al ristorante del Centro Commerciale l’Ispettore Anselmi ordinò una caprese, non voleva problemi di digestione quella sera.

Una gemella decise per un’insalata mista e una fetta di torta, mentre l’altra scelse bistecca ben cotta e patate fritte.

“Io mi annoio in uno studio legale.”

“Io sono medico al pronto soccorso. E tu?”

Lo disse tutto d’un fiato “Ispettore di Polizia.”

“Che lavoro affascinante! Chissà quante storie avrai da raccontare.”

“Facciamo soprattutto ricerche al computer, riunioni. Lavoriamo sulle scartoffie.”

“Inseguimenti, sparatorie, cadaveri smembrati. Che lavoro eccitante!” dissero all’unisono.

Sul conto influirono molto le due bottiglie di vino.

Fuori dal ristorante, sotto un leggero vento tiepido e accecati dalle vetrine dei negozi vuoti, mentre si baciavano sulle guance per suggellare la piacevole serata, la gemella di destra disse: “Perché non vieni con noi? Abbiamo la macchina qua dietro.”

“Dai, ci divertiremo.” disse l’altra.

Dopo circa venti minuti, lasciarono la strada principale e si inoltrarono negli sterrati del Parco Agricolo. Campi e boschetti di pioppi visibili solo grazie all’inquinamento luminoso riflesso dalla città. Fermarono la macchina e dal baule presero un plaid. Mano nella mano, cercarono uno spiazzo comodo tra gli alberi. Quando lo trovarono, stesero il plaid e senza dire niente le gemelle cominciarono a spogliarlo. Labbra morbide e lingue guizzanti percorrevano il suo corpo, la testa era leggera, i pensieri prendevano forma e subito scoppiavano, senza conseguenze, delicati come bolle di sapone. La pelle delle ragazze era seta, lo baciarono sul collo, poi sul torace, e poi più giù, sul sesso, e ancora più giù fino ai piedi. Avrebbe voluto ricordare almeno il nome di chi gli stava tagliando le vene alle caviglie, l’arteria tibiale posteriore, come avrebbe specificato il medico della polizia scientifica, ma i nomi non venivano.

Non ci fu dolore e quasi subito la diminuzione della pressione sanguigna cominciò a fargli girare la testa. “Ho le allucinazioni” pensava l’Ispettore Anselmi, “è per la mancanza di ossigeno al cervello, è come andare in acido, è tutto meraviglioso.” Forse fu proprio la poca ossigenazione o forse solo il bisogno di dare un nome all’estasi, che miracolosamente si ricordò i nomi: Izzy e Hardy. Non li avrebbe mai più dimenticati.

Quando il telefono squillò, la gemella che in quel momento lo stava baciando sulla bocca gli disse: “Devi rispondere, una telefonata a quest’ora è sicuramente qualcosa di importante, questione di vita o di morte.”

“Anselmi, non l’ho sentita tutto il giorno. Allora, cosa mi dice? Ha delle novità sul caso?”

“Buonasera Procuratore, ho studiato i fascicoli… Ha ragione lei, è proprio un serial killer, un uomo geniale, solo e disperato… Potrebbe essere… il Rettore dell’Università.”

“Il Rettore? Ma cosa sta dicendo?”

“Ne sono quasi certo.”

“Ma è impazzito? E perché parla così piano, non sento niente.”

“Il Rettore.. oppure il Sindaco o il Vescovo o il Generale dei Carabinieri… se arresta il Generale dei Carabinieri finisce sicuramente in prima pagina.”

“Lei è ubriaco, Anselmi!”

“Solo qualche bicchiere… il medico legale direbbe ipossia cerebrale… mancanza di ossigeno al cervello…ma sto bene… sto benissimo… adesso è tutto chiaro.”

“Domattina la voglio nel mio ufficio. Il Rettore! Ma si rende conto? Si pentirà di questa serata!”

Izzy, o forse era Hardy – non avrebbe mai imparato a riconoscerle, ma i nomi li aveva tatuati nella sua corteccia cerebrale – insieme al plaid aveva portato una piccola tanica. Quando Hardy, o forse era Izzy, tolse il tappo, l’Ispettore Anselmi sentì un forte odore di candeggina.