La collezione

Giuseppe Borasi e Marco Gazzoli

Marta non era mai stata troppo incline alle coccole e al romanticismo. A trentotto anni aveva accumulato abbastanza delusioni da trasformare il suo cuore in un deserto.  Ogni relazione era finita nello stesso modo: bugie, tradimenti, promesse sgonfiate dal tempo. L’ultimo uomo, in particolare, le aveva lasciato addosso un disgusto viscerale. La dolcezza recitata, i messaggi notturni, la certezza di non essere mai stata l’unica. Marta aveva giurato a sé stessa che non avrebbe più amato. Non ci avrebbe più creduto. Fu per questo che, quella sera in albergo, quando accettò l’invito di Riccardo, conosciuto poche ore prima a un convegno, lo fece senza alcuna aspettativa. Cercava solo un diversivo, una parentesi qualsiasi. La stanza d’albergo era anonima: un letto disfatto, una lampada tremolante, il silenzio attutito dei corridoi. Sul comodino, stranamente, c’era una biglia rossa. Un piccolo frammento di vetro che non apparteneva a quel luogo, forse dimenticata da qualche precedente piccolo ospite. Marta la notò, incuriosita, ma non le diede peso. L’amplesso iniziò come tanti altri: sudore, ansimi, mani che esploravano senza impegno. A un tratto Riccardo sorrise e sussurrò. “Stringimi la gola, dai. Ti va di provare? E’ solo un gioco.” Marta obbedì. All’inizio con cautela, poi con più forza. Sentì qualcosa spezzarsi dentro di sé. Rabbia, umiliazione, vecchi dolori che riaffioravano come lame arrugginite. Ogni dito che affondava nella carne era una vendetta contro gli uomini che l’avevano piegata. Riccardo ansimava, gemeva, ma quando la stretta superò il limite il suo sguardo mutò. Le mani cercarono di liberarsi, inutilmente. Marta non si fermò. Il tremito del corpo, il respiro che si spegneva, la vita che scivolava via: tutto si consumò in pochi secondi. Quando fu finita, Marta tornò a guardare  il cadavere con distacco. Nessuna paura, nessun rimorso. Solo  silenzio. Sul comodino, la biglia. L’aveva fissata mentre le sue mani stringevano sempre più forte. Sorrise, la prese e se la mise in tasca. Nei giorni successivi, il ricordo di quell’atto la inseguì con una dolcezza innaturale. Aveva scoperto un potere che non conosceva: la consapevolezza di saper usare l’arte di sedurre, dominare qualcuno e privarlo della vita. Era una sensazione che la faceva sentire onnipotente. La biglia alla fine era finita in un vasetto di vetro che aveva sul mobile in camera da letto; l’aveva lasciata lì al suo rientro quella fatidica notte. Ogni sera, quando andava a dormire, la guardava riflettere la luce del comodino. A poco a poco era diventato un simbolo, una guida, uno stimolo a perseguire la sua vendetta. Non passò molto prima di avere l’occasione di ripetere l’esperimento. Un avvocato incontrato in un bar, un commercialista conosciuto in palestra, un commesso che aveva sorriso con troppa insistenza, un farmacista che aveva ammiccato da dietro il bancone. Li studiava, li seduceva, li portava in camere anonime. Sempre lo stesso rituale: carezze, parole sussurrate, la richiesta insinuata di lasciarsi stringere. E poi, lentamente, la pressione che diventava morsa. Fino al silenzio. Ogni volta Marta, al rientro a casa, lasciava cadere una nuova biglia rossa nel vaso. Una biglia, un delitto. La collezione cresceva come un giardino di fiori tossici. Come cresceva il piacere che provava a togliere loro la vita. Uccidere la faceva sentire bene, la faceva sentire meno sola. E poi venne il turno di Paolo. Paolo l’architetto. Lo conobbe una mattina, in occasione di un sopralluogo condominiale. Entrò in casa sua, prese misure, annotò qualcosa sul suo blocco e scattò foto ai soffitti. Marta sorrise tra sé e pensò “addirittura a domicilio…il destino è gentile con me!”. Non si lasciò perdere l’occasione e iniziò subito a flirtare con Paolo. Lui le faceva i complimenti per la casa: la luminosità degli spazi, la scelta degli arredi, l’equilibrio cromatico degli ambienti e via discorrendo. Lei stava al gioco e iniziò a stuzzicare la sua nuova preda. Non ci volle molto per farlo cadere nella rete… Si diedero un appuntamento da lì ad un paio di giorni, al bar della Triennale come aveva suggerito lui. Quando Marta arrivò vide lo sguardo di Paolo illuminarsi e non poté fare a meno di pensare a quando siano banali e prevedibili gli uomini. Visitarono una mostra e mentre Paolo cercava di spiegarle ciò che vedevano esposto, lei volteggiava sul pavimento di marmo in punta di piedi sui suoi tacchi, oppure spostando la gonna quel poco che bastava per scoprire un po’ delle sue bellissime gambe o semplicemente appoggiandosi casualmente a lui sfiorandogli il braccio con il seno. Non le serviva guardare Paolo, sapeva benissimo che era pronto a cadere nella sua trappola; era cotto e stava impazzendo dalla voglia. Verso la fine della mostra Marta gli si avvicinò e gli sussurrò all’orecchio “Perché non andiamo da me?”. Iniziarono a baciarsi nel portone, proseguirono in ascensore e cominciarono a spogliarsi non appena entrati in casa. Marta sapeva bene cosa fare e come farlo. Lo spinse verso la camera e continuò a spogliarlo mentre guardava il vaso pieno di biglie rosse. Le mani di Paolo erano ovunque e in un attimo si ritrovò nuda. Poi di colpo Paolo si fermò e disse: “Aspetta, ho qualcosa per te!” e iniziò a frugare nelle tasche dei pantaloni buttati a terra. “Ecco. Trovato!” poi si girò verso di lei e con un sorriso dolcissimo le mostrò una biglia rossa che teneva tra le dita “Ho visto il tuo vaso l’altro giorno. Mi ricordavo di averla da qualche parte. Questa è mia, di quando ero piccolo. Adesso è tua.” E senza aspettare risposta la mise nel vaso, insieme alle altre. Marta lo abbracciò e lo baciò con passione. La mattina successiva, al bar sotto casa di Marta, ordinarono un’abbondante colazione; avevano bisogno di energie dopo aver fatto l’amore tutta la notte. Nei mesi successivi Marta e Paolo divennero inseparabili. Le giornate che un tempo erano vuote e fredde si riempirono di gesti semplici: colazioni lente la domenica mattina, passeggiate tra le vetrine dei Navigli, cene improvvisate in cucina con un bicchiere di vino e la musica in sottofondo. Marta si scopriva a ridere di nuovo, a desiderare un futuro, ad accettare quella strana sensazione che forse, dopotutto, era amore. Il vaso di biglie era rimasto sul mobile della camera da letto. Nessuna nuova si era aggiunta. Paolo non gli dava peso, ma Marta ogni tanto lo fissava: non più come trofeo, bensì come un ricordo lontano, una vita che non le apparteneva più. Un pomeriggio d’inizio primavera, i due passeggiavano in un parco. I bambini correvano sull’erba, il sole scaldava le panchine, l’aria profumava di gelsomini. A un tratto una biglia rossa rotolò fino ai piedi di Marta. Si chinò per raccoglierla: la gonna si sollevò appena, mostrando la curva delle gambe. Quando alzò lo sguardo, incontrò gli occhi del padre che si era avvicinato a riprendersela. Per un istante, negli occhi di Marta balenò l’antica scintilla: la tentazione di quel gioco perverso, la voglia di cedere al richiamo del potere che un tempo l’aveva divorata. Poi sorrise. Consegnò la biglia al padre, augurandogli buona giornata con voce serena. Lui la ringraziò e tornò dal figlio, che rideva allegro più avanti. Paolo, che nel frattempo si era allontanato a comprare due caffè da asporto, tornò accanto a lei. Marta infilò la mano nella sua e si incamminarono insieme lungo il viale alberato. La biglia, rimasta alle spalle, brillava tra le mani di un bambino. Marta non si voltò.