Fili interrotti

Fabrizio Leonardi

Ciao cara,

se stai leggendo questa e-mail vuol dire che sono morta. Mi sono tolta la vita. Consapevole e cosciente.

Depressa, forse è quello che diranno gli amici e tuo padre ma non è la verità. La verità la dico solo a te, poi fanne l’uso che vuoi. Voglio che tu capisca perché in questo momento di lucidità l’unica cosa che mi spaventa è che tu non possa comprendere il mio gesto.

Perché non sto parlando semplicemente di un suicidio ma di un omicidio-suicidio. Ma partiamo dall’inizio.

Quando avevi sei anni io e tuo padre ci siamo separati; ho lasciato il lavoro per vederti crescere e sono contenta di questa scelta. Lo sai, ti amo, come una madre ama sua figlia. E rispetto tutte le tue scelte di vita anche quella di fuggire da me perché hai riscritto il significato della mia esistenza. Grazie.

In questi sette anni di tua (giusta?) assenza (sei fuggita da me?) ho ripreso in mano alcuni fili della mia vita che erano stati interrotti.

Insegnare, studiare, viaggiare, fare volontariato. Con questi elementi e te nel cuore avevo trovato quell’equilibrio chiamato serenità.

E poi la vita manda tutto in frantumi mostrandoti cosa sia la bellezza.

Ironia della sorte “bellezza” è la via della fermata del tram vicino a casa che prendo per andare ad insegnare.

Tutto era così perfettamente in equilibrio – e non dico bello, perché so che non lo era, perché quello che è successo, anche nel male, mi ha riempito l’esistenza.

Un anno fa, durante una raccolta alimentare fuori da un centro commerciale ho conosciuto K., ventidue anni in meno di me e tanta energia straripante.

Non è stato un colpo di fulmine. Non so nemmeno io cosa sia stato. Però c’è un episodio che rappresenta l’inizio, se un inizio c’è. Un punto da dove parte quel filo che (forse) oggi interrompo.

È un po’ imbarazzante raccontarlo a te, mia figlia, però sono convinta che tu debba saperlo perché è il punto che mi ha portato adesso qui a scriverti questa lettera sapendo che tra poche ore forse avrò ammazzato K. e chiuso con la mia vita.

K. non lo vedevo da mesi però torno a casa ossessionata dal suo pensiero: le sue mani su di me, il suo odore, la sua brama. Alla soglia dei sessanta mi sento di essere ancora una bella donna. Volevo che mi desiderasse. Sentivo che poteva desiderarmi.

Non ho preso sonno quella notte e alle tre del mattino ho ordinato on line un sex toys. Il giorno dopo ero a casa, non avevo lezione e ho passato l’intera giornata a masturbarmi. Non è servito a nulla. Il giocattolino non aveva calmato i miei sensi . Volevo K. nel mio letto.

Folle, in piena notte lo invitai con un messaggio a casa mia. K. rispose poco dopo, accettando. Siamo diventati amanti.

Sei mesi incredibili.

Avevo tutto.

Lo so, sono tua madre, certe cose potrebbero infastidirti ma è anche vero che voi siete una generazione indifferente a tutto perché emozionati da niente.

Sei mesi incredibili, come ti dicevo. Folli, divertenti, assurdi, pieni di gioia, energia, sesso e risate. Avevo tutto.

Pensavo di avere tutto.

Finché un giorno K. dice candidamente che ha accettato un incarico in Australia. È una cosa molto importante per il suo lavoro. Due anni prima aveva presentato un progetto ad una Fondazione e finalmente tutto si stava concretizzando. Una svolta fondamentale per la sua vita. Sì ha detto proprio così.

Ma non ero io la svolta della sua vita? Non eravamo noi il Caso diventato felicità senza una spiegazione? Avevo capito male: non eravamo un “noi”.

Così lui mi parla di questa bellissima cosa ed io lo ascolto, la sua voce come un rimbombo ovattato in lontananza. Passano i tram, siamo in un locale all’aperto, vicino all’Arco della Pace. Guardo la piazza sforzandomi di capire le sue ragioni.

Dice: “Vieni a trovarmi”, invece di dire “vieni con me!”

Se mai lo siamo stati in passato, oggi non siamo più un “noi”, c’è solo un “lui”. Lui e il suo avvenire. Magari troverà un piccolissimo spazio per me.

Sono stata male come una adolescente abbandonata dal primo grande amore. E mi sono sentita molto più vecchia dei miei anni.

Depressione? Forse ero depressa. Non lo so. Avevo dolori ovunque, non dormivo più di un ora per notte; sentivo il cuore scoppiare. Non vedevo alcun futuro per me.

Ho fatto docce che duravano ore; mi sono messa prima in malattia e poi ho chiesto un congedo per motivi di salute.

Non ne venivo a capo. Volevo morire.

Ci ho pensato seriamente. Ma allora cosa mi fermava?

Porre termine alla mia vita non mi dava un senso di autorealizzazione. Non so come spiegarmi ma se all’alba dei cinquantasette anni vieni travolta da un amore totale e totalizzante, spezzare tutto come un ramo secco non sarebbe stato rispettoso di quella passione travolgente.

Spero tu possa capirlo. Non so spiegarlo meglio.

Trascinavo questa esistenza divenuta un peso insopportabile fino a quando un giorno, mentre facevo colazione al bar, mi viene l’idea di una scatola di cioccolatini avvelenati. Lì, con la tazzina a mezz’aria, mentre guardo oltre il barista, scopro di avere un piano per risolvere quell’enigma che è la felicità.

Ho ripreso vigore, energia. Finalmente tornavo alla vita entusiasta come il giorno in cui ho perso la testa per K.

Il Caso mi aveva offerto un’occasione di gioia. K. me l’aveva tolta. Il Caso avrebbe deciso se restituirmela o meno.

Vorrei spiegarti le motivazione implicite e profonde ma non è possibile. Le parole distruggono i sogni di cui siamo fatti e uccidono. Tuttavia mi viene da dirti una cosa prima di chiudere: la vita è una sequenza di eventi il cui linguaggio sfugge alla nostra comprensione. È un linguaggio senza struttura grammaticale. L’ho capito solo adesso che sono alla fine.

Dunque questa sera K. sarà qui a cena.

Il menù, senza falsa modestia, è straordinario. Berremo champagne. Tanto champagne di quello che piace a me e tanto amato da Winston Churchill. Faremo l’amore e sarà meraviglioso. Quando avremo finito, saremo nudi nel letto. Lo inviterò a prendere una Sacher che mangeremo a letto; le briciole sporcheranno tutto con voluttà.

Nel frigorifero ce ne sono due. Una è piena di veleno, l’altra no. Sarà K. a decidere.

Se riceverai questa mail vorrà dire che sarò morta avvelenata e che ho ucciso volontariamente il signor K.. Ti chiedo solo di tenere per te questa confessione. Saprai la verità ma non è necessario che la verità venga resa nota. Una verità è tanto più vera quando nessuno la conosce.

Suonano alla porta. La donna bionda programma l’invio della email dopo tre giorni. Avrà il tempo di cancellarla se dovesse sopravvivere e nessuno verrebbe a conoscenza di quell’omicidio-suicidio non avvenuto.

Si dirige verso la porta, infila le scarpe con i tacchi lasciate all’ingresso. Quel vestito aderente blu scuro, profondo come i suoi occhi, sprigiona tutta la femminilità di una donna che ha un fascino infinito da vendere. Non indossa le mutande; lui apprezzerà.

Sarà una notte piena di desiderio e follia per entrambi. Che poi desiderio e follia sono la stessa cosa, l’Universo racchiuso in due persone che si amano.

Apre la porta.

Lui è bellissimo.

Lei gli sorride.