Un brutto scherzo cinese
Ugo Perugini
Hui Ying gli aveva telefonato un’ora prima dandogli l’appuntamento in via Paolo Sarpi, dove lavoravano i suoi. Marco era innamorato pazzo di lei. Non era solo il fascino dell’esotico, visto che lei era cinese e lui italiano. No, era qualcosa di più. A parte il fatto che lei era una ragazza dolce e bellissima, in più possedeva un “non so che” che lo faceva impazzire. Quel suo modo di sorridere, di muovere la testa facendo ondeggiare i suoi lunghi capelli neri. Per non parlare del suo corpo e della sua pelle di un candore incredibile, abbagliante avresti detto. Marco arrivò qualche minuto prima all’appuntamento. C’era molta gente in Paolo Sarpi. Soprattutto coppiette, essendo quasi ora di cena, erano in coda davanti ai numerosi street food. Chi aveva già fatto la fila, in piedi o sulle panchine, mangiava i ravioli, gli udon, i colli d’anatra, gli spiedini. Con le bacchette ma i più con le mani. Sembravano apprezzare questi cibi. Si leccavano le dita.
In attesa che arrivasse Hui Ying, Marco si guardava in giro, dava qualche occhiata, con un po’ di sussiego alle vetrine stracolme di varie paccottiglie, gingillini, personaggi tutti un po’ infantili, occhi grandi, sorrisi esagerati, e dappertutto i gatti portafortuna che salutano con la zampina che va su e giù. Instancabili e quasi ossessivi.
Ma ecco il momento tanto atteso. Lei gli era arrivata alle spalle all’improvviso, lui aveva sentito prima il suo profumo poi la sua voce: “Ciao Malco, amole mio” si sentì dire e il suo cuore sobbalzò come avesse avuto una scarica elettrica. Cosa aveva quella ragazza di tanto affascinante? Marco non lo sapeva dire ma ne era completamente infatuato. Non gli era mai successo prima. E di ragazze ne aveva avute. Con Hui era un’altra cosa. Questa sensazione gli dava un po’ fastidio perché era come se non potesse avere più controllo su di sé. Come se fosse stregato, come se una malia si fosse impadronita della sua anima. Non conosceva le tradizioni cinesi ma aveva uno spirito aperto e disponibile. Il fatto che Hui volesse presentarlo ai suoi non lo impensieriva più di tanto. Anche se poteva voler dire mettere una seria ipoteca sull’eventualità di un prossimo matrimonio. Marco, almeno fino a qualche mese prima, sarebbe stato contrario a ufficializzare qualsiasi vincolo matrimoniale. Era un uomo libero e tale avrebbe voluto restare. Ma con Hui le cose erano cambiate all’improvviso.
“Vieni, Malco, saliamo in casa.” Fece Hui stringendogli la mano. E lo trascinò con dolce risolutezza in mezzo alla folla, ogni tanto voltandosi verso di lui con un sorriso compiaciuto. Lui si lasciava condurre quasi ad occhi chiusi, seguendo il profumo che la ragazza indossava. Entrarono da un portoncino di legno consumato in una via stretta adiacente a Paolo Sarpi. Salirono al primo piano attraverso una scala dai gradini sbrecciati e Hui aprì la porta di una abitazione che conduceva a un grazioso salottino. “Posso offlilti una tazza di tè?” fece sorridendo. Lui fece di sì con un cenno della testa. Bevvero la bevanda con brevi sorsi, guardandosi senza parlare. A Marco sembrò intuire che quello fosse il momento per abbracciarla e farle capire quanto l’amava. La stanza era immersa nella semioscurità e un silenzio ovattato sembrava isolarli dal mondo. Si immaginò che lei l’avesse portata a casa dei suoi non per presentargli i genitori ma per fare l’amore. Quella era la sua occasione, non doveva perderla. I due si abbracciarono. Hui lasciò che lui l’accarezzasse. E, fatto importante, lei non sembrava per nulla imbarazzata. Il divano su cui i ragazzi erano finiti era l’alcova ideale. Sarebbe stata la loro prima volta e Marco voleva fare una bella figura. La manifesta tranquillità della ragazza, gli confermò che per parecchio tempo nessuno li avrebbe disturbati. E si lasciò andare. Hui si sfilò la maglietta. Lasciando che i suoi seni si mostrassero turgidi e vibranti come Marco non se li era mai immaginati, nel loro biancore latteo su cui spiccavano i turgidi capezzoli bruni. Il ragazzo era nel pieno dell’eccitazione e si slacciò i pantaloni, pronto a dimostrare quanto forte fosse il suo desiderio.
Fu in quel preciso momento che si presentarono da una porta del salotto due ragazzi cinesi che bloccarono Marco, senza dargli nemmeno il tempo di rivestirsi. Erano due tipi tarchiati, robusti, che gli si misero uno alla sua destra, l’altro alla sua sinistra, e prendendolo sottobraccio lo sollevarono di peso. Marco, colto di sorpresa, non ebbe il tempo di reagire: i calzoni scivolarono a terra e rimase in mutande. Guardò la sua donna con aria smarrita. Hui, rivestitasi in fretta, non sembrava particolarmente preoccupata, e rivolgendosi ai due giovani, si limitò a dire, sorridendo: “Lasciatelo stale!”. Per tutta risposta uno di loro disse: “Si melita una bella lezione!”, mentre l’altro faceva un cenno di assenso con la testa. Poi Hui guardò Marco: “Sono i miei flatelli. A lolo piace schelzale!”. Marco non era dello stesso avviso e non capiva che intenzioni avessero quei due energumeni che ora lo stavano portando in un’altra stanza. Sempre sollevandolo di peso, entrarono in un grande laboratorio dove due o tre donne in piedi di fronte ad un lungo bancone di marmo stavano lavorando delle carni di animali. Sentiva l’odore del sangue e i ripetuti colpi di coltelli da scanno, mannaie, batticarne, che rimbombavano sinistramente nell’aria. Uno dei due parlò con solennità: “Questo è il labolatolio di nostlo padle. Qui lavoliamo l’anatla e tutti i suoi pezzi commestibili: collo, petto, ali, zampe.”. Marco osservò: “Grazie delle informazioni, ma cosa volete da me? Lasciatemi. Voglio almeno rivestirmi.” Uno dei due gli disse all’orecchio: “No. Tila fuoli il tuo cazzo e mettilo sul marmo. Le donne lo lavolelanno come collo d’anatla!”. “Siete pazzi!” urlo Marco, cercando di divincolarsi, ma inutilmente. Quello dei due fratelli che era sempre stato muto sussurrò qualcosa all’orecchio dell’altro che assentì. Tirò fuori un fazzoletto e bendò Marco, dicendo: “Meglio che tu non veda!”. Marco a quel punto provò con tutte le sue forze a liberarsi della presa ma si rese conto che era inutile. Ora lui non vedeva più niente ed era terrorizzato. Sentì che uno dei due aveva chiamato una donna, che si era avvicinata e ridendo chiese cosa dovesse fare: “Tu tagliale cazzo!”. Marco urlò con quanto più fiato potè. Uno dei due fratelli gli disse di stare calmo e che non avrebbe sentito alcun male. Quando Marco udì la lama dello scannatoio vibrare nell’aria e schiantarsi con sfrigolio sinistro sul marmo, si lasciò andare e svenne. I due, allora, si misero a ridere come pazzi. Si diedero uno sguardo di intesa e uno dei due infilò nelle mutande di Marco, ormai privo di sensi, un po’ di frattaglie sanguinolente di anatra e lo riportarono da Hui, che li rimproverò per quello scherzo orribile, ma alla fine rideva anche lei di gusto. Non possiamo sapere cosa provò Marco quando si riebbe e si guardò nelle mutande cercando tra le frattaglie sanguinolente il suo sesso, per fortuna ancora intero. Quel che è certo è che non apprezzò molto quel tipo di scherzo e ripensò con nostalgia alla sua precedente fidanzata di Pontremoli che per fortuna non aveva fratelli.