Binario “morto”

Ireneo Gerolomino

Negli anni settanta a Milano esistevano ancora gli scali merci ferroviari, in questi impianti si lavorava anche di notte.

Quella sembrava una notte come tante ma non fu così per uno dei ferrovieri dello scalo merci di Milano Farini. Due fari squarciarono il buio di un’uggiosa serata invernale, una Simca mille imboccò il piccolo viale di Piazzale Lugano e andò a fermarsi davanti all’ufficio del capostazione. Il motore cessò di sbuffare, i fari si spensero e una portiera si aprì cigolando. Una goffa figura si stagliò sotto la fioca luce di un lampione, era l’assistente capo Leone Brambilla.

Leone, il cui nome era un ossimoro con la sua totale mancanza di coraggio, aveva trascorso tutta la sua esistenza di ferroviere in quell’enorme scalo merci. Era stato assunto come manovale e dopo parecchi anni di anzianità promosso assistente. Infine era giunta, sempre per anzianità, la promozione tanto agognata ad assistente capo. La sua gioia non era tanto per il modesto aumento di stipendio ma per quella parolina magica “capo”. In ferrovia questa parola significa poco o niente in quanto sta come prefisso davanti a quasi ogni qualifica (capo stazione, capo gestione, capo tecnico, capo tronco, capo manovra ecc.), ma nella comune accezione del mondo esterno la parola capo identifica una persona che detiene un potere e lo esercita tramite il comando. Leone giocava proprio su questo equivoco per darsi delle arie quando con amici e parenti parlava della sua qualifica.

Era un tipo metodico, ogni sua operazione si ripeteva sempre allo stesso modo come quando consumava la sua cena in ufficio. Apparecchiava la scrivania usando come tovaglia due moduli di servizio poi tirava fuori dalla borsa la bottiglia di barbera, la schiscetta, le posate, il bicchiere e per finire la solita mela al giorno che toglie il medico di torno.

Amava il suo lavoro in tutte le sue sfaccettature tranne una, la spunta notturna dei treni. Il motivo era la paura di aggirarsi di notte in quell’immenso scalo merci che oltretutto confinava con il cimitero Monumentale.

Aveva provato più volte a farsi coraggio ma poi si era rassegnato, aveva però trovato un escamotage per ovviare a questo inconveniente. Si faceva trovare davanti al distributore automatico del caffè alle 22,30 proprio nel momento in cui montava l’agente Polfer di turno. Lo salutava calorosamente, gli offriva il caffè e poi la buttava lì: «Perché non andiamo insieme a fare la spunta dei treni?». Il polferino accettava sempre di buon grado in quanto un giro di perlustrazione rientrava comunque nelle sue mansioni e farlo in compagnia era meno noioso che farlo da solo. Alla fine entrambi erano soddisfatti, ognuno aveva il proprio tornaconto ma chi godeva di più era Leone che al costo di un caffè si assicurava la scorta armata.

Dopo aver chiuso a chiave la macchina si accese una sigaretta e si avviò verso l’ufficio del capostazione. Il povero Leone non poteva nemmeno lontanamente immaginare la nottata da incubo che il destino gli avesse riservato. Entrò e salutò i presenti con un buona sera collettivo poi si spostò nel suo ufficio per ricevere le consegne dal collega smontante. Ascoltava distrattamente la stessa tiritera sentita da anni quando improvvisamente si fece cupo in volto. Aveva appena udito la seguente consegna: «Con il treno 54651 è arrivato il carro numero 21 83 2456472/9 contenente una salma diretta a Palermo, il materiale è in sosta sul 15° binario (proprio quello confinante col cimitero) ciao e buon lavoro».

«Buon lavoro un corno!» esclamò davanti alla macchinetta del caffè mentre aspettava l’agente della Polfer che tra l’altro era in ritardo. Fu assalito dall’angoscia quando il ritardo si fece molto più consistente e decise di telefonare in caserma per chiedere informazioni. Quasi non credeva alle sue orecchie quando il piantone gli rispose: «Stasera non verrà nessuno allo scalo, tutti gli agenti sono stati mobilitati alla stazione centrale per una retata».

Doveva fare a meno della scorta proprio quella sera che c’era di mezzo un cadavere. Il treno era piazzato da un pezzo e non poteva più indugiare. A malincuore prese il taccuino e con un mesto: «Allora io vado eh!» indirizzato al dirigente movimento si avviò. Pensieroso com’era non sentì nemmeno il capo stazione rispondere: «Era ora!».

Lo scalo merci gli apparve in tutta la sua immensa solitudine. Si alzò il bavero e si avviò con passo traballante verso il treno della morte.

Cominciò la spunta dal vagone di coda annotando sul taccuino i numeri dei carri con i relativi pesi. Di tanto in tanto però non poteva fare a meno di pensare alla salma: “Sarà un uomo o una donna? Quanti anni avrà? Sicuramente è un meridionale che sta tornando al suo paese per la sepoltura”.

I suoi pensieri fino ad un certo momento ebbero una certa logica ma col passare dei minuti e l’aumentare della paura deragliarono (giusto per essere in tema). Incominciò a chiedersi: «E se non fosse morto? E se resuscitasse proprio questa notte?». Con queste farneticazioni si stava avvicinando al “carro funebre”. Guardò l’orologio era quasi mezzanotte, il verso lugubre di una civetta appollaiata su un cipresso del cimitero lo fece sobbalzare, contemporaneamente una nuvola nera coprì la pallida luna rendendo lo scenario ancora più tetro.

Con passo sempre più traballante si fece due volte il segno della croce, solo tre carri lo separavano dal luogo del terrore … due carri … uno … eccolo. La sua scrittura non era mai stata delle migliori ma ora a causa del tremolio della mano non si capiva se scrivesse numeri o geroglifici. In lontananza, oltre il ponte delle Ghisolfa, il campanile della chiesetta Santo Spirito cominciò a battere i rintocchi dell’ora. Era mezzanotte, l’ora in cui nei film dell’orrore succede sempre la cosa più raccapricciante. Stava scrivendo la quinta cifra del numero quando gli sembrò che il portello del carro cominciasse a scorrere. “Noo!” pensò “non può essere vero! E’ solo frutto della mia immaginazione!”, la porta continuava ad aprirsi emettendo un sinistro cigolio. Era pietrificato voleva gridare ma l’urlo gli si smorzò in gola, il portellone si spalancò e sulla soglia apparve una figura cupamente ammantata. Il capo e il volto celati da un mantello nero, gli occhi rossi come tizzoni lo fissavano e l’indice di una mano adunca era puntato verso di lui. Finalmente riuscì a sbloccarsi e con uno scatto da centometrista si fiondò senza mai voltarsi verso l’ufficio del capo stazione in cui si catapultò gridando: «È vivo! E’ ancora vivo! E’ resuscitato!».

Ci volle un bel po’ di tempo e qualche grappino per fargli capire che l’orrenda visione altri non era che la vedova del defunto a cui le Ferrovie dello Stato avevano concesso il permesso di viaggiare nello stesso vagone.

La vecchietta vestita a lutto dalla testa ai piedi secondo l’usanza del suo paese e con gli occhi arrossati per il pianto, avendo udito dei passi, si era affacciata per chiedere notizie sulla partenza del treno ma non aveva fatto neanche in tempo a dire: «Scusi …» che Leone aveva già lasciato da un pezzo i blocchi di partenza.