Con gli occhi dentro Milano

Stefano Valacchi

“Si è trattato di un omicidio a sfondo sessuale. La giarrettiera strappata… l’assenza di mutandine. Nessun dubbio signor commissario! Vero?”

Matteo Maddaloni, commissario capo della squadra mobile di Milano, si voltò al suono di quelle parole, attirato da quella voce di sirena che tutte le volte che cantava lo risucchiava in un mare in tempesta che lo portava sempre più lontano dalla terra ferma. Lui se lo sarebbe mangiato in un boccone quel cacacazzi di cronista di nera che chissà come arrivava sempre sui luoghi dei delitti nello stesso momento delle volanti, se non prima. E più di una volta il commissario terrone che comandava la polizia meneghina si era fatto l’idea che quel dannato rompicoglioni potesse essere davvero lui l’autore di quei trucidi misfatti che scuotevano la città della Madunina facendola svettare nella classifica della città più pericolosa d’Italia. Le vittime democraticamente appartenevano a tutte le classi sociali. In testa vi erano prostitute seguite da stimati professionisti, elementi di basso rango della mala assieme ad eminenti esponenti della curia vescovile, politici da quattro tacche mischiati ad affaristi di alto livello, miseri travestiti e drogati strafatti, vittime tutti di una città che si nutriva ogni sera di loro, lasciando sovente le vittime adagiate sulle sue larghe strade alla mercé dei poveri cristi di poliziotti e dei disperati cronisti che inseguivano notizie per rendere la lettura dei quotidiani meno noiosa di quanto non fosse.   

Doveva avere un covo di informatori quel maledetto rompiballe, e sicuramente era il ritrovo di vecchie puttane del bar Sandy, in via Primaticcio, quartiere Bande Nere, dove il cronista viveva. Il tutore delle forze dell’ordine, fatti i primi accertamenti, si diresse immediatamente proprio là, dopo aver intimato al giornalista di stare assolutamente fuori dai marroni altrimenti l’avrebbe messo dentro anche soltanto per una notte per intralcio alle indagini, solo per la curiosità di vedere di nascosto, da dietro le sbarre, l’effetto che fa trovarsi faccia a faccia con quella feccia di cui il signorino amava scrivere. E sì che gli prudevano le mani al sol pensiero che lo scribacchino si sarebbe trovato a contatto con quella puzza che adorava quando vergava quel mondo su carta ma disprezzava nella realtà come poche altre cose al mondo, sempre distaccato come un moderno Verga, amico degli ultimi ma con cui mai e poi mai avrebbe voluto avere qualcosa da spartire. Milano di notte era perfino difficile da raccontare, palpitazioni che fluivano nell’illuminazione di lampioni immaginari schermati da una fitta nebbia sostituiti dai fuochi fuoriuscenti dai bidoni di spazzatura attorniati da decine di meretrici che combattevano il freddo assieme, unite da un’idea di sopravvivenza che le incollava l’un l’altra, in un cameratismo femminile che sapeva tanto di mutuo soccorso fra donne – ultime ruote di un enorme carro – per sbarcare assieme notti infinite dove i lampeggianti delle pantere facevano il paio con le ambulanze a sirene spiegate. Poi, finito il turno, tutte si ritrovavano al Bar Sandy a chiudere tutte assieme un’ordinaria giornata di lavoro come tante altre.  

Il commissario guida piano. Guida la sua macchina privata, nessun segno di riconoscimento, nessuna sirena che allarmi chi incontra, un vecchio alla deriva  direbbero coloro che lo intravedono tra il muro di nebbia e lo smog che avvolge Milano, in cerca di compagnia nella notte fredda della città europea probabilmente più vicina a New York, un’altra metropoli che non dorme mai, una grande mela non poi così grande ma marcia al punto giusto, bacata dentro dove tutti cercano di arraffare qualcosa non accorgendosi che così facendo il domani va a puttane prima di presentarsi. L’uomo che entra nel bar Sandy indossa un loden verde modello anni settanta come non se ne vedono più in giro. Tutti sanno chi è senza nemmeno alzare gli occhi dal tavolo. Solo la Milva lo guarda, lo fissa come si guarda qualcosa che fa sempre piacere rivedere. Lei è una del giro con una ventina di anni di strada sul groppone, e un dentro fuori San Vittore da capogiro. Si dice che abbia avuto una storia con Matteo Maddaloni, che quando era alla buon costume rischiò di essere buttato fuori perché secondo la sua testimonianza alla commissione interna “voleva a tutti i costi redimere una vittima di questa società cattiva.” Si mettono a sedere al privè, lui beve qualcosa di forte, lei sta al suo passo. 

“Com’è che sa tutto? Chiede il commissario alla donna. “Com’è possibile che sappia in anticipo dove avvengono i delitti? E come fa a conoscere i particolari se non è stato sul luogo del crimine? Chi lo informa? Chi gli passa le notizie? Dimmelo Milva. Dimmelo! In nome della nostra vecchia amicizia! Questa faccenda mi manda letteralmente fuori di testa.” 

Lei gli regala un sorriso, uno di quelli che gli hanno sempre scaldato il cuore quando  ne ha fatto dono.

“Non c’è nessun uccellino che canta. Non esistono informatori che lo imbeccano. Quell’uomo vede! Osserva! Guarda e capisce! Legge le persone! Legge nei loro occhi! Sono gli occhi di chi gli sta davanti che non sanno mentire mentre le parole per lui non contano nulla. E allora non c’è modo do sfuggirgli se non evitarlo. Se lui riesce a fissarti negli occhi capisce subito quello che è successo.”

Matteo Maddaloni stampa un bacio sulla fronte della Milva. Esce dal locale, bavero alzato. Dalla trattoria accanto arrivano ondate di odori. Riconosce il risotto alla milanese e l’aroma inconfondibile della cotoletta fritta nel burro, e mentre inspira parte per un viaggio a ritroso in un tempo che oramai non c’è più. Il commissario guida con prudenza, seppure molto agitato dalle parole della Milva. Torna sul luogo del delitto, un posto che conosce molto bene.

Come molto bene conosceva la vittima, la Lina, che non smetteva di chiamarlo: “Matteo…Matteo… non mi lasciare altrimenti chiamo tua moglie e le dico tutto di noi.”

Come ci si può innamorare perdutamente di una puttana?

Com’è possibile ciò? 

Succede semplicemente quando si trova qualcuna con cui si fanno cose che con la mogli nemmeno in sogno vengono in mente. E poi Matteo Maddaloni è insospettabile, è il capo della mobile di Milano.       

“C’è solo da stare tranquilli” dice tra sé “le indagini verranno svolte con la massima solerzia. Spunterà qualche sospetto. Si cercherà sicuramente un cliente che ha perso la testa. Una serata di sesso finita miseramente in tragedia. Un banale coltello per porre fine ad una vita.”

Oltretutto l’omicida si è portato via un ricordo intimo della vittima.

Matteo Maddaloni fuma, appoggiato alla sua macchina. Un ombra gli si avvicina lentamente.

L’uomo lo guarda diritto negli occhi. Il commissario vorrebbe sottrarsi ma equivarrebbe ad una confessione. E poi la Milva è sempre stato un po’ stramba e di tutto quello che dice le va dato un calo, come ai pescatori.

Tra le nebbia e il buio le parole dell’uomo filtrano umide, gocciolanti da una bocca poco abituata a fare uscire le parole. 

 “Sette coltellate sferrate con la sinistra. L’assassino è sicuramente un mancino e lei è destro. Vero? Commissario? Bisogna essere davvero decisi e concentrati per uccidere qualcuno con la mano che non usiamo. Richiede una perizia che tutti non possiedono. Se mi facesse frugare nella tasca del suo cappotto cosa troverei? Forse un bel paio di mutandine? Ma non posso farlo. Lei è il commissario capo. Lei è al di sopra ogni sospetto. Va bene così. Io non dico niente e non dirò assolutamente niente perché niente potrebbe essere vero e nessuno poi crederebbe un povero cronista. Solo le chiedo la cortesia di avvisarmi tempestivamente quando sta per succedere qualcosa di importante perché in verità odio arrivare secondo nel mio lavoro.

Arrivederci commissario! E mi saluti tanto la sua signora.”