Gloria e Anita
Loris Felice
È un tipico pomeriggio nebbioso dei primi anni ’80, in zona Lambrate, girando tra le vie del quartiere è impossibile non notare un gruppo di ragazzini schiamazzanti sui loro motorini. Sono tutti fermi ad osservare la bacheca del cinema Gloria. Nel pomeriggio si proietta “Quelle insaziabili voglie”, il manifesto non lascia molti dubbi sulla trama.
Il mercoledì è il giorno scelto dai gestori per proporre film vietati ai minori. Il pubblico non è mai numeroso: molti arrivano da fuori per non essere riconosciuti. Gli incassi non sono alti, ma bastano a coprire le spese e fanno conoscere la sala anche in vista delle programmazioni più “classiche” del sabato e della domenica.
Ormai è buio, è scesa una fitta nebbia e resta solo l’insegna al neon del cinema a rischiarare il marciapiede. Gli spettatori escono alla chetichella coprendosi con sciarpe e cappelli per non farsi riconoscere. Il vecchio Gino, tuttofare del cinema, inizia a pulire la sala: raccoglie mozziconi, cartacce, fazzoletti.. Mentre si avvicina al fondo, nota un’ombra tra le file delle poltrone. Si avvicina: è un uomo che sembra addormentato. Purtroppo, non è così. Prova a scuoterlo, ma l’uomo non dà segni di vita. Gli tocca la fronte: è fredda.
A quel punto, a Gino parte un urlo strozzato, un misto di paura, rabbia e repulsione: “Anita! Corri subito! C’è uno che s’è sentito male!”. Anita è la titolare della sala, una donna sulla quarantina d’anni portati benissimo. Gestisce tutto: programmazione, biglietteria ed il bar interno dove serve il caffè tra un tempo e l’altro.
L’ospedale è a poche centinaia di metri, l’ambulanza arriva in fretta, ma può solo constatare il decesso. Arriva anche una pattuglia della Polizia, a presentarsi è il vice commissario Saverio Bellucci accompagnato da un collega. Vista la situazione, non gli resta molto da fare se non le domande di rito e raccogliere le generalità: “Giuseppe Santovito, 62 anni pensionato, residente a Segrate”.
Anita e Gino confermano che l’uomo si presentava spesso il mercoledì, in pratica era un amante del genere. Non è possibile risalire agli altri spettatori, quindi il Bellucci, completati gli atti, saluta e rientra in caserma. Si attende l’autopsia, ma tutto fa pensare al classico infarto complice l’età e forse le “forti emozioni” del film.
Il sabato seguente, il vice commissario è ancora in ufficio, è stato trasferito da poco, non conosce la zona e non ha legato molto con i colleghi. In questi giorni è lui a gestire la caserma, il commissario è influenzato e tocca a lui far andare avanti il tutto. Ad un certo punto pensa che passare la serata al cinema potrebbe essere una buona idea. Ne approfitterebbe anche per fare qualche domanda in più su quel strano decesso.
Arrivato al cinema, alla cassa trova la signora Anita. Il suo sguardo cade inevitabilmente sul notevole décolleté della donna, che lo riconosce (anche se in borghese) e gli sorride e gli domanda: “Biglietto ridotto, giusto?” “Come preferisce signora. So che non è piacevole, ma posso farle qualche domanda su quanto accaduto mercoledì sera?”
“Mi spiace, tra poco inizia lo spettacolo e sono impegnata. Se vuole, passi domani sera a casa mia dopo la proiezione: saremo più tranquilli, e se posso le sarò utile.” Questa frase, accompagnata da una strizzata d’occhio e dalla mano che nel frattempo si era appoggiata sulla sua, lo fa arrossire.
“Va bene per domani, intanto vado in sala, in attesa dell’inizio del film scambio due parole con il signor Gino.” “Giuseppe era un cliente abitudinario, sedeva sempre in fondo alla sala vicino al bagno, non prendeva mai nulla al bar ed usciva appena partivano i titoli di coda.” Questo è tutto quello che Gino è in grado di dirgli.
La sera seguente, Saverio si presenta a casa di Anita. Lei lo accoglie con un sorriso e lo fa accomodare sul divano. Anita si siede accanto a lui. La sua gonna lascia intravedere le sue gambe snelle, avvolte in calze velate. Cercando di non distrarsi troppo, Saverio inizia a farle qualche domanda, ma Anita non ha informazioni utili sul defunto. Anzi, a un certo punto è lei a fare domande, poi, con naturalezza, Anita avvicinandosi ancora di più prende la sua mano e la posa sulla propria gamba. Il profumo, la vicinanza e il contatto fisico lo stordiscono. La mano di Saverio sale e scopre che le calze sono delle autoreggenti. A quel punto, Anita gli ferma la mano, la stringe tra le sue e lo accompagna in camera. Mentre si spoglia, il Saverio ha giusto il tempo d’apprezzare il bel reggiseno, che viene sganciato in un baleno. I due si sdraiano sul letto, lei gli sbottona la camicia e spegne la lampada sul comodino. Prima che Saverio esca per tornare in caserma, Anita prende una caramella da un cofanetto sull’armadio e gliela porge. “Prendi questa caramella al miele. È un po’ come me: dura fuori, dolcissima dentro.”
Saverio si avvia verso la caserma, immerso nella nebbia ripensando a quello che è appena accaduto.Sarà stata un’avventura mordi e fuggi o qualcosa di più serio? Scarta la caramella, qualcosa lo blocca. Osserva l’incarto giallo, quel dettaglio gli gela il sangue: è lo stesso incarto trovato ai piedi del defunto. Senza esitare, torna a casa di Anita e suona insistentemente il campanello. Dopo qualche minuto, lei apre presentandosi con una vestaglia semitrasparente. “Cos’è successo? Hai dimenticato qualcosa? Stavo dormendo.” “Volevi avvelenarmi con la caramella, vero? Come hai fatto con quell’uomo. Se non parli subito chiamo i colleghi e ti faccio passare la nottata al fresco.” Anita lo guarda e sorride: “Bravo il mio quasi commissario! Stai tranquillo: la caramella che ti ho dato è buonissima, e l’autopsia dirà che Santovito è morto per cause naturali. Ma se vuoi sapere la verità, siediti. Ti racconto una storia. Vuoi qualcosa da bere?” “Solo se lo versi davanti a me e lo bevi anche tu” risponde Saverio.“Mamma mia, che diffidente! Un’ora fa non eri così cauto sotto le coperte”, risponde Anita ridendo,
“Facciamo un salto nel 1948. Mia madre lavorava in una tessitura. La famiglia era povera, cinque fratelli. Il caporeparto era un giovane già sposato, ma con le mani lunghe. Una sera, si offrì di accompagnare a casa mia madre. La portò invece in un parchetto e la mise incinta. A quei tempi non c’erano molte soluzioni. Lei cercò di parlargli, ma lui la minacciò. Così nacqui io. Lei si chiamava Gloria, lo stesso nome che ho dato al cinema. Solo pochi anni fa, prima di morire, mia madre mi raccontò tutto. Anche il nome di quell’uomo. Giuseppe Santovito. Pochi mesi fa, durante un controllo dei carabinieri agli spettatori sono stati chiesti i documenti. Quando ho sentito pronunciare quel nome mi è crollato il mondo. Era lui. Ho speso una fortuna per farmi preparare una caramella avvelenata ma nessuno potrà mai scoprirlo. L’ho messa in bella vista e gliel’ho offerta guardandolo fisso negli occhi.”
Saverio si rimette il cappotto ed esce, in strada non passa nessuno, solo un gatto randagio in cerca di qualche sacco dell’immondizia da esplorare. Ha fatto l’amore con un’assassina. Forse può denunciarla, far approfondire le indagini. Inizia a piovigginare, Saverio alza il bavero del cappotto e pensa: “in fondo forse è giusto che finisca così”.