Il prossimo spettacolo
Carlo Battaglini
Lo strip club dove Lara si esibiva non era frequentato solo d’affamati di tette. A fine turno, molti lavoratori dai locali arrivavano al Pappagallo Giallo per bersi qualche drink, e fare un po’ quel che volevano. C’era chi giocava a carte, chi si addormenntava sui divanetti, e chi pippava in bagno, tutto senza far caso ai culi nudi agitati sul palco. Tra corpi sudati, briscole chiamate, cocktail annacquati, e righe bianche nei cessi, si procedeva nella migliore approssimazione della serenità.
Tra loro c’era anche Tom. Aveva avuto un certo successo come chitarrista rock, ma il suo gruppo si era sciolto tra canne e incomprensioni. Si ritrovava al Pappagallo Giallo quando gli rimaneva solo se stesso per tirare mattina, in compagnia del ricordo di ciò che era stato e di ciò che avrebbe potuto essere. Lì aveva conosciuto Lara mentre veniva colta dall’ispettore Caimmi col naso nella cocaina, un mese prima di quella notte, piena di caldo, d’afa e zanzare. Caldo anomalo lo chiamavano. Caldo eccezionale. Ingestibile nel night. Liuba si agitava sudata dietro il bancone del bar. “Ogni venti minuti salta la corrente”, disse rassegnata a Lara proprio quando la luce se ne andò e il suono dell’allarme invase la sala.
Dalle undici in poi, il night club si riempì. Da mezzanotte alle tre del mattino fu un delirio. Dopo cominciarono ad arrivare gli addetti ai lavori, e il clima si distese, ma sembrava che tutta Milano si fosse data appuntamento lì. La musica incalzava assordante passando da un pezzo all’altro. Lara sentiva le mani scivolare via dal palo; aveva poca presa e tanta sete.
Liuba le disse che un cliente aveva richiesto la lap dance privata e pagato una bottiglia di champagne costosa. Di solito, quelli così lasciavano mance importanti. Lara la ringraziò con un abbraccio sudato, e andò in camerino. Si asciugò il volto e si mise la cipria, e il deodorante. Riavviò i capelli, e assestò le tette in un reggiseno di scorta asciutto.
Quando uscì diede un’occhiata alla sala. Le ballerine sul palco ridevano nei loro perizomi, i culi perfetti e i sorrisi smaglianti.
In quel momento entrò in sala quel tipo, Tom, lui e la sua folta capigliatura nera, l’espressione di stupore di chi non si aspetttava di trovare così tanta gente in uno strip club d’agosto.
Lara si mosse verso il retro del banco, correndo a tratti, ridendo e spintonando di continuo tra la folla.
Entrando nel privè, le luci soffuse le fecero sbattere gli occhi. Sorrise all’uomo seduto sul divano, che le sorrise di rimando.
La musica, più lenta e sensuale rispetto a quella della sala grande, creava il sottofondo ideale, mentre lei cominciava a versare lo champagne per entrambi.
“Sei molto bella”, disse l’uomo.
Lei lo ringraziò scolando il bicchiere e iniziando a danzare. Dopo qualche minuto gli montò sulle ginocchia a cavalcioni, il corpo bollente, dal caldo, dall’alcol, dalla cocaina. Si sentiva bene, si sentiva bella e euforica. E potente. Sì, era convinta di avere il potere, quando faceva le lap nel privè. Era un momento di dominio, dove i clienti si pietrificavano estasiati.
Ondeggiando il bacino, avvicinando il suo viso a quello del cliente, Lara sorrise maliziosa, e lo fece anche lui. Lei posò il bicchiere, e si girò dandogli le spalle. E chinandosi sulle ginocchia, gli mise i glutei in faccia.
E proprio in quel momento lui scattò, quando la luce saltò ancora e l’allarme invase il locale. Le afferrò i capelli, e la tirò all’indietro, prendendola per il collo e sussurrandole qualcosa d’incomprensibile, mentre tentava di slacciarsi i pantaloni. Le tirò un pugno sulla schiena, facendola cadere.
Lei cercò un appiglio, ma riuscì solo a rovesciare il tavolino davanti al divano, rompendo bicchieri e bottiglia per terra. L’allarme non smetteva di suonare, rimbombante, ancora più terribile nel buio della stanza.
Quando lo stupratore cominciò a strapparle le mutandine, lei scalciò infilandogli un tacco nella pancia. Girata sulla schiena, sul pavimento tra i vetri, provò a ribaltarsi, ma quello calò sul suo corpo , fino a sovrastarla del tutto. Le allargò a forza le gambe, e lei allungò la mano destra, annaspando disperata tra i cocci. Strinse le dita su un oggetto freddo e, come se non avesse fatto altro nella sua vita, glielo conficcò nel collo. Il sorpreso sgomento dell’aggressore anticipò solo di un attimo l’arrivo del fiotto di sangue. L’aveva preso nell’arteria, col collo della bottiglia di champagne frantumata, infilandone a fondo le lame di vetro.
Lara restò immobile nel suo terrore, lasciando che quell’uomo le si dissanguasse addosso gorgogliando.
D’improvviso vide la porta spalancarsi. Tom era sulla soglia, cercava di distinguere i corpi nel buio. Capì cosa era appena successo. Prese il corpo dell’uomo, lo spostò di peso, aiutò Lara ad alzarsi.
Lei non capiva niente. Non era lei. Non era successo a lei. Poi, anticipata da un incerto sfrigolio, la luce ritornò.
Tom era serio, sconvolto, ma lucido. Lara era coperta di sangue, seminuda, terrorizzata. La prese per mano e le indicò la porta. Le disse di avvisare i buttafuori e chiamare la polizia. Lui sarebbe rimasto lì.
La polizia, trasalì Lara, cioè Caimmi, che arriverà alla fine, tirerà fuori il suo precedente, e le farà il culo. Scosse disorientata la testa in un appena accennato diniego. Le sembrava un’idea fuori di testa. “Ma tu… cosa dirai…?”, chiese balbettando.
“Dirò che vi ho trovati mentre lui tentava di violentarti”, le rispose Tom con tono fermo e sicuro. “Quello mi ha attaccato e ho dovuto difendermi…”
In quel momento, Lara capì. Stavano per schiantarsi tutti e due, lei abbattuta in un modo o nell’altro dallo stupratore, lui spinto da una vita che da tempo non gli piaceva più. Ma prima dello schianto le loro due cadute erano state bloccate, nello stesso luogo, nello stesso istante, dalla decisione di Tom, che aveva trovato un modo semplice per tirare fuori entrambi da quel frangente, emergendo pure da tutto il resto della sua esistenza, prima di affogarci.
Osservando il pavimento dove stava per sfracellarsi, Lara realizzò che Tom le offriva la via di fuga migliore, ma sapeva anche che accettare quella menzogna significava oltrepassare per sempre un confine. Gli era chiaro che quel tipo dai capelli lunghi,col quale aveva appena condiviso il momento più tragico della sua vita, non lo faceva per lei, ma per se stesso. Lara immaginò che essere vincitore in una città con troppi perdenti fosse la sua via di fuga, che far credere a tutti di essere l’eroe che non era mai stato l’avrebbe riscattato da non si sa cosa, da non si sa quale senso di colpa o miseria, che affliggeva lui, come poteva affliggere chiunque altro di loro, animali della notte milanese.
Stavano sigillando un patto che avrebbe fatto comodo a entrambi, a lei per la salvezza del non aver ucciso, a lui per la gloria. Quella notte era l’ultima notte in cui li avrebbero visti così com’erano, l’ultima volta prima di cambiare per sempre, lei nei panni della vittima perfetta, lui nei panni dell’eroe.
Lara gli fece un gesto d’assenso. Si avviò verso la porta. Mise la mano sulla maniglia. La spinse verso il basso, e senza più voltarsi indietro uscì nella sala principale, pronta per il suo prossimo spettacolo.