La tela testimone

Lucia Caruso

Milano, ore 09:42. Pioggia a catinella. Via Savona.

Giada, ventitreenne, indossa una camicia oversize e niente sotto. Mentre si avvicina al cavalletto, il tessuto scivola dalla spalla, lasciando intravedere la curva del seno. 

Elena la guarda da dietro la tela, il pennello sospeso a mezz’aria. L’atelier è inondato di luce. Lo ha ereditato, cinque anni fa, da Adelaide Boldoni, zia paterna. Eccentrica collezionista e audace pittrice.

«Non riesco a concentrarmi se mi guardi così» mormora, senza toglierle gli occhi di dosso. Rapita.

La ragazza non dice: “lo so”. Sorride. Le mani si cercano smaniose di trovarsi, e quando si toccano, il mondo pare trattenere il fiato. La creatività, lo spazio, il tempo: tutto scompare. Restano solo i respiri, l’incastro delle bocche, il battito crescente come una marea. La pittrice la solleva. L’adagia sul tavolo pieno di macchie colorate. Il legno scricchiola per custodire quel segreto.

Trentenne, seni turgidi, contempla l’amante rannicchiata accanto a lei. Riprende a dipingere. Indefinito, il volto sul fondale, ma i contorni delle spalle e del petto prendono forma con un’inquieta precisione. È come se un altro viso cercasse di farsi strada tra le sue mani. Non sta ritraendo il suo idolo. Nemmeno sé stessa.

La superficie non basta.

Qualcosa nel silenzio cambia. La luce sembra farsi più fredda, le due donne s’irrigidiscono.

La calma avvolgente dello studio è rotta da un colpo improvviso e secco alla porta. Non forte. Ma abbastanza da farle sobbalzare.

La musa ispiratrice si alza. Di scatto, l’altra lascia cadere il pennello nel barattolo. L’acqua sporca schizza sul pavimento.  

Una voce. Femminile, asciutta. 

«Elsa Brandi. Posso entrare?»

Non attende risposta. Passo lento, misurato. Occhi verdi, luminosi. Indossa un giacchett che ‘l g’ha minga tegnuu giò l’acqua. Era fradicia.

«Non riceviamo visite senza appuntamento,» reagisce subito la più giovane, sistemando alla meglio il poco che indossa.  

L’investigatrice abbozza un sorriso.

«Collaboro con la Questura»

Si ferma davanti al quadro.

«Curioso. L’angolo della bocca somiglia a quello di una persona svanita nel nulla. Sofia Mantovani. Posava, sparita all’improvviso. E non è l’unica.»

L’autrice dell’opera non replica, ma il cuore martella. 

«Ci sono altri ritratti di volti?» 

Nega. 

«Sto seguendo una traccia. Tre modelle inghiottite dal mistero. Ritratte prima di diventare irreperibili. Sempre in fondali simili a questo.»

Indica il lavoro sul cavalletto.

«E con un dettaglio in comune: lo sguardo laterale. Suggerisce che guardassero qualcun altro, fuori campo.»

L’arte non mente. A volte racconta più delle parole.

Tira fuori una fotografia. Profilo di donna. Sullo sfondo, una scena incompiuta.  

«L’avete mai vista?»

Elena stringe la camicia sul corpo. Giada la osserva. Spaventata.

La detective aspetta. Poi aggiunge:

«Il responsabile dell’indagine mi ha dato sei giorni. Sei. Poi chiude il fascicolo. Ma io credo che la pittura non sia solo rappresentazione. È restituzione.»

Si volta ed esce.

La superficie s’incrina.

Nel pomeriggio, in via Fatebenefratelli, Elsa trova il vicequestore dietro una pila di faldoni.

«Hai deciso di inseguire fantasmi?» domanda, accogliendola con calore.

Lei si siede.  

«Quella pittrice-la nipote della Baldoni-non dipinge da sola. Lavora “su”. Le opere parlano, ma nessuno le ascolta.»

Stefano Milani, aprendo un fascicolo:

 «Marina Rovere. Vent’anni. Scomparsa dopo una mostra in zona Tortona. Nessuna prova. Solo un’immagine. Dietro, quella dannata tavola incompiuta. Lo stesso per Maria Laura Canelli. Ma nel caso di Sofia c’è una firma.  S.M. È Sara Monti, deceduta nel ’94. Ne sono certo.»

«Come puoi esserne sicuro?»

«Nessun altro professionista del settore corrisponde a questa sigla. E gli esperti dicono che è proprio il suo stile.»

Le porge un fotogramma, indicando un dettaglio. 

«Hai mai visto qualcosa di simile?»

«Un pennello sullo sfondo. Stesso marchio inciso su quello usato da Baldoni. Probabilmente ereditato dalla zia.  E se proprio quelle setole avessero ritratto tutte e tre?»

«Non puoi indagare su emozioni e sfumature di colori.»

«Dipende. Le emozioni lasciano tracce.»

La superficie mente.

 In quelle stesse ore, Giada rientra nel laboratorio. L’amante- amica, davanti a una composizione, raschia via la vernice: sotto, linee grigie. Un viso? Stessa operazione su altre superfici. Identico risultato.

«Erano qui. Da sempre,» bisbiglia.

«Le scomparse?» chiede, colei che alimenta il suo estro.

«Ho cercato di ignorarle. Ma continuavano a spingere perché le riportassi alla luce.»  

Di colpo, senza preavviso, la Brandi e Milani irrompono nell’atelier con un tecnico della scientifica. 

«Il pigmento cadmio non copre del tutto. Alcune cose restano visibili,» osserva l’uomo.

«Non è solo pittura. È memoria stratificata. Forse, confessione,» azzarda la detective.

Elena chiude gli occhi.  

«Io non ho ucciso nessuno.» 

«Lo scopriremo. I quadri parlano.»

La superficie restituisce.

La notte cola   sui vetri dello studio illuminato solo dalle luci basse, quelle che non disturbano i colori. 

Seduta per terra, ginocchia raccolte, l’artista contempla i suoi lavori. Su quello più elaborato vede ombre non tratteggiate da lei. Profili affiorati. Chi li ha lasciati lì?

Non ho mai visto questi volti prima -pensa- ma si manifestano. Non creati, ma svelati da me.

Arretra, colta da tremore, conscia della rivelazione. Si guarda le mani. Sconvolta. Tremano perché “qualcosa” le sta usando.   

Il silenzio s’addensa. Sente il ritratto respirare. Per un istante.

La superficie si rivela.

L’indomani, la mostra si tiene in uno spazio industriale. L’ ultima realizzazione appesa al centro. 

L’investigatrice in fondo alla sala, il capo al suo fianco.  

Modella e pittrice l’una accanto all’altra. Fissano la sagoma emersa.

Un uomo si avvicina. Si ferma. Parla a voce alta: 

«È mia sorella. Marina Rovere. Fatta sparire nel 1992.»

Il vicequestore si rivolge alla sua collaboratrice: 

«La tela non è la prova.»

«No. È la testimone.»

La ritrattista raggiunge gli inquirenti. Quella figura, a lei sconosciuta, ora ha un nome.

«Io non l’ho mai vista. Non in vita. Come le altre, è riemersa da un vissuto che non mi appartiene. Ma, forse l’ho fatto mio.»

Brandi:

«Talora la memoria si trasferisce. Da una presenza all’altra. E l’arte diventa ciò che resta.» 

La superficie è testimone.

Sotto la vernice, le tre composizioni hanno raccontato tutto. 

Quelle originali, firmate da Sara Monti, contenevano sostanze cromatiche con tracce biologiche, fibrille, sangue, residui. 

Adelaide Baldoni, sedotta da quei volti, li riconobbe e li celò. Forse per timore di un’accusa di complicità. 

I ritocchi- puliti, standard, senza contaminazioni – appartengono alle mani ignare di Elena.  Lei è stata il tramite attraverso cui tornare.

Stefano:

 «Tutte le modelle ritratte sono scomparse negli anni in cui Monti ancora dipingeva. Una quarta vittima è sopravvissuta perché il ritratto era incompiuto. Non era talento, ma occultamento.»

La superficie ha rivelato la verità sepolta.