La voce
Arnaldo Manuele
Il suo pallore aumentava gradualmente allo stringersi del nodo che le serrava la gola, il respiro cercava di forzare inutilmente per penetrare nei polmoni ormai sgonfi, le mani tentavano di opporsi alla stretta che le rubava l’aria, ma si sentiva priva di energia e non era in grado di difendersi, presa da uno strano torpore. I suoi ultimi sguardi cercavano di cogliere il volto che le stava sopra, mentre le pupille dilatate esprimevano smarrimento, stupore per quanto accadeva, ma anche dolore per la consapevolezza che stava per morire e per lo sgomento che le annebbiava progressivamente la luce. Dapprima aveva cercato di divincolarsi e di opporsi scalciando e cercando invano di impedire al laccio di stringere, poi le forze le erano venute meno sopraffatte da uno stordimento vischioso e dal furore e determinazione di quelle mani che stringevano sottraendole ossigeno. L’agonia fu lunga e cruenta, il suo corpo cercò di opporsi al destino crudele che l’assassino le stava imponendo, ma alla fine esalò l’ultimo fiato che le era rimasto in gola, producendo un suono simile ad un sospiro finale in cui stupore, dispiacere e dolore si fusero in un unico suono. Ora che il destino si era compiuto, davanti a quello specchio che tante scene di amore a pagamento aveva riflesso, restava l’immagine di un corpo esamine, con gli occhi sbarrati, osceno nella sua forzata nudità, come una macabra bambola dagli occhi orientali. Rialzandosi si trovò davanti allo specchio, e in quell’attimo, solo per un attimo, si riconobbe e trasalì per l’immagine riflessa, sul volto il segno di efferatezza con cui aveva ucciso, e, nella stessa inquadratura, l’agnello sacrificale, con gli occhi sbarrati e il corpo rattrappito in una posizione innaturale, le braccia ancora appoggiate al petto, le mani scomposte in una posizione drammatica, le unghie rosse di uno smalto recente come piccoli fiori sulle dita ceree. Ma fu uno smarrimento di pochi istanti, si ricompose con calma, sfilò il laccetto dal collo della vittima, si guardò attorno con attenzione, vide sul comodino il cellulare che emanava luci intermittenti e vibrava, e pensò “ per oggi basta clienti”, lo raccolse e lo scagliò a terra con violenza, poi cominciò a frugare dappertutto nella stanza, rovesciando cassetti, razzolando tra la biancheria intima e le camicette, aprì l’armadio e rovistò accuratamente dentro le scatole, nelle tasche dei vestiti, buttando tutto a terra disordinatamente, raccattò tutti i gioielli e il denaro che gli riuscì di trovare e li infilò nelle buste di plastica che aveva trovato in cucina, poi scivolò nel corridoio, entrò nelle altre stanze ripetendo esattamente le stesse operazioni, infine aprì i cassetti di un secretaire vicino all’ingresso, prese l’agenda con la copertina rossa, la infilò nello zaino, diede un ultimo sguardo dietro di sé e andò via, scivolando nel pianerottolo senza fare rumore.
L’amica rientrò in casa un paio di ore più tardi; era andata a fare spesa – come tutti i sabati pomeriggio – nel minimarket orientale che distava non molto dal loro appartamento ed era contenta, mentre camminava a passo svelto, perché era riuscita a trovare per cena, gli involtini primavera di carne di pollo e maiale, ma con i germogli di soia e con il cavolo di Pechino tagliato a strisce sottili, proprio come piaceva alla sua amica, “si vede che c’è un nuovo cuoco pensava.”
Ero un poliziotto, un ispettore di polizia da quasi vent’anni. Mi occupavo di crimini, investigavo con una squadra di colleghi degli omicidi che avvenivano a Milano, ma anche in altre città quando esistevano dei nessi nelle investigazioni in altri luoghi.
La frequentavo da un anno: Meing era molto bella, i capelli nerissimi, la frangetta lunga sulla fronte fino a sfiorare le sopracciglia, gli occhi da cerbiatto selvatico, l’espressione dolce di chi sa rapportarsi senza tabù e preclusioni e un corpo candido come la neve che contrastava fortemente con il cespuglio irto e scurissimo del pube, le dita lunghe e curate che danzavano sulla mia pelle con la leggerezza di una farfalla. I primi tempi avevo dei sensi di colpa per aver accettato di farmi coinvolgere in questo rapporto, ma quell’ora che trascorrevo con lei – a volte anche due- mi aiutavano a superare lo stress che il lavoro e la vita che conducevo mi procuravano. Quando ero da lei, le sue mani mi allontanavano dallo stato orizzontale e sottomesso in cui giacevo, il calore, la sensazione di profondo benessere, ma anche di profonda eccitazione erano un propellente irrinunciabile verso la levitazione del mio corpo. Solo quando sentivo di non riuscire più a controllare le sensazioni la pregavo di fermarsi per qualche istante, e lei, Meing sorridendomi dolcemente, acconsentiva, e disarmava le sue mani. Mi accoglieva nel suo appartamento in mansarda con la sua lunga frangetta color ebano, la bocca dischiusa di perle bianche con un sorriso misterioso. La conoscevo ormai da un anno, era stato un mio collega a mettermi in contatto, parlandomene, una sera dopocena, in un periodo in cui la solitudine e la delusione per mille rapporti sentimentali falliti, mi aveva reso particolarmente fragile e disposto a venire a patti con la mia coscienza. L’appartamento era in una mansarda di un palazzo della metà dell’ottocento, con grandi scale in pietra, mosaici veneziani a pavimento e grandi finestre ad arco con vetri colorati e inferriate decorative, l’edificio si trovava in viale Zara, non distante dal piazzale Istria a Milano. Mi aveva rubato l’anima, i primi tempi, quando mi resi conto che avevo una forte dipendenza, la mia voce interiore che mi aiuta a vivere con la sua voce suadente, ma a volte autoritaria mi ripeteva: Attento, stai diventando troppo schiavo di questa relazione, è solo una prostituta quello che concede a te lo fa altre dieci volte al giorno con altri clienti. Ma io non le badavo, non accettavo che Meing potesse replicare con altri quello che mi concedeva, l’intesa che ci legava era riservata solo a me, non avevo dubbi. Una sera, ero appena uscito dalla sua porta, appagato dalla sua dolcezza e ubbriaco di sensazioni mi trovai davanti un mio collega che mi sorrise con quell’espressione complice di chi condivide da sempre la stessa esperienza, Lì per lì ricambiai lo stesso sorriso idiota, poi percorsa una rampa mi fermai sul pianerottolo ad ascoltare, sentii distintamente la voce di Meing con lo stesso tono che usava nei miei confronti:
“Ciao amore come stai?”Sentii il mondo che mi crollava addosso, eppure lo sapevo bene che lo faceva per danaro, ma non accettavo che potesse usare lo stesso tono e con ogni probabilità dispensare la stessa capacità e dolcezza di amare. Rimasi in macchina ad aspettare per tre ore, guardando la sua finestra che emanava luce di un rosa soffuso, ad ogni ora il portone si apriva, un altro cliente entrava e uno usciva. Avevano tutti la stessa espressione di appagamento che avevo io riflessa nello specchietto! Fu allora che quella voce divenne più decisa, un tono roco e aspro: Devi liberarti da quest’ossessione! Mi riguardai allo specchietto, gli occhi non erano gli stessi, le pupille erano diventate fessure, il volto segnato da un ghigno efferato.