L’hotel

Alessia Piemonte

Milano, 14 giugno 2025

Lavoro da un mese in questo buco di culo dell’hotel sito nella zona di Quarto Oggiaro:  “Giallo Milano”, come il colore che caratterizza molti edifici e infrastrutture della città meneghina. Era una tonalità per dipingere le case e nascondere l’invecchiamento dell’intonaco. Abbastanza attinente con il contesto. Ho visto la devota processione di tante maschere indossate dall’alta società buonista e conservatrice, che appena entrati in questo tugurio la mettevano in tasca e svelavano quel sorrido freddo, lucido, depravato. La pulizia e l’ordine del Giallo, si rifiutavano di valicare l’ingresso. La polvere e il cd riprodotto a ripetizione in sottofondo fino allo sfinimento di Cat Stevens, erano i clienti fissi. Il mio titolare era Jimmy Barba: un uomo di colore, capelli brizzolati a spazzola, tracagnotto. Jimmy, appoggiandosi al suo bastone bianco, era sempre seduto sulla sua poltroncina di pelle lisa, vicino all’ingresso come se fosse un concierge che dava il suo sdolcinato benvenuto, e spendeva il suo tempo a ronfare, sfogliare il giornale, bere, mangiare. Si alzava solo per andare in bagno. Controllava con cipiglio severo il mio andamento lavorativo, e mi investiva di cazziate epocali per nulla, con il contorno di imprecazioni e minacce. 

“Và a ciapa i rat” .

Mentre stavo masticando l’ultimo pezzo di caramella gommosa alla fragola, la tenda di velluto rosso che copriva la porta di ingresso, venne scostata in un sibilo ruvido da una coppia. Lui, era un uomo sulla quarantina, alto, biondo con i capelli ricci, occhiali da vista rossi che cerchiavano gli occhi azzurri. Orecchino al lobo sinistro, era vestito elegante, con una camicia azzurra dalle maniche arrotolate, mostrando le sue braccia piene di bracciali d’oro, da poter sfamare un villaggio. La donna era carina con i capelli castani e occhi verdi, vestita con un abito striminzito nero velato che mal celava le sue forme siliconate, e scarpe con il tacco rosso vertiginoso. L’uomo con un sorriso tronfio, si avvicinò alla reception e indicò la rastrelliera della chiavi, decidendo subito la camera 31. Era quella prospicente al giardino. Tuttavia, l’uomo, portava la fede al dito: sposato, e avevo seri dubbi che la moglie fosse quella donna che si ritoccava il rossetto. 

Mi ero abbassata per scrivere il suo nome nel registro delle presenze, ma mi bloccò afferrando con poca delicatezza il polso.

« No, bela tusa » mi disse strizzando l’occhio. Pirla.  Lo guardai schifata, nonostante avessi snudato un sorriso di circostanza. L’uomo, salì, mollando una pacca sul sedere alla tipa che rise smorfiosa.

« E’ Riccardo Cattaneo. Non è la prima volta che viene qui a tradire la moglie. E sceglie sempre la 31 perché dice che puzza di meno. Basta che paga » concluse Jimmy ridendo sfrenato, al punto che vidi schizzare la saliva dalla sua bocca. 

Era passata circa una mezz’ora, quando all’improvviso un sibilo spaventoso, inaspettato, dolente, come un gemito di un moribondo, mi fece trasalire. Proveniva dal piano di sopra. A parte una coppia di anziani inglesi, ma ben vispi e adrenalinici, c’erano Cattaneo e la sua pupa. Jimmy balzò dalla poltrona, e sollevò atterrito lo sguardo verso l’alto, mentre la sua pancia prominente tremava e grondava di sudore acido dalla camicia. Gli inglesi, scesero di corsa, bofonchiando, e agitando le braccia, dicevano che avevano sentito qualcuno gridare. Jimmy, mi ordinò subito di andare in avanscoperta. 

Va chel baloss.  Affrontando le scale, il piano di sopra, sembrava avvolto in un silenzio umido, gelido, che ribolliva crudele dal pavimento. Il buio era molle come gomma. Quando arrivai alla camera 31, il mio stomaco capitombolò verso il basso. Avevo una sinistra sensazione…Volevo scappare, ma se l’avessi fatto, Jimmy mi avrebbe fatto risalire a calci in culo. La porta era socchiusa:  spifferi di vento mi stringevano come fili di ferro il corpo. Provai a bussare, ma ottenni come risposta solo l’eco delle mie nocche che battevano incerte. Entrai. 

Non riuscì a trattenere l’urlo che lacerò le pareti della mia gola. Come una scenografia sadica, la pupa, era distesa sul materasso con i girasoli nuda e …morta. La luce della notte che si infilava nella stanza che puzzava di vino, fumo, cadeva sul corpo unto di uno strano liquido brillante giallo. La testa della pupa era infilata in un sacchetto chiuso intorno alla gola con del nastro isolante. Si trapelavano gli occhi roteati all’indietro, viso cianotico e la bocca incrinata da una smorfia di sgomento mista a piacere.
I polsi erano legati alla testiera con delle cinghie di contenimento. Dal pube privo di peli, sgorgava in sottili fili da un fallo di metallo penetrato nell’intimità, sangue, liquido seminale. Jimmy, e gli inglesi, credo spaventati dal mio strepito, alla fine mi raggiunsero. Jimmy, aveva gli occhi rossi, cattivi, carichi di odio e si sbatteva nella stanza cercando Riccardo, ma bestemmiò, quando appurò che era scappato dalla finestra. Si preoccupava dalla reputazione che avrebbe avuto il locale, o il suo cliente fisso, che avere un minimo di sensibile compassione per la defunta. Io ero come scarnificata e l’anziana, dolcemente, mi aiutò ad alzarmi e portami giù. Jimmy, prima che andassi, mi ammonì che non avrei dovuto chiamare né la polizia e tanto meno l’ambulanza, anzi che per quella sera il mio turno di lavoro era finito. Avrebbe provveduto lui a disfare il corpo, e aveva perfino minacciato raffazzonando la loro lingua agli inglesi di non denunciarlo. Muti e ossequiosi, ce ne andammo. Io, bevvi un bicchiere d’acqua in un bar, mentre la signora inglese, come una nonna mi accarezzava i capelli. Appena riaffioravo le immagini della pupa, i brividi brulicavano nella pelle e la testa mi scoppiava come se qualcuno avesse sparato un colpo in aria. Non so cosa fosse successo. L’ipotesi più probabile, un gioco erotico finito male e quello stronzo di Riccardo, dopo aver constatato che la sua pupa era deceduta, se n’era scappato come un codardo. 

«  But, darling, do you really want to pretend nothing happened? » mi chiese la donna, stringendo la mano, con quel tono allarmante e speranzoso. Anche il marito, che mi esaminava da sopra il bordo della tazza di caffè, avrebbe voluto sentire una mia rinnegazione all’omertà.

In fin dei conti… che cosa perdevo? Solo un posto di lavoro schifoso, con una retribuzione da fame, e mi sarei salvata da un titolare che avrebbe venduto pure la dignità per fare soldi.

« Of course not! » Mi sarei goduta la popolarità che avrei ottenuto dalla mia rivelazione. L’arresto di Jimmy Barba, Riccardo Cattaneo e la chiusura dell’hotel.