L’Only Jazz Hotel

Nicholas Aleo

L’ispettore Gianfranchi arrivò alle porte dell’“Only Jazz Hotel” alle 23 in punto. Aveva appena finito il turno di lavoro e, come ogni lunedì e mercoledì, trascorreva la notte in quell’albergo nel centro di Milano. Si chiamava Only Jazz perché il proprietario odiava qualsiasi musica che non fosse vero jazz, come quella patetica musica da ascensore.

«Buonasera, ispettore. Com’è andata la giornata?» chiese la receptionist.

«Ciao Jessica. Oggi male, piena di lavoro» rispose Gianfranchi, posando l’ombrello nell’ombrelliera, zuppo d’acqua.

«Eh sì, fuori c’è proprio un tempaccio. Dovrebbe riscaldarsi, ispettore…»

Jessica si piegò lievemente sul bancone, mettendo in risalto il suo décolleté.

«Credo sia proprio quello che farò, Jessica» ribatté lui con un occhiolino.

La receptionist gli consegnò le chiavi della sua stanza prediletta: la numero 23.

Dalla sala principale proveniva un assolo di sassofono, malinconico e graffiante. Il proprietario, il signor Lambertoni, invitava spesso musicisti italiani a esibirsi per far sopravvivere uno stile ormai morente. Il salone rispecchiava l’animo del locale: muri di mattoni scuri, arredamento nero, piccoli tavolini illuminati da lampade basse. Le uniche fonti di luce erano dei tenui neon blu.

La camera 23 si trovava al secondo piano, nell’area VIP. Quando l’ispettore inserì la chiave nella serratura, una voce lo fermò dall’interno:

«È aperta…»

Gianfranchi entrò senza esitare, come se sapesse già cosa lo aspettava. La stanza era allestita come un covo d’amore: candele profumate, petali di rosa, champagne nel ghiaccio e accessori pronti a scaldare l’atmosfera. Il neon non era più blu come nei corridoi, ma viola brillante.

Distesa sul letto lo attendeva una donna in lingerie a rete rossa, estremamente sexy.

«Wow, hai superato te stessa, Jasmine» disse l’ispettore.

La mano le scivolò sulla coscia, senza interrompere il contatto visivo.

«È bravo, non trovi?» sussurrò, riferendosi alla musica in sottofondo.

«Sì. Forse ancora un po’ acerbo, ma non male.»

Lui posò la giacca su una sedia, si tolse le scarpe e si avvicinò al letto slacciandosi la cravatta. Velocemente Jasmine lo fermò appoggiandogli un piede sul petto.

«Calma, ispettore. Non è così che si fa» disse mordendosi il labbro.

«Smalto rosso, il mio preferito» ribatté, accarezzandole il piede.

Lei si alzò dal letto e gli si avvicinò lenta, fino a sfiorargli il volto.

«Sai, fare l’amore è come bere vino…» sussurrò, slacciandogli la cintura.

«Ah sì?»

«Bisogna usare tutti i sensi. Ma soprattutto il tatto e il gusto.»

Jasmine si fece così vicina da causare un brivido lungo la schiena dell’uomo. Un istante dopo Gianfranchi cedette: la afferrò e la spinse sul letto, baciandola voracemente.

I vestiti finirono sul pavimento. Le mani dell’ispettore esplorarono ogni curva di Jasmine, in preda alla lussuria. Al Jazz si unirono gli schiocchi dei baci e piccoli sussurri di piacere; la stanza divenne un mix di sudore e lenzuola sfatte.

Al termine del rapporto rimasero distesi sul letto: Gianfranchi accese una sigaretta.

«Dicono che le persone mostrano il vero io solo con l’amante… o almeno sotto le lenzuola.»

«Ed è il mio caso?» chiese lui.

«Direi di sì. Ringrazio solo che tre anni fa non ci hai fatto chiudere» disse lei, sfiorandogli la coscia col piede.

«Beh… ora vengo qui gratis. Ci abbiamo guadagnato entrambi.»

Jasmine baciò la sua spalla, lasciando un’impronta di rossetto rosso.

«Fallo vedere a tua moglie ora» continuò, indicando poi un segno viola sul collo dell’ispettore. «Ma vedo che qui ha marcato il territorio…»

«Non è niente. E comunque tu sei molto meglio di lei: parli meno e mi soddisfi di più.»

La donna fece scivolare l’indice sulla ferita.

«Avete litigato? Di nuovo?»

«Poco prima di venire qui. Una grossa, pesante litigata» confessò lui dopo uno sbuffo.

«Divertente. Mi racconti i dettagli, tesoro?»

Il viso dell’ispettore si fece improvvisamente serio. L’aria si fece più tesa e fitta.

«Solite cose. È gelosa, possessiva. Io ho bisogno di libertà. Non ne potevo più» confessò

«Che ha fatto?»

«Mi ripete che non valgo niente, che penso solo a me stesso, e sospetta che io la tradisca. Ma ora non importa.»

«Che intendi dire?» chiese Jasmine, mettendosi seduta.

Lui si accese un’altra sigaretta, senza battere ciglio.

«Prima che uscissi, mi ha mostrato foto di noi due durane uno dei nostri incontri. Credo che si sia rivolta ad un investigatore privato.»

«Cosa?! Poi che ha detto?!»

«Che se non smetto con te e questo posto andrà alla polizia»

Gli occhi di Jasmine si spalancarono, sotto shock.

«Non lo farà, vero?! Vero?!»

Lui la fissò in silenzio, poi ritornò a fumare.

«Rispondimi, maledizione! Come fai a restare così calmo?! Se porta quelle foto ti licenzieranno, chiuderanno questo posto e io perderò il lavoro!»

«Stai tranquilla. Me ne sono già occupato. Non farà nulla»

«Come lo sai?! Come fai a esserne sicuro?!» singhiozzò lei.

«Smettila! Non ti succederà niente» sbottò l’ispettore.

L’ispettore si alzò, afferrò la bottiglia di champagne ancora nel ghiaccio e riempì due calici.

«Brindiamo al mio divorzio?»

Lei accennò un sorriso tremante, poi afferrò il bicchiere.

«L’hai…l’hai lasciata? Allora immagino che ti vedrò spesso»

«Lo puoi dire forte» disse lui sfiorandole il braccio. «Un po’ mi mancherà… ma conserverò sempre un pezzo di lei.»

«Dov’è adesso? È tornata dai suoi?»

«No. È nel baule della mia auto.»

Jasmine scoppiò a ridere, convinta fosse una battuta.

«Andiamo ispettore, non si scherza su queste cose.»

Un attimo dopo, il bicchiere di champagne si frantumò sul pavimento. Lei lo guardò negli occhi. Non stava scherzando.