Mai oltre
Lucia Caruso
Inoltrato novembre. Via Tortona.
Il loft è immerso nel silenzio. Il vicequestore Stefano Milani fermo davanti allo specchio, deturpato da una scritta.
Compone un numero. “Vieni… è particolare.»
«Arrivo.»
L’appartamento profuma di legno caldo e vino.
Elsa Brandi entra in punta di piedi. Come tutte le volte in cui incontra una morte violenta.
Sotto al paltò grigio perla pantaloni blu e un golfino color panna. Occhi stanchi ma attenti.
Sul tappeto, una sottoveste di seta nera. Un calice rovesciato, una chiazza cremisi sul parquet.
Stefano: «Due bicchieri. Solo uno con zolpidem.»
L’investigatrice si china: corpo composto, unghie laccate rosso fuoco.
«Chiunque sia stato, voleva che sembrasse una scelta,» osserva.
La scientifica lavora: movimenti felpati, guanti, flash.
Livio Galli, il patologo: «Nessuna violenza.»
Una frase, tracciata col rossetto, al centro dello specchio: “Mai oltre”.
«Ti dice qualcosa?»
Lei reagisce con un cenno negativo della testa alla domanda di Milani, concentrata sulla biancheria intima, allineata sul bordo del letto.
La stanza è troppo ordinata per essere la scena di un suicidio. Non spontaneo.
Il coordinatore dell’indagine studia le fotografie appese a una parete: volti, mani, scorci urbani in bianco e nero.
Livio, accovacciato: «Il vino è buono. Ma non è quello nel sangue.»
«Fibra di camicia maschile sulla poltrona,» riferisce Massimo Restelli, capo della sezione investigazioni forensi.
«Non viveva da sola?» Chiede la collaboratrice della questura.
«Ufficialmente sì. Ma vedi la finestra? Chiusa dall’esterno.»
«Tanta estetica, zero logica. Scenografia. E ogni regia ha un regista.
L’inquirente annuisce:
«Non è rimasto sulla scena, ma ha lasciato la firma.»
Su uno specchietto da borsetta c’è un’incisione: “Mai oltre”.
Restelli aggiunge un altro tassello:
«Un’impronta su cornice digitale. Non del soggetto deceduto.»
Arianna Villa, pittrice e fotografa, trentacinquenne. Collaborava con riviste di moda e galleristi.
Era balzata agli onori della cronaca per una serie di scatti urbani “carnali”, realizzati tra i Navigli e Via Savona.
Il suo studio nel cortile interno: vetrate opache, rampicanti, odore aspro di trementina. Un computer acceso mostra l’anteprima di una mostra mai inaugurata: “Intimità smagliata”. Le pareti sono coperte da bozzetti e pose invitanti. Sul lato sinistro, un collage di immagini stordisce per intensità: nudi sfrontati, figure femminili ricoperte di provocante lingerie, frammenti di frasi.
Una tela raffigura un corpo maschile: nudo, di spalle, in controluce. Scapole sporgenti, collo piegato, addome piatto, braccia lungo i fianchi, un’ombra appena visibile tra le cosce. La luce, proveniente da una finestra invisibile, scava una lama d’oro sulla colonna vertebrale.
Una fotografia mostra Arianna: seno scoperto, mani legate, occhi bendati.
«Non è arte. È ossessione. Un linguaggio erotico, che qualcuno ha interpretato come altro.»
È il parere del responsabile dell’inchiesta. Dal monitor emergono visi femminili, bocche semiaperte, mani che cercano.
La Brandi stacca dalla parete uno scatto raffigurante la giovane morta. Sul retro: “Voglio essere il confine che infrangi.”
Galli li raggiunge:
« . Capello lungo, biondo. Giacca sartoriale. Lozione al sandalo.»
Qualche minuto più tardi una ragazza si presenta come l’assistente. Ignara di tutto, ha un invito per la pittrice: performance non annunciata, dal titolo “Mai oltre”. Firma: un nome che Elsa conosce. Il vicequestore l’ha capito.
«Era al Berchet,» dice, rispondendo alla muta richiesta di spiegazioni.
«Non me lo ricordo.»
La scighera la porta via i pensée.
Brera, sera successiva al ritrovamento del corpo. Luci basse, opere chirurgicamente disposte.
Li accoglie il curatore, Andrea Vismara. Ex performer. Ha l’aspetto di chi vive in penombra: capelli lisci, grigi alle tempie, mani curate, nervose. Parla con voce lenta.
«Non l’ho mai toccata. Io osservavo, altri lo facevano.»
Una reazione immediata alla prima domanda dell’inquirente sui suoi rapporti con la vittima.
Mostra poi una foto: Arianna Villa con maschera veneziana accanto a un uomo in ombra.
«L’ho scattata io. E non ho mai chiesto chi fosse l’altro. Lo chiamava “l’incompiuto”.»
La scighera la fa sparì Milan, taccada de giald.
Una settimana dopo, alla MyOwenGallery, dove spesso Villa esponeva tele e scatti, fra cataloghi e schizzi, i due investigatori trovano un quaderno. Pagine fitte, diagrammi emotivi e linee temporali. Su un foglio:
«Ho superato il limite. Ma mai oltre. Mai oltre lui.»
Ancora la stessa frase. Troppe volte incrociata in questa vicenda.
«Mai oltre è una protezione, una forma di autodifesa. Non voleva superare certe esperienze. Ma qualcuno l’ha spinta.»
«Sono d’accordo, Elsina» replica l’altro con lo sguardo, che è una carezza.
La scighera la fa sparì Milan.
Il patologo, dopo cinque giorni in via Fatebenefratelli, nell’ufficio di Milani, con la relazione definitiva.
“Intossicazione da Zolpidem, in presenza di etanolo. Era sveglia. Consenziente. Fino a un determinato punto.»
Anche gli esperti di laboratorio hanno delle novità, relazionate da Massimo:
«File audio criptato. Un breve scambio. A due.»
Voce femminile: «Non voglio oltre.» Tesa, trattenuta, ma con un filo di rabbia.
Voce maschile: «Tu non decidi.» Fredda, controllata, perentoria.
Silenzio. Un respiro trattenuto. Poi la musica: un frammento di “Spem in alium” di Tallis.
Le ipotesi sono confermate dalle analisi tecniche. Timbro, ritmo, lessico.
La detective è sicura: «È Vismara. È il suo linguaggio, un modo di esistere. Forse una frattura da capire.»
«Sì, un infinito interrotto.» Stefano ne è convinto.
“Mai oltre”, adesso, è un limite violato.
La scighera la s’è squajaa.
Quando Vismara li vede entrare in galleria con due agenti, non arretra. Li attendeva. Il vicequestore gli fa ascoltare l’audio. La collaboratrice gli mostra lo specchietto.
«La tua voce. La tua firma.»
Un silenzio confessione.
La scighera la se slonga e Milan la torna a vedes.
In via Carducci, in casa di Elsa. È sera, un piatto di spaghetti alla Brandi: un rito per riconnetterli al mondo.
Seduti vicini, non hanno bisogno di gesti. Le note di “Clair de Lune” conoscono il tempo delle cose non dette.
«La ragazza non voleva morire, cercava qualcosa che la tenesse viva,» esordisce lei.
Lui concorda:
“Gli uomini frequentati non erano desiderio, ma richieste. Di contatto, di aiuto. Per non affondare nel vuoto.»
«La sua fragilità era resistenza. Maldestra, ma lucida nel bisogno disperato di presenza.»
Il tempo si distende lento, solo Debussy a tenerlo insieme.
«Vismara ha scambiato quella fame per estasi, e l’ha fermata. Per imprimerla. Come si fa con una fotografia. Voleva solo l’idea di Arianna. Sigillata nel tempo. Un’icona.»
«Ma lei era confine. Non desiderava essere ridotta a una cornice.»
Lo sguardo della donna si perde oltre la finestra.
«Certe anime… ghe fan minga per restà,» afferma, con dolcezza.
Poi lo guarda.
«Stefano, non si va mai oltre certi dolori.»
La scighera l’è sparida. El dolor, no.